Il nostro modo di viaggiare

Il Grand Tour, ovvero l’eterno ritorno di un mito diffuso in tutta Europa che per secoli fino all’Ottocento e oltre, ha visto sbarcare in carrozza, a cavallo o per nave la meglio gioventù del continente. 
Tutti diretti verso il Belpaese evpronti a sparpagliarsi tra Venezia, Firenze e Roma (ma qualcuno più ardito si spinse fino “nelle Calabrie” e in Sicilia) alla ricerca di antiche vestigia dell’era classica ellenistica e ad assaporare quel che immaginavano di  trovare dell’impero romano. A Firenze è noto facevano tappa (e in molti si stabilirono in permanenza) soprattutto gli inglesi fino a formare una vera e propria stabile colonia britannica. Quello di cui si conosceva meno la presenza invece è stata un’ondata, più recente ma altrettanto numerosa e danarosa. Quella dei nobili russi, prima ancora sotto l’impero zarista, poi dei principi fuoriusciti dalla tempesta della rivoluzione sovietica. Gentiluomini che a Firenze trovarono il clima e le atmosfere ideali. A loro, alle loro eredità, alle loro numerose tracce culturali, architettoniche e urbanistiche sparse nella città dei Medici è dedicato un reportage in questo numero di Touring. 

Un numero che pone l’attenzione anche su un’altra perla poco nota di Firenze, vale a dire villa Bardini, anch’essa con una interessante storia. Una storia che l’ha vista passare da sfarzosa dimora di un noto antiquario privato a recente sede museale e di esposizioni d’arte, circondata anche da uno dei giardini più spettacolari e con un panorama a 360 gradi che abbraccia l’intero centro storico cittadino.

Un po’ più a sud di Firenze, nella vicina Umbria, si trova Terni, località poco battuta dal turismo di moda. Almeno quello di massa. Un grande centro industriale e una capitale specializzata nella produzione dell’acciaio che è stata decisiva durante i due conflitti mondiali e poi altrettanto importante durante e dopo la ricostruzione dell’Italia del dopoguerra. Da qualche tempo per dare nuova vita e una nuova dimensione a un centro urbano così caratterizzato e orientato alla storica produzione industriale pesante e per rendere anche evidente il possibile rapporto tra industria e arte le amministrazioni locali, con la collaborazione di numerosi artisti, hanno deciso di portare fuori dalle fabbriche l’acciaio e di renderlo un nuova forma di arte diffusa, accessibile a tutti, cittadini e visitatori. Così piazze, incroci, strade si sono riempiti di sculture, installazioni, murales firmati dai grandi e artisti italiani e non solo. Si è nel tempo venuto a creare un virtuoso circuito curbano che ricollega e riconcilia le due anime della città, quella storica manufatturiera e quella civile e che abbiamo raccontato e mostrato in questo numero di  Touring.

Non manca in questo ricco menù di Touring di gennaio un bel racconto della realtà di San Leo, intatto borgo, non a caso Bandiera Arancione del Touring, noto soprattutto per la sua storica rocca, ma che ha trovato nuova linfa contemporanea grazie alle attività sociali dei giovani locali che insieme hanno recuperato tradizioni e spazi e persino un antico forno comune per compattare la comunità oltre che per rendere il minuscolo borgo una attraente meta per viaggi di scoperta e per weekend di relax tra le dolci colline dell’entroterra romagnolo.

Ma tra i tanti ingredienti nel menù di gennaio di Touring non va dimenticato il reportage d’autore su una città insospettabilmente bella e ingiustamente trascurata da un traffico frettoloso di turisti impazienti di imbarcarsi verso la Sicilia: Reggio Calabria. Città distrutta, come Messina, dal terremoto del 1908, ebbe però la fortuna di essere ricostruita in maniera antisismica, con strade larghe e case basse e distanziate. E non solo. Furono chiamati all’opera di ricostruzione i migliori architetti dell’epoca, da Marcello Piacentini a Ernesto Basile che lasciarono il loro marchio liberty prima e razionalista dopo, tra gli anni '10 e '20 del Novecento, su palazzi, strade, teatri e piazze. E su quell’ampio avvolgente lungomare che da molti, pare anche da D’Annunzio, è considerato il più bello d’Italia, steso com’è tra il panorama dell’Etna di fronte e un percorso di oltre un km, ombreggiato da ficus giganteschi, punteggiato da grandi opere di land art contemporanea come le statue dell’artista italiana Rabarama e le colonne di fili di ferro firmate da  Edoardo Tresoldi. Una selva di pilastri bianchi che di notte si illumina dando un tocco magico a una passeggiata by night. Senza dimenticare che quest’anno si celebrano i 50 anni dal ritrovamento davvero fortunato dei due Bronzi di Riace che oggi si ammirano, restaurati e protetti, nel vicino Museo archeologico nazionale, anch’esso rinnovato internamente ma che ha conservato la storica facciata firmata anch’essa da Marcello Piacentini.

Buona lettura!
Silvestro Serra

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