Antonioni, un regista ferrarese da cima a fondo

«Ho incontrato Michelangelo quando si stava allontanando da Ferrara, dopo aver fatto Zabriskie Point, uno dei suoi film americani. Quindi era proprio nella fase in cui lasciava la provincia italiana alle spalle. Però Michelangelo era ferrarese da cima a fondo. Le sue origini sono sempre state la fonte della sua ispirazione, del suo guardare. È come se fosse sempre stato in una piazza di Ferrara, in quello spazio vuoto, nebbioso, silente, lontano. Sebbene poi, essendo un uomo meravigliosamente poliedrico, avesse l’aspetto ferrarese, nebbioso, provinciale, introverso, non generoso (lo posso dire perché io sono genovese).
Ma aveva anche uno sguardo solare, secco, che vede l’orizzonte. Per questo ha dovuto avvicinarsi al deserto, che corrispondeva alla sua natura ancora più profonda».

«Era ferrarese anche nella vita. I ferraresi sono un po’ britannici: sono molto eleganti e stanno sempre un metro sopra la realtà, distaccati dal mondo. Anche quando vanno in bicicletta, fendendo la nebbia nel silenzio. Il ferrarese è un uomo che sta per conto suo, che non vuole essere disturbato né ha tanta voglia di disturbare. E molto intellettuale. E ha un po’ di difficoltà a comunicare con gli altri».

«Michelangelo amava molto la pittura metafisica. Però non era assolutamente un uomo romantico. Era molto più freddo, detestava il romanticismo».

«La sceneggiatura di Al di là delle nuvole è stata costruita sulla base del suo libro di racconti Quel bowling sul Tevere. In quella fase Michelangelo non poteva più scrivere e gli abbiamo proposto di scegliere tra i testi che aveva scritto prima della malattia. All’inizio non voleva assolutamente fare l’episodio ferrarese, perché il ritorno a Ferrara era ogni volta una specie di sfida, una prova d’amore. E, forse, non si sentiva all’altezza, nelle condizioni in cui era allora, di restituire quel sentimento d’amore. Invece Wim Wenders ha insistito tantissimo, e alla fine l’abbiamo convinto».

«Le scene a Comacchio sono state girate negli uffici abbandonati. Vedendoli, Michelangelo ha detto che andavano bene ma che voleva tutto verde. Per fortuna c’era un art director geniale che ha fatto tutto verde: le mura fuori, i muri dentro, i copriletto, solo le tovaglie erano a quadretti. Invece la casa di Carmen al palazzo Prosperi-Sacrati era di qualcuno, forse di una persona che lavorava in portineria. Per Michelangelo andava benissimo, c’è stato poco lavoro di scenografia».

«Quando lui si è ammalato, abbiamo deciso di sistemare il suo archivio. C’era tutta la sua biblioteca: 11mila volumi, 12mila foto, tutti i suoi dischi. Adesso stanno nei caveau di Palazzo dei Diamanti».

Il museo di Antonioni ideale? «Per me sarebbe un museo online, con tutto il suo archivio digitalizzato. Una piazza vuota online, in cui a volte c’è il sole, a volte la nebbia. E ci sono tante stanze: della Notte, del Blow Up, della nebbia. Un po’ come alla mostra di Palazzo dei Diamanti (vedi pag. 46). Così si arriverebbe a una leggerezza e una condivisione globale delle cose».