Intervista ad Anilda Ibrahimi, scrittrice

Vaggi da sola?
«Feci il primo viaggio da sola, all’età di 18 anni quando lasciai la mia famiglia per andare all’università. Ricordo il senso d’ebbrezza per la libertà tanto sognata durante il liceo mischiata alla mestizia di sapere che era finita per sempre un’epoca.  Poi, ricordo un altro viaggio pochi anni dopo. Arrivai a Zurigo per Natale e scoprii  che tutti i miei  bagagli erano sbagliati. La valigia era piena di tubini e tacchi da dodici, invece era tutto coperto di neve. All’aeroporto ho dovuto comprare delle scarpe nuove. La sensazione che ho sempre provato è inspiegabile, quella di un’altra possibilità in un luogo sconosciuto, un nuovo inizio, un nuovo mondo. Ci sono mille cose oltre l’orizzonte che non conosciamo ma possono diventare nostre, altre vite».

Cosa significa per te la parola viaggio?
«Andare  avanti e indietro nel passato e nel futuro. Mi considero nomade del presente. La mia temporalità la creo attraverso le storie, credo che la mia narrazione nasca da questo bisogno. La traccia che seguo nei miei romanzi, l’unica, è quella della fuga. Andare altrove, sfuggire al proprio tempo, creare un nuovo territorio».

Si viaggia nello spazio, ma anche nella storia
«Viaggio nella memoria dei miei antenati. La memoria è senza patria,  è un continuo viaggio da una generazione all’altra, da una lingua all’altra. Ma anche da un luogo all’altro. Gli stessi ricordi sono perennemente in viaggio». 

C’è una relazione tra viaggio e migrazione?
«Migrante per me è chi è capace di vivere in ogni luogo. È l’incredibile potere di appartenere a luoghi diversi senza radici. Vivere tra lingue, tra identità, tra mondi. Ridefinire la nuova identità che non è più fissa, ma in movimento. Per un migrante non esiste un territorio di appartenenza, anche perché parlare di identità come una cosa fissa in epoca postmoderna non avrebbe senso».­

Ci sono differenze tra il modo di viaggiare delle donne e degli uomini?
«Nel viaggio che ho compiuto nei diversi strati della mia memoria per scrivere il primo romanzo, ho scoperto che la memoria delle donne è completamente diversa da quella degli uomini. Perché è nella vita, nei canti, nelle ninne nanne, nel cibo, nelle storie. Tutto ciò che apparteneva alle donne che rimanevano a casa a trasmettere la cultura ai figli, mentre gli uomini erano in guerra o fuori casa. Ho notato che anche le memorie di mio padre appartenevano a mia nonna, lui ricordava ciò che lei gli aveva trasmesso. La memoria delle donne è quella del divenire».