Scrittrici in viaggio, una breve storia

Nel 385 d.C un’agiata signora di nome Egeria parte dall’Europa e raggiunge da sola Gerusalemme. Se la ragione ufficiale del viaggio è il pellegrinaggio, sono le lingue, i costumi, le persone a incuriosirla nei suoi vagabongaggi attraverso Costantinopoli, la Cappadocia, l’Egitto. Conosciamo il suo viaggio perché lo racconta in uno scritto, Itinerarium, ma non era la sola donna all’epoca ad avventurarsi in terre lontane: come lei altre pellegrine, regnanti, mercanti viaggiavano per mare e per terra, in condizioni tutt’altro che agevoli.
Passano i secoli, la storia continua. Elizabeth Marsh è nata a Portsmouth nel 1735, padre inglese e madre giamaicana. Prima con i genitori e poi da sola, trascorre la vita viaggiando: Mediterraneo, Atlantico, Inghilterra, Portogallo. Esplora l’India, si spinge fino a Rio de Janeiro e in Florida. Nel frattempo si sposa, si separa, viene rapita e trascinata in Marocco (lungi dall’essere spaventata, dall’esperienza trae un memoir, che è il primo reportage sul Paese scritto da una donna in inglese). Più che una storia di viaggi la sua è la mappa di un mondo in una vita e di una vita nel mondo (la vicenda è raccontata da Linda Colley in L’odissea di Elizabeth Marsh. Einaudi). A pochi anni di distanza, nel 1796, l’inglese Mary Wollstonecraft, filosofa e femminista ante-litteram pubblica Lettere scritte durante un breve soggiorno in Svezia, Norvegia e Danimarca (Rubbettino): assai più di un reportage. «L’arte del viaggio è un ramo dell’arte del pensiero» sosteneva, e in effetti impressiona la sua capacità di allargare la riflessione, trasformando il viaggio in uno strumento di conoscenza del presente.

Tocca poi ad Alexandra David-Néel stupire il mondo con i suoi viaggi che dal 1890 all’inizio del Novecento la vedono spostarsi dall’Africa all’India, da Pechino a Lhasa, in Tibet, dove arriva a piedi travestita da tibetana. L’elenco potrebbe continuare, a dimostrazione che anche andando indietro nel tempo, è facile constatare che non tutte le donne hanno seguito l’esempio di Penelope. È però in epoca più recente che il viaggio assume il significato di una sorta di rinascita, qualcosa che aiuta a conoscere se stesse e ritrovare una perduta capacità di abitare il mondo. Sulle spalle uno zaino pesantissimo e una vita se possibile anche più pesante: è questo il bagaglio di Cheryl Strayed quando si mette in viaggio. Ha ventisei anni e quello che l’aspetta sono cento giorni di cammino solitario lungo un sentiero di quattromila chilometri che parte dal sud della California e arriva fino all’Oregon. Quello che non sa è che in realtà quello che si appresta a fare è anche un altro viaggio, più faticoso, dentro il suo passato: la morte della madre, l’uso disinvolto di droga, un marito giusto che si è perso dentro un matrimonio sbagliato (Wild, Piemme).

«Fare del viaggiare un destino» è quanto accade a Dacia Maraini che più che una casa sembra aver abitato il mondo. «Sono nata viaggiando. Ho saputo solo più tardi che il viaggio era un male di famiglia»: un male che in un modo o nell’altro si intrufola nei suoi libri. Dacia è instancabile, non solo nello spostarsi, ma nel non lasciarsi ingannare dal luogo comune, nell’interrogazione caparbia di ogni luogo e ogni persona che incontra, perché non cerca un’immagine, ma l’anima dei luoghi, quella che i turisti non vedono.