di B. Zanzottera/Parallelozero di B. Zanzottera/Parallelozero di B. Zanzottera/Parallelozero di B. Zanzottera/Parallelozero di B. Zanzottera/Parallelozero di B. Zanzottera/Parallelozero di B. Zanzottera/Parallelozero di B. Zanzottera/Parallelozero di B. Zanzottera/Parallelozero di B. Zanzottera/Parallelozero di B. Zanzottera/Parallelozero

Low Cost: Danzica

di Tino Mantarro | Fotografie di B. Zanzottera/Parallelozero

Ricordata più che altro per l'epopea di Solidarnosc e Lech Walesa, o per la tragedia della Seconda guerra mondiale, una visita alla storica città mercantile sulle rive del Baltico ribalta tutti i luoghi comuni sulla Polonia: addio cieli grigi e atmosfere tristi. E alla vigilia degli Europei di calcio del prossimo giugno svela uno spirito incredibilmente vivace, un'intensa vita culturale animata da giovani e non e un'ottima ospitalità, con un rapporto qualità prezzo davvero conveniente.

Low Cost: Danzica

La nostra geografia mentale si nutre prima di tutto di storie. Dici Danzica e alla mente vengono solo immagini di repertorio. Frammenti in bianco e nero di operai baffuti che protestano davanti a un cancello. Immagini datate, certo. Eppure non si riesce a togliersele dalla testa: Solidarnos´c´, Wałe˛sa, i cantieri navali. E allora non puoi non pensare che Danzica sia altro che un relitto postindustriale e postsovietico: un paesaggio di gru col braccio penzoloni e palazzi squadrati, incorniciato da un cielo scolorito e comunque grigio.

Falso, falsissimo. Alle volte è bello ricredersi. Quando si giunge a Danzica si rimane colpiti da due cose: non c’è il mare e sembra subito un bel posto. Basta arrivare al Główne Miasto, la città principale, e introdursi nel tessuto compatto di vie strette costeggiate da palazzetti in mattoni per percepire un’atmosfera bella, intima e giovanile. Case strette, alte quattro piani, decorate con audacia: ricordano il profilo delle città anseatiche e testimoniano la ricchezza della città nel XVI e XVII secolo.

Piani bassi occupati da bar che altrove si dicono alla moda, negozi che traboccano di lino e d’ambra; in alto imponenti e variopinte facciate abbracciano tutti gli stili, dal neoclassico al gotico. Basta infilarsi tra i porticati, saltabeccando tra una via e l’altra, passeggiando sotto l’imponente mole della Kos´ciół Maricaki, la chiesa di mattoni più grande del mondo come amano ricordare con civetteria le guide locali, e si ha l’impressione, spiazzante, di trovarsi in una borghese città centroeuropea di stampo tedesco. L’Est Europa è altrove.

Ma occorre andare con ordine e pagare il tributo alla Danzica della nostra immaginazione. Per farlo bisogna uscire dal centro, attraversare quartieri di palazzi da socialismo reale non per forza orrendi e arrivare in plac Solidarnos´ci. Qui c’è l’ingresso principale di quelli che fino al 1989 erano gli Stocznia Gdans´ka Lenina, i cantieri navali Lenin, cuore industriale della città. Al centro c’è un’immensa statua che ricorda i 44 lavoratori uccisi durante le proteste del 1970. Artisticamente è brutta: tre grosse ancore issate a 40 metri che si intersecano a tre snelle croci. Ma quel che conta è il valore simbolico: le spose novelle depongono ancora i loro bouquet ai suoi piedi. Nel periodo della legge marziale il governo del maresciallo Jaruzelski lo voleva abbattere, ma oggi che il cantiere in gran parte ha chiuso, è ancora lì.

Per finire i conti con la storia, è d’obbligo l’esposizione “la strada per la libertà”: racconta della Polonia tra il 1956 e il giugno 1989, quando si tennero le prime elezioni libere. Fornisce un’idea della vita quotidiana durante il regime. All’ingresso la riproduzione fedele di un fruttivendolo della Repubblica Popolare di Polonia: banchi vuoti e pochi prodotti. Unico ad abbondare l’aceto, che arrivava ogni giorno. Nelle altre sale viene scandito il percorso di Solidarnos´c´: i 18 giorni di sciopero dell’agosto 1980, le 21 domande che Wałe˛sa appese ai cancelli dei cantieri, i 16 mesi di speranza in cui rimase legale e i tre anni di legge marziale. In futuro il museo traslocherà nell’area un tempo occupata dal cantiere, non distante dallo stadio color ambra costruito per gli Europei che rappresenta il primo tassello della Danzica di domani. Nei piani questa sarà un’area di condomini ultramoderni già battezzata young city, città dei giovani.

Nel frattempo alcuni giovani hanno colonizzato le aree del fu cantiere aprendo gallerie e spazi per artisti che crescono con una proporzione inversa rispetto al numero degli operai al lavoro. Sul muro di cinta Iwona Zaja˛c ha costruito un grande murales che ne racconta la storia. Mentre Aneta Szytak e altri si prendono cura dell’Istituto d’arte Wyspa, che gestisce un bar, una galleria e dallo scorso anno organizza il festival d’arte Alternativa, manifestazione che si tiene in un palazzo davanti agli invasi.

Una combinazione di arte e industria pesante da vedere prima che l’orizzonte venga coperto di appartamenti. Alla Wyspa, in estate, organizzano un giro tra il nostalgico e l’educativo degli Stocznia Gdan´ska. Portano a spasso per i cantieri con un vecchio pulmino sovietico accompagnati da un operaio in pensione che per l’occasione indossa la tuta blu e apre la valigia dei ricordi.

Ma in estate Danzica ha anche altre attrattive e ricorda di essere pur sempre città di mare. Basterebbe prendere il tram per andare sulle spiagge cittadine: Stogi, Jelitkowo, Przymorze. Però i polacchi preferiscono il treno e vanno un poco oltre. Se è vero che ogni Paese con qualche chilometro di litorale ha la sua Riviera romagnola, quella polacca è Sopot. Venti minuti da Gdan´sk Główny e si arriva sulle basse coste del Baltico. In estate con le sue spiagge bianche e compatte, le ville fin-de-siècle e gli animati caffè, Sopot diventa il vero centro della movida giovanile. E anche il centro storico di Danzica si anima durante la bella stagione, dimostrando di non essere solo uno scenario ricostruito a uso turistico, ma un luogo straordinariamente vivo. Chiuso idealmente tra la porta d’oro e la porta verde, insiste sull’ulica Długa e sul Długi Rynek, il mercato lungo, su cui si affacciano i ricchi palazzetti dei notabili. Liso e vissuto, pare non sia stato fedelmente ricostruito negli anni Cinquanta dopo che durante la seconda guerra mondiale, come il 90 per cento della città, venne raso al suolo.

Dal lato della porta verde, più che una porta, un fastoso palazzo al cui interno ha il suo ufficio da ex presidente Lech Wałe˛sa, ci si affaccia sulla Matlawa, il braccio morto della Vistola che unisce la città al Baltico. Sulle sue sponde attraccavano i battelli dei mercanti e complesse gru di legno (una, la Zurawa, è ancora intatta e funzionante) scaricavano merci e granaglie. Oggi passeggiano turisti e coppiette, intenti a vedere e farsi vedere. Contribuiscono a creare quell’atmosfera che non t’aspetteresti di trovare a Danzica. Sono il segno che alle volte bisogna resettare la propria geografia mentale.