Le gite scolastische dei vip

Pupi Avanti, regista.

Ha mai fatto una gita scolastica?
Non era consuetudine. Ho frequentato una scuola plumbea, ho dei brutti ricordi. Ci mettevo del mio: ero un pessimo studente, ma avevo insegnanti senza vocazione.

Eppure ha girato «Una gita scolastica»...
Il film trae ispirazione da un meraviglioso racconto di mia zia per la quale quel viaggio era una vera e propria metafora della felicità. Il percorso, dall’Emilia alla Toscana a piedi, era il simbolo dell’iniziazione. A quei tempi la classe era rappresentativa del mondo, il microcosmo che includeva tutti i prototipi. 

Crede che questo oggi non valga più?
Oggi non ci sono più situazioni così limitate, univoche. Al tempo gli archetipi erano essenziali, oggi tutto è relativo. La gita non è più quel viaggio iniziatico che invece nel film volevo riprodurre. Adesso anche chi non viaggia fisicamente, lo fa attraverso i media. Ai tempi descritti nel film i sentimenti erano più forti, esisteva lo stupore. Dormire fuori casa era un evento unico, seducente. I ragazzi affrontavano le esperienze con gradualità, il tempo era diluito. L’amore era platonico

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Margherita Buy, attrice

Che ricordo ha delle gite?
Non mi torna in mente nessun posto in particolare, ma ricordo l’allegria in pullman. La gita rappresentava la possibilità di vedere gli altri fuori dai ruoli in cui si è costretti in un’aula. Fra i professori, penso volentieri a quello di religione, particolarmente simpatico, che ci aveva accompagnato. Con lui e con alcuni compagni di classe ho mantenuto anche dei rapporti, tuttora vivi. Era un prete e anni dopo ha celebrato le nozze di due di noi.

Manda sua figlia in gita?

Certo, a 11 anni è già stata in tanti musei, al Colosseo, a Venezia, a Londra. Ultimamente ha fatto un viaggio di istruzione a Calcata, borgo medievale in provincia di Viterbo. Un posto che avrebbe bisogno di maggiore attenzione per essere mantenuto degnamente. 

Che rapporto ha con il viaggio?  

Non viaggio volentieri. O meglio, sono un po’ pigra. Forse anche perché per lavoro sono costretta a viaggiare parecchio, spesso da sola, quindi stare a casa mi piace. Mi annoia la parte prima della partenza, poi quando mi ci trovo sono felice di essere andata.

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Silvia dal Prà, insegnante e scrittrice

Ha accompagnato studenti in gita?
Ricordo le mie gite del liceo: sul tetto dell’albergo con una bottiglia a sbronzarsi, alle quattro del mattino, quando i professori pensavano che fossimo tutti a letto. Con ricordi del genere, ci pensi due volte prima di accompagnare in gita i ragazzi. L’ho fatto una volta sola, per tre giorni, nessun altro ci voleva andare. Per fortuna l’esperienza è stata positiva: mi aspettavo il delirio e invece sono stata anche invitata a un pigiama party a base di patatine e Coca cola. Mi sono stupita di quanto fossero tranquilli. Forse perché hanno molte più possibilità di andare in giro, non hanno bisogno della gita per scatenarsi.

Ha ancora senso farle?
Se sono di istruzione sì, se rappresentano anche una possibile apertura al resto del mondo, un insegnamento. E poi rimangono in ogni modo un’esperienza, qualcosa che i ragazzi si porteranno dietro. Certo, non tutti rispondono positivamente: mi sembra che oggi siano meno appetibili. I ragazzi, soprattutto se già grandini, con un volo low cost nelle grandi capitali possono andarci da soli, magari spendendo meno.