ESCLUSIVA WEB - Il parco nazionale della Sila

Pubblichiamo in versione integrale l'articolo "Mettersi in Sila", pubblicato su Qui Touring nel mese di ottobre 2011. Tema: il parco nazionale e le sue peculiarità. 

 “Tutti sanno che esiste ma nessuno sa che cos’è”. Si arrampica, lo scoiattolo, veloce come il fulmine e nero come la pece. Un attimo ed è già sparito tra le fronde del vutullo numero 23, perdendosi nella rada chioma che quasi non si vede da terra. I giganti di Fallistro, li chiamano questi 57 mastodontici pini larici (vutulli in dialetto locale) che da qualche centinaio d’anni guardano la Sila Grande dall’alto: simbolo di quella generosa selva brutia, come già la definiva Virgilio, che elargì legno a destra e a manca, ai Greci per le loro navi, ai Papi per costruire S. Pietro, agli americani per ripagarli dei torti subiti durante la guerra. “I silani ci ricavavano la pece bruzia, che non aveva rivali per profumo e proprietà” spiega Pietro Vallone, agente del Corpo forestale dello Stato, mentre vaghiamo con il naso all’insù ricercando lo scoiattolo fantasma. Più tardi, Pietro ci porta fin su a Macchia Longa, strada dissestata che sale tra i faggi, poi ancora tra i pini, fino a raggiungere pianori d’alta quota dove vagano mansuete le podoliche, bianche e placide mucche che insieme al vutullo sono un’altra gloria della Sila. Dalla cima, l’altopiano si perde nel sole, tra i boschi, le praterie e il lago di Cecita che occhieggia da lontano. “Non è bello, da quassù?” sussurra Pietro. “Io ci vengo da vent’anni e non mi sono ancora stancato”. Pare Trentino, o forse Scandinavia, o anche Canada. Nord, comunque. “E dovresti vederlo d’inverno, quando tutto è avvolto dalla neve e qui si viene con le ciaspole”. Pensare che il Mediterraneo è lì dietro l’angolo.

“Tutti sanno che esiste ma nessuno sa che cos’è”. Plana verso il mare, la poiana, lenta e maestosa come solo i rapaci sanno volare. Un’ora di auto verso sud e la montagna diventa collina, il pino l’ulivo. “Le capanne dei pastori erano costruite con rami di mirto e ginestra” racconta Pasquale De Fazio mentre entriamo nel canyon delle Valli Cupe, a qualche chilometro da Sersale. Là i peciari, qui i pastori e i briganti: altre storie, sempre storie di Sila. Il canyon di arenaria si spiega prima stretto, poi più ampio tra ciuffi di capelvenere e lucertole che si rincorrono, lo percorriamo nell’afa di una mattina di un settembre glorioso. Non c’è una carta, per terra, la segnaletica è perfetta, il sentiero pure. Pasquale ci spiega che la sua cooperativa ne gestisce quattro, di siti naturalistici, per i Comuni di Sersale e Zagarise: cascate e gole (quella del Crocchio regala idilliache pozze d’acqua cristallina) che sono state ben attrezzate con camminamenti e passerelle. Loro provvedono a visite guidate per scuole e famiglie, mentre ai turisti singoli chiedono un simbolico biglietto d’ingresso per ripagare manutenzione e investimenti. Se fossero tutti così... e non solo perché della Calabria spesso si ha un’altra, superficiale idea. Risaliamo in un tripudio di fichi d’India. Pensare che i duemila metri (e il fresco) del monte Botte Donato sono lì dietro l’angolo.

“Tutti sanno che esiste ma nessuno sa che cos’è”. Razzola senza sosta, il maiale, come lo scoiattolo è nero come l’inchiostro, devono essere tutte nere le tipicità di questi luoghi, nero pure lo stupendo picchio che di solito vive sulle Alpi (e in Siberia) e ha fatto un’eccezione arrivando così a sud – ah no, la podolica è bianca, come non detto. I maiali grufolano, i covoni seccano al sole, le vacche sono pronte per essere munte e Saverio Grillo ci mostra la sua Fattoria Biò, presso Camigliatello Silano, azienda agricola che con altre dieci della zona ha deciso di aprire le porte ai turisti, “vengono sulla Sila a passare dodici ore con il fattore, e sai quanto si divertono”, evoluzione intelligente del concetto di agriturismo, “per me è il massimo raccontare della mia terra facendo vivere la mia vita”. Orgoglio silano, lo stesso che troviamo in altre forme da Pietro Lecce, chef della Tavernetta, che in altre forme ci presenta anche il (povero) maiale nero: un filetto steccato con la radice di liquirizia, un cubo di petto laccato con il miele di fichi. Superfluo scrivere la recensione del piatto. “Filiera corta, chilometro zero, tutti prodotti locali” racconta Pietro, che è nato “in queste troppe”, come dice lui, ovvero in queste steppe a due passi dal lago di Cecita. E via allora con il maiale e la podolica, ma anche con le patate (l’altopiano ne produce varietà pregiate) e soprattutto con i funghi, porcini, ovoli, finferli, rositi, ce n’è per tutti i gusti nelle selve della Sila, tanto che i porcini nei negozi li vendono come porcini di pino, porcini di faggio, porcini di castagno, “perché ogni albero ha il suo porcino e ogni porcino le sue peculiarità”. Pensare che ci immaginavamo due grigliate in croce.

“Tutti sanno che esiste ma nessuno sa che cos’è”. Potete cercare pini e ulivi, scoiattoli e maiali, sulla Sila. Ma non venite a cercare borghi: ce ne sono pochi; e quei pochi non valgono. Tuttavia, qualcuno racconta storie. Lo scopriamo a San Giovanni in Fiore, quando ci si para davanti la mole dell’abbazia Florense: un’unica, spoglia navata di pietra e simboli che narrano di antichi pensieri. Tre finestre per lato, tre rosoni sull’abside: sarà un caso o un richiamo alla cosmogonia di Gioacchino da Fiore, il monaco-abate-teologo-esegeta-filosofo che nel 1100 visse da queste parti e fu poi venerato in questa imponente struttura? “Il calavrese abate Giovacchino/di spirito profetico dotato” lo incontra Dante nel Paradiso, e pare proprio che il divin maestro abbia attinto parecchio, nella Commedia, dall’opera gioachimita. “Sono di Gioacchino i Cerchi Trinitari, la figura del Veltro, l’ordinamento del Paradiso; e Gioacchino fu precursore della regola francescana” spiega Giuseppe Succurro, il presidente del Centro internazionale studi gioachimiti, che raduna studiosi da ogni parte del mondo e ha sede di fianco all’abbazia, sopra all’eccellente Museo demologico. Storie su cui si potrebbe scrivere un libro, così come quella che scopriamo a Taverna, dove l’eroe locale si chiama Mattia Preti e già qualcuno avrà capito che stiamo parlando di quel pittore seicentesco, allievo spirituale del Caravaggio, i cui quadri sono conservati nei musei di mezzo mondo. “Preti fu sempre legato a Taverna: anche quando si trasferì a Malta, affrescando buona parte della Concattedrale, ritornò nella sua città natale per contribuire alla realizzazione artistica di questa chiesa” ci racconta Clementina Amelio, assessore alla cultura, mentre ammiriamo il Cristo Fulminante sopra l’altare di S. Domenico. Il Museo civico, S. Domenico e S. Barbara: un itinerario pretiano è d’obbligo, a Taverna.

“Tutti sanno che esiste ma nessuno sa che cos’è”. Oltre 74mila ettari di montagne, pini, poiane, cascate, altopiani, tele, mucche, gole, ulivi, funghi, abbazie. Tre parti, la Piccola (a sud), la Grande (nel centro) e la Greca (a settentrione). Tre laghi artificiali e ben tre province, Catanzaro, Cosenza e Crotone. A parte la ricorrenza del numero magico di Gioacchino, c’è qualcosa che tiene insieme la Sila? “Non c’è dubbio, il suo parco nazionale” risponde il presidente Sonia Ferrari. Che da qualche anno, insieme al direttore Michele Laudati, sta facendo miracoli nel far marciare un ente che vuole fare il salto di qualità. Parte del vecchio parco della Calabria, dal 2002 ingrandito e divenuto autonomo, pian piano sta diventando un punto di riferimento insostituibile per il territorio. E lo si coglie dappertutto: nei progetti di tutela, nella promozione, nella divulgazione. “Ci siamo rimboccati le maniche, ma i silani sono stati reattivi” racconta Sonia, che è docente di marketing turistico all’università della Calabria. “La mia regione è ancora indietro come riconoscimenti, da Slow Food all’Unesco, ma se li merita tutti”. Dalle esibizioni di sleddog sull’altopiano di Carlomagno (bisogna ritornarci d’inverno) alla creazione della mascotte del parco (un lupo, battezzato Silotto da Silva...), dai pacchetti turistici che per la prima volta hanno coinvolto gli operatori al conseguimento della Carta europea del turismo sostenibile: tutto va in una direzione (e tante aree protette del Sud dovrebbero solo prendere esempio). E basta vedere l’ordine svizzero dei due centri visita (in arrivo un terzo), in cui si possono passare giornate intere, tanto c’è da vedere, tra musei e sentieri, e che davvero non hanno paragoni altrove. “Prossimi obiettivi: la realizzazione dell’ippovia e il recupero della vecchia ferrovia a vapore, un progetto che porterebbe turismo slow, perfetto per il territorio del parco”.

“Tutti sanno che esiste ma nessuno sa che cos’è”. Sante parole, quelle della presidente del parco. Noi pure non sapevamo che cosa fosse la Sila, prima di andarci. Un’idea ce la siamo fatta.