L'intervista. A tu per tu con Andrea Camilleri

“Parliamoci chiaro: viaggiare per il viaggiare, per andare a conoscere usi e costumi, gente e luoghi, non mi interessa. Per mia natura. Non ho mai avuto curiosità di andare in un posto estraneo all’Italia. Quando mi sono mosso l’ho sempre fatto per lavoro. L’unica vacanza che ho fatto, a Vienna, a momenti ci lasciavo le penne. Ho avuto un ictus. Mai più”.

“Con Montalbano lo so che ho creato un fenomeno turistico, ma nella zona sbagliata. La mia è la zona occidentale. Ma devo riconoscere che ha avuto ragione chi ha fatto il set nella Sicilia orientale. È bellissima. Quella occidentale è distrutta. Io mi ricordo. Erano anni che non andavo più a Monreale. E c’era un posto dove, dopo una curva, vedevi una distesa infinita piena di aranceti. Arrivati alla curva dissi a mia moglie, che era la prima volta che veniva in Sicilia, di chiudere gli occhi. E poi di aprirli. E che è? mi rispose: «una distesa di cemento». Il sacco di Palermo.”

”Conosco quasi tutto della Sicilia. In coscienza. Io sono di un paese di mare e per me la zona prospiciente il mare è la più bella. Ciò non toglie che la Sicilia verso la quale sento un grosso senso di appartenenza è quella intorno a Enna. Quei paesini di vera montagna che sono completamente diversi da quelli di montagna del Nord. Quella Sicilia solitaria, la meno conosciuta ma la più piena di leggende, la più affascinante. Come Enna. Vicino al castello di Lombardia, che era il castello di Federico, c’è la torre ottagonale: lì nella pietra sono ricavati dei sedili e la leggenda dice che l’imperatore si sedesse con i suoi poeti... d’altra parte lì nasce la poesia italiana. Persino padre Dante nel De vulgari eloquentia dice «dobbiamo tutto ai siciliani». Ed è qui che Jacopo da Lentini si inventò quella macchina metrica perfetta che è il sonetto. Diventerà la forma poetica italiana per eccellenza. Poi a Enna c’è la rocca di Cerere, il lago di Pergusa, che secondo la leggenda nasce dal pianto di Cerere. Ci sono tracce magiche molto interessanti.”

“A Roma ci sono arrivato nel ‘49. Era un sogno. Potevi conoscere e parlare con chiunque e tutti ti ascoltavano. Una città accogliente come nessun’altra. Ma era anche un mondo internazionale che si raggruppava a via Veneto. Il destino ha voluto che mi muovessi sempre in zona Prati, ma Roma l’ho girata molto, anche di notte, anche da solo. Potevi fare gli incontri più straordinari. Era stupenda. Questo che oggi si chiama bar Canova in piazza del Popolo si chiamava Luxor. I pittori e gli artisti scultori e musicisti frequentavano il Luxor, i letterati Rosati. E c’era osmosi.”

“Oggi c’è il collezionismo del viaggiare. Il viaggio è sempre una mutazione, se viaggi per conoscere persone e luoghi la tua esperienza può essere una noia mortale o una grande acquisizione; ma se lo fai per aumentare la collezione, fotografarlo con il telefonino e farlo vedere agli amici allora non ha senso.
Mi sono reso conto che in tutti i viaggi che ho fatto non mi sono mai portato una macchina fotografica. Non ho mai scattato una foto. Così come non ho mai guidato l’auto. Non ho la patente. Veramente una volta ho guidato ma senza patente, a Bagnolo: non volevo rompere le palle a essere sempre accompagnato...”

Questo è il modo di viaggiare di Andrea Camilleri.
Potete scoprire il nostro modo di viaggiare dal 13 marzo visitando la mostra “In viaggio con l'Italia”.

E voi? Qual è il vostro modo di viaggiare? Scriveteci, costruiamo insieme un altro pezzo di questa storia!