Milano, il mondo della Ghisolfa

Marco GarofaloMarco GarofaloMarco GarofaloMarco GarofaloMarco GarofaloMarco Garofalo

Milano e le sue amate periferie, il Sacro Monte di Varallo, la casa natale di Novate. A vent’anni dalla morte di Giovanni Testori, drammaturgo, scrittore e artista, riscopriamo i suoi luoghi, che nonostante i cambiamenti conservano un’atmosfera particolare

«Milano vicina all’Europa», cantava Lucio Dalla. Non solo: oggi si potrebbe dire Milano vicina all’Expo, e quindi a tutto il mondo. Milano è moda, design, economia, legge. Milano è via Spiga, è via Savona, è piazza Affari, è il Palazzo di giustizia. Milano è tutto questo. Ma non è solo questo. È anche poesia, consolazione e sfida, premio e difficoltà: «Milano, città culla, città bara». Così la definiva Giovanni Testori, l’artista, pittore, scrittore e critico nato a Novate Milanese e che morì a Milano, città di cui amò raccogliere i vizi e le provocazioni, le meraviglie e le difficoltà, per tutta la vita. I novant’anni dalla nascita di Testori e i venti che corrono dalla sua morte (12 maggio 1923 – 16 marzo 1993) sono un’occasione per visitare i suoi luoghi, riscoprire una diversa Milano e un hinterland romantico, melanconico, sofferente quanto vivo.
Quasi tutti i giorni Testori da Novate arrivava in città a Cadorna con il treno delle 8.43 delle Ferrovie Nord: allo stesso modo si andrà quindi dall’hinterland a Milano, dalla campagna alla periferia fino al centro. Quelli testoriani sono luoghi che assumono un’anima e un carattere che ancora si distingue e che fu proprio lui a far emergere, con il suo linguaggio, il suo teatro e la sua arte.
«Era la sua passione, Milano. Non parlava d’altro» ci racconta Andrée Ruth Shammah, che nel 1972 fondò, insieme a Franco Parenti, Giovanni Testori, Dante Isella e Gian Maurizio Fercioni, il Salone Pier Lombardo, in un ex cinema in via Pier Lombardo, zona porta Romana, ora teatro Franco Parenti.

«Arrivava tutte le mattine alla Stazione Nord e girava, con la sua sciarpa rossa al collo, fino al suo studio in via Brera 8, o andava alla biblioteca dell’Accademia di Brera, o a quella del Castello Sforzesco. Testori ha dato molto a questa città. Sapere che non è più nel suo studio e non posso passare a trovarlo mi fa sentire molto la sua mancanza, come quella di Paolo Grassi, Giorgio Strehler e dello stesso Parenti.» E poi le gallerie e gli atelier degli artisti che il critico e pittore visitava in una città che negli anni Settanta era ricca d’arte e di ideali: «La città non è più la stessa che abbiamo conosciuto insieme quando io sono venuto qui» ci dice con un velo di tristezza Alain Toubas, compagno di Testori, dalla sua Compagnia del disegno, in via S. Maria Valle 5, che fin dalla fondazione (1973) promuove artisti prestando molta attenzione ai giovani. Alain è il solo erede di tutte le opere di Testori: «Ora Milano è una città più complicata, più burocratica – continua. – E poi non c’è quasi più la nebbia, che lui amava molto».
L’Associazione Testori, assieme al Piccolo Teatro di Milano, al teatro Franco Parenti e alla Fondazione Corriere della Sera, ha istituito il Premio Giovanni Testori, rivolto agli under 35 e diviso in due sezioni, arti figurative e letteratura. Scopo del premio è quello di promuovere la conoscenza di Giovanni Testori e raccoglierne l’eredità culturale. La proclamazione dei vincitori, il 16 dicembre, è stata l’evento clou del Cartellone XX Testori, per ricordare i vent’anni dalla scomparsa dello scrittore.
 

La sua era «una milano vera, con l’anima», aggiunge l’attrice Franca Valeri. Per lei Testori scrisse La Maria Brasca, che andò in scena al Piccolo Teatro nel 1960 con la regia di Mario Missiroli. «Testori sapeva comunicare senza paura – continua Valeri. – Era un uomo buono, e il suo linguaggio lo qualifica, allora come oggi, con un’espressività unica per raccontare Milano e la Brianza». La nebbia di cui parla Toubas è la stessa degli anni in cui Testori prese il posto di Pier Paolo Pasolini dopo la sua morte come responsabile delle pagine di arte del Corriere della Sera (1975), anni in cui «tutti i giorni, alle 12.15 era già qui», dice la signora Wilma Pagni, la cui famiglia dal 1958 è proprietaria e gestisce il Rigolo, il ristorante in via Solferino 11 che ha nutrito (e nutre) i giornalisti del Corriere e non solo: «Testori era un uomo abitudinario, schivo, silenzioso. Arrivava, si sedeva sempre al solito posto, nella seconda sala interna, e prendeva un riso in brodo col prezzemolo e pomodoro. O semmai una cotoletta, che voleva ben battuta ma senza osso».
Ci furono anche periodi in cui Testori visse a Milano (durante gli studi abitava in via S. Marta, vicino all’Università Cattolica, e poi in via Fatebenefratelli), ma la maggior parte delle volte la sera tornava alla stazione di Cadorna e ripartiva per Novate, dove il padre, Edoardo, di Sormano, aveva aperto e dirigeva lo stabilimento tessile Testori Filtri&Feltri. Accanto all’industria si trova, tuttora, la casa in cui viveva la famiglia Testori (Lina Paracchi, la madre, di Lasnigo, e i sei figli di cui Giovanni era il terzo): «Per vent’anni tutte le mattine arrivavo alle 8, gli preparavo la colazione e gli stiravo i pantaloni (li voleva perfetti).

Verso le 19.30 rientrava e voleva una minestra per cena» racconta la signora Rosaria, prima operaia in fabbrica nell’azienda Testori, e poi cuoca e domestica per tutta la famiglia: «Quando nel 1976 portò L’Arialda al Franco Parenti mi invitò, voleva che sedessi in prima fila. Era una persona colta, eppure non era mai presuntuoso, era umile e non faceva mai pesare le cose agli altri».

A Novate esistono ancora sia l’azienda Testori Filtri&Feltri sia la casa natale, ora centro culturale e galleria d’arte che organizza mostre e attività lungo tutto l’anno. Sempre a Novate, nella vicina chiesa di S. Carlo Borromeo, sono visibili (solo negli orari di apertura) gli affreschi del pittore giapponese Kei Mitsuuchi, che Testori stesso conobbe a Parigi e gli commissionò. «Testori aveva lo studio in via Brera e ogni giorno andava in centro a Milano, a parte i periodi in cui lì viveva. La sua indole, però, era rivolta alle periferie, ai luoghi dimenticati, al popolo» dice Giuseppe Frangi, nipote di Giovanni e direttore artistico di Casa Testori. E qui si apre un’altra porta, forse la più luminosa e la più rilevante dei luoghi dell’arte e della poetica testoriana, quella sulle periferie milanesi e le campagne brianzole, quelle dove ambientava le sue storie e dove faceva vivere i suoi personaggi: i territori cui Testori fu sempre più intimamente legato. Una vita di nebbia, di pugili, di periferie, di prostitute, di dialetti e di Gazzette dello Sport sotto il braccio. Oppure, ancora oltre, ancora più esterni rispetto ai mondi alla fine della città, ci si trova nella sua Brianza comasca, e il viaggio continua attraverso la campagna industriosa, attraverso i Sacri Monti e i paesaggi ancora boschivi da un lato e i regolati orari di lavoro nelle fabbriche padane e la vita corrispettiva e tranquilla dei piccoli paesi dall’altro.
 

Una pianura padana, tra Lombardia e Piemonte, che è poetica e sincera, problematica, ma piena di vita e di sentimenti, calda di passioni e circondata dal freddo e dal clima umido invernale. Una vita da pendolari, che va da Quarto Oggiaro al Lorenteggio, dalla Bovisa fino al paesaggio di natura e arte del Sacro Monte di Varallo, in Valsesia (Vercelli): «Entrare nel mondo di Giovanni Testori significa toccare con mano una vita che si nasconde ai nostri occhi. Entrare nei suoi luoghi significa privilegiare un corpo a corpo con la realtà» scrive Toubas nel catalogo della mostra a Palazzo Reale Giovanni Testori. I segreti di Milano, che lui curò nel 2004.
«Abito in Bovisa dal 2001 – racconta Milvia Marigliano, attrice che, pur non avendo mai lavorato con Testori, si sente vicina a lui. Lo conobbe nel 1983 durante un suo spettacolo con l’attore Mario Bertolazzi. – Questo quartiere è come il Bronx: ogni cento metri un kebab, una telefonia, è un mondo degradato. Artisticamente però si traggono da qui tanti spunti: io stessa come attrice attingo alla Gilda del Mac Mahon, alla Maria Brasca. La loro autenticità e come Giovanni le ha raccontate sono per me d’importanza fondamentale».
Testori si metteva sempre in gioco, si sfidava continuamente, e queste zone confinanti erano la sua tavolozza o il suo inchiostro: le frequentava, le conosceva, e nella sua arte le riporta in vita, dà risalto al mondo degli umili, di quelli che lui stesso definisce “gli irreparabili”, quelli che abitano la Ghisolfa, il Lorenteggio, il Giambellino, Niguarda fino a via Mac Mahon (che in particolare lui frequentò durante la collaborazione con il teatro Out Off, dalla seconda metà degli anni Ottanta fino alla sua morte). Zone che lui conosce direttamente e ritrae in modo mai commiserevole, sempre poetico, tanto da far loro assumere un fascino ancora ben riconoscibile e che ancora rimane intatto.

Fotografie di: Marco Garofalo