In Kenya abbiamo ritrovato l’Eden

Peter McBridePeter McBridePeter McBridePeter McBridePeter McBridePeter McBride

In un’area semisperduta nel Nord del Paese, una volta c’era un lago all’interno del cratere di un vulcano spento. Fu scoperto negli anni Venti da due coniugi texani che amavano l’avventura. Siamo andati a cercarlo dopo quasi un secolo

Recentemente, per il mio compleanno, ho ricevuto un regalo insolito, un libro consunto dal titolo Ho sposato l’avventura, comprato a un’asta solo perché al mio amico piaceva la copertina zebrata. Le memorie, pubblicate nel 1940, le ho lasciate per mesi su un ripiano, fino a che un pomeriggio ho incominciato a leggerle. La prosa era lenta, istrionica – come un vecchio film di Frank Capra – eppure mi ha completamente assorbito. In particolare quando sono arrivato
alla parte in cui l’autrice, Osa Johnson, con suo marito Martin, entrambi nativi del Texas, racconta la sua partenza per la lontana Africa Orientale nel 1921, decisa a documentare con un film una terra di cui non sapeva praticamente nulla. Ma che cosa pensava di fare?, mi sono chiesto. E che cosa hanno trovato? Il loro angolo di paradiso, si sarebbe scoperto.
Blayney Percival, il primo guardaparco keniota, rivelò ai Johnson quando si incontrarono a Nairobi che un vecchio scozzese aveva descritto un cratere nel Kenya settentrionale «che non si trova su nessuna mappa». Martin lo fissò sbalordito. «Vuoi dire che c’è un lago da queste parti che non conosce nessuno?». «Nessuno, e puoi star certo che ho tenuto le orecchie ben aperte».Martin era fuori di sé dall’emozione, tanto che subito esclamò:«Allora, andiamo!».E così fecero. Incaricarono un cacciatore di preparare il safari e di portarli attraverso le aride distese di lava nel deserto di Kaisut, nel Kenya settentrionale. Partirono con un esercito di portatori con carri tirati da buoi, alla ricerca di un lago della cui esistenza non erano nemmeno sicuri.
 

Per lunghe settimane la loro spedizione avanzò attraverso una terra inospitale fino a che s’imbatterono nel cratere di un vulcano spento in mezzo al deserto: si arrampicarono sulle sue pendici e si trovarono sull’orlo di una caldera, da cui contemplarono un piccolo lago. Era a forma di cucchiaio, largo quasi 400 metri e lungo circa 500, e saliva dolcemente in una ripida riva boscosa alta 60 metri. Un groviglio di rampicanti d’acqua e gigli africani crescevano nell’acqua bassa lungo l’orlo. Intorno anatre selvatiche, gru e aironi. Animali, più di quanti loro potessero contarne, se ne stavano tranquilli, immersi nell’acqua fino alle ginocchia, a bere. «Oh Martin, è il Paradiso!» disse Osa. Così il lago fu subito battezzato.
Una storia magnifica, misteriosa, specialmente per una persona come me, che ha viaggiato da una parte all’altra del Kenya e non ha mai sentito parlare del lago Paradiso. Ho fatto subito una ricerca del nome, ma anche cercando in rete non ho trovato quasi nulla sul lago dopo l’esplorazione dei Johnson, salvo alcune foto non datate, notizie di sporadici safari, avvertimenti sulla difficoltà del viaggio. Sembrava che il lago Paradiso – un tempo Giardino dell’Eden in mezzo a un ostile deserto africano – fosse svanito negli anni successivi.
Com’era possibile? Il lago Paradiso esiste ancora? E se è così, che ne è stato dei branchi di elefanti che i Johnson hanno filmato e dell’antica foresta rifugio di ghepardi, babbuini e bufali africani?
Mi era venuto un gran desiderio di ritrovarlo, e così, come i John­son 90 anni prima, ho preparato la spedizione. C’era solo un problema: come i Johnson, anch’io avevo bisogno di qualcuno che mi guidasse.

Ho raggiunto così il campo Cottar 1920, che si trova in un’area di altissime scarpate, vaste praterie e fiumi sinuosi nel Kenya sudoccidentale. Ero in un’ampia area di pascolo per animali selvatici, tra ghepardi, leoni, zebre, giraffe e gnu. Il mio incontro con il proprietario, Calvin Cottar, fu risolutivo. Dopo mesi di ricerche in cui non avevo trovato nessuno in Kenya che avesse mai sentito parlare del lago Paradiso, quando conversai con un’amica californiana, Sarah Robarts, cresciuta e nata in Kenya, lei mi disse: «Dovresti incontrare Calvin Cottar. Se c’è qualcuno che sa dove si trova, quello è Calvin». Non solo lo sapeva, ma mi disse che era stato suo prozio Bud Cottar ad aver guidato i Johnson al lago Paradiso nel 1921. Calvin fu così entusiasta della mia idea di andare a vedere che ne era stato del lago che accettò subito di farmi da guida. Il programma era di partire dal suo campo, al confine con la Tanzania, più di 480 chilometri a sud del lago Paradiso, poiché Calvin desiderava farmi vivere la stessa esperienza vissuta dai Johnson negli anni Venti del secolo scorso.
Partiamo. A due terzi della strada, ad Archer’s Post, la pista di sassi termina e si trasforma in una striscia di terra, sabbia e pietre sparse. Dopo la collina chiamata Ol Doinyo Sabachi, che segna la fine della catena montuosa Mathews, ci dirigiamo a ovest verso la città di Wamba, nella pallida luce del tramonto. Nel nostro procedere siamo passati dalla savana lussureggiante della riserva nazionale Masai Mara, dov’è situato il campo Cottar, alle pianure rossastre e polverose del Nord. E ora ci stiamo dirigendo verso Sarara, un accampamento in un’area protetta di proprietà della locale tribù Samburu, dove passare la notte.

Mi sveglio il mattino per un brusio di insetti fra gli alberi. Subito sotto la mia tenda una piscina naturale orlata di pietre. Al di sopra di essa noto Calvin, appollaiato su una roccia, che scruta attorno con un binocolo. Mi affretto lungo il sentiero nella luce dell’alba con l’intenzione di scambiare due chiacchiere con lui prima che si sveglino gli altri.
«Che cosa stai guardando?», gli chiedo. «Gli elefanti» mi risponde calmo. Penso che stia scherzando, ma quando raggiungo la roccia li vedo subito sotto di noi, due elefanti femmina e un cucciolo che si abbeverano. Calvin e io ci accucciamo, le ginocchia premute contro il petto, per osservare le enormi bestie grigie, tanto vicine da poter contare i peli delle loro ciglia. Non ho mai visto nella mia vita uno scenario così perfetto; potrebbe essere una scena da primo giorno della creazione.
Nel pomeriggio andiamo a visitare una manyatta – nome locale che indica il villaggio, in genere cinque o sei case di fango e rami circondate da un recinto di rovi – popolata dalle tribù Samburu e Rendille. Guidiamo per un’ora, fino a che raggiungiamo un gruppo di Rendille che festeggiano un matrimonio, e ci fermiamo a osservare le loro danze. Mi ricordo che anche Osa Johnson descriveva una simile cerimonia, in cui si era imbattuta durante il viaggio verso il lago Paradiso. Sono passati quasi cento anni da quando i Johnson sono passati da queste parti, eppure la vita è rimasta uguale ad allora.

Tornando verso il campo incontriamo molti animali selvatici: elefanti e zebre, giraffe seguite dai piccoli. Il giorno successivo il sole non è ancora sorto e l’aria è frizzante, inghiottiamo una veloce tazza di tè e partiamo. Andiamo a nord, nell’ultimo tratto del nostro viaggio. Verso il lago Paradiso. Con la speranza di vedere molti elefanti, anche se Calvin modera le mie speranze parlandomi dei molti anni di siccità in Kenya. Dopo la città di Isiolo la strada si dissolve fra la rossa polvere gessosa e i cespugli desertici per chilometri e chilometri. Mentre lei e suo marito raggiungevano il lago Paradiso nel 1921, Osa Johnson annotò: «Provavo piccoli brividi nervosi di eccitazione, che correvano lungo la mia spina dorsale fino ai capelli. Mi sono guardata intorno, lentamente, senza fiato. Ho visto un punto di incomparabile bellezza, un fresco lago color turchese circondato da una foresta vergine dove uccelli di una bellezza favolosa riempivano gli alberi di macchie colorate. Quella, mi resi conto, era la fine del nostro viaggio».
Quando raggiungiamo un punto elevato, il paesaggio muta, da prati folti a fitti cespugli verdi, a foreste montane di vecchi cedri e nodosi olivi africani, i rami coperti da una delicata filigrana di muschio, proprio come descritto da Osa nelle sue memorie. Saliamo ancora e la foresta si apre: e davanti a noi vediamo un anfiteatro naturale racchiuso dalle pareti a picco di una caldera. Attorno a noi volteggiano oche e ibis. E lì, in mezzo alla prateria verde e acquitrinosa, punteggiata da pozze d’acqua fangosa, c’è un piccolo branco di elefanti. Interrompono le loro abluzioni alzando le proboscidi nell’aria e agitandole, come a darci il benvenuto.
 

Il Paradiso è cambiato, e molto, dai giorni dei Johnson, il «fresco lago color turchese» con la sua «incomparabile bellezza» è quasi scomparso e, secondo Robert Obrien, un guardaparco che si ferma al nostro campo per fare colazione, potrebbe non tornare più. «Hanno trivellato più di 40 pozzi attorno a Marsabit», ci dice, «che attingono acqua a sorgenti sotterranee. Quando sono arrivato qui la prima volta, qualche anno fa, il lago non aveva più acqua. Ora ce n’è un po’, ma non molta. L’area continua anche a soffrire per la deforestazione. Questa foresta è il centro della vita per uomini e animali qui nel Nord del Kenya. Sto cercando di convincere le tribù dei Rendille e dei Borana che se salviamo la foresta salviamo tutti». Adesso ci sono ancora alcuni gruppi di elefanti nella foresta, ma i rinoceronti che passavano attraverso il giardino dei Johnson, dove Osa coltivava rose, nasturzi e garofani, sono scomparsi completamente, sterminati per i loro corni; come pure i colobi, le scimmie bianche e nere che tanto le piacevano.
Pure, vediamo un grande bufalo africano, sentiamo i ruggiti dei ghepardi e dei leoni e molte scimmie verdi e babbuini ci vengono a visitare. E Obrien ci dice che ci sono ancora piante e insetti che non si trovano in nessun’altra parte del mondo.
Esploriamo la foresta per diversi giorni, giriamo intorno al lago mattina e sera e continuiamo a vedere piccoli branchi di elefanti e bufali che vengono ad abbeverarsi. E riusciamo perfino a trovare i resti del piccolo accampamento costruito dai Johnson, dove vissero fra l’aprile del 1924 e il dicembre del 1926.
La mattina dopo, sul piccolo aereo che mi riporta a Nairobi, chiedo al pilota di volare ancora una volta attorno al lago. Vira e si abbassa, e sorvoliamo lentamente per l’ultima volta il lago Paradiso. Una volta Hemingway, dopo un safari, scrisse: «Tutto ciò che desideravo era tornare in Africa». Come lui, penso sull’aereo che mi riporta a casa, sono ancora in paradiso. Però una parte di me ne sente già la mancanza.

(traduzione di Elena Del Savio)

Fotografie di: Peter McBride