Fubine, infernot & paradiso

Dave YoderDave YoderDave YoderDave YoderDave YoderDave Yoder

Una grande tradizione vinicola, un importante monumento artistico, uno straordinario reticolo di tunnel scavati nella roccia. E ancora eccellenze agricole, tesori gastronomici e una qualità di vita invidiabile. Non a caso la ricetta dell’Italian way of life ha portato nel minuscolo borgo di Fubine, nel Monferrato, artisti e imprenditori da tutto il mondo.

È uno dei tanti. Uno di quei paesoni italiani che sfioriamo veloci in macchina quasi senza accorgercene, degnandoli appena di uno sguardo. Fubine, una parte più moderna e anonima allungata lungo la provinciale, il bar degli anziani, tutto chiacchiere, bigliardo e sigarette, e quello più figo per l’happy hour dei vitelloni locali. La storia attorcigliata su un cucuzzolo cui si aggrappano case e cortili, arcate e portoni chiusi ma non ostili, ritirata sull’Aventino degli spalti delle antiche mura, depositaria del tempo che fu e della tradizione ma a tratti solitaria e anemica di vita, segnata dall’emorragia di artigiani e negozi. Serrande chiuse, palazzoni elegantemente austeri, cani che abbaiano al rumore di passi solitari, il massiccio castello Bricherasio, con il suo giardino pensile, il campanile aguzzo della bella parrocchiale a bucare il cielo imponendosi prepotente tra colline e pianura nel dolce paesaggio monferrino. Ma se lo spazio urbano può a prima vista sembrare angusto, Fubine ha un respiro molto ampio e tanto cielo davanti. Questo borgo a vocazione agricola posto fra Alessandria, Casale e Asti, è il paradigma della realtà di casa nostra e racchiude il senso del nostro presente. L’Italia è sì il Paese delle grandi città d’arte, ma la sua forza è indiscutibilmente legata ai centri minori. Una ricchezza di borghi, una straordinaria varietà di dialetti, opere d’arte, piatti tipici e stili di vita che innerva e irrora un tessuto e alimenta quell’Italian lifestyle che il mondo ci invidia.

Ma non è tutto. Il suo patrono è S. Cristoforo, protettore dei pellegrini e dei viaggiatori, e di viaggiatori Fubine ne ha conosciuti tanti. E tanti si sono fermati. Questo sconosciuto paese piemontese infatti presenta una concentrazione di ospiti (e che ospiti!), provenienti non solo da varie parti d’Italia ma da tutto il mondo. Segnato ai primi del Novecento da un forte flusso migratorio verso l’America del Sud e del Nord, tanto che a New York fino al 1962 era ancora attiva la Fubinese Society, vanta infatti la presenza di artisti del calibro dell’austriaco Paul Renner, noto per i suoi dipinti crudi e intensi, realizzati con una combinazione di pigmenti, resine, sangue, spezie, oro, piombo, pelle di maiale, foglie secche, non meno che per il progetto dell’Hell Fire Touring Club, ideato nel 2000 a Londra. Un’associazione di artisti, scrittori, cuochi e collezionisti che si prefigge «di esplorare e registrare... alcuni dei luoghi più prodigiosi della terra, i suoi Templi dell’Estremo, ovunque, infatti, arda ancora la fiamma purpurea della decadenza». Ma a Fubine, nei cui pressi, ad Altavilla, nel 1986 aveva acquistato una casa anche Aldo Mondino, è approdato pure Peter Nussbaum. Austriaco e artista internazionale, sciabolate di colore su ampie campiture compatte, squarci di luce che illuminano le sue tele non meno che gli interni della casa monferrina, simile a un cioccolatino all’incontrario: fuori tufo e legno, dentro lacca, argento e viola.

Nussbaum, che nel 2012 ha legato il proprio nome al museo d’arte sottomarino di Golfo Aranci, prima di Fubine ha conosciuto il vino che vi si produce, e da lì è nata la curiosità per il luogo. Legata al vino anche la presenza di Giorgio Schön, concessionario Ferrari, che nella propria azienda vitivinicola Colle Manora, dove produce rossi e bianchi, ha aperto anche un piccolo, prezioso museo con gli abiti della madre Mila, fra le grandi signore della moda italiana. Qui, dove viveva anche Nils Liedholm, hanno trovato casa pure il patron dell’Esselunga, Bernardo Caprotti, il direttore della Reuters, i proprietari della Ehrmann (quella degli yogurt), la fotografa americana Laura Rickus, e ha recuperato le proprie radici anche Laura Maioglio, proprietaria del più antico ristorante italiano di New York, Barbetta, che a Fubine, di cui era originaria la nonna paterna, trascorre lunghi periodi insieme al marito di origine tedesca Günter Blobel, premio Nobel per la medicina nel 1999 e docente della Rockefeller University. Il loro bel palazzo settecentesco fu acquistato nel 1927 dal padre di Laura, Sebastiano, fondatore nel 1906 del celebre ristorante e cui va il merito di aver introdotto negli Usa il consumo del tartufo bianco, ma anche di barbaresco e gattinara. In quegli stessi anni un altro fubinese si faceva onore nel mondo della ristorazione, Piero Robotti, da emigrante a proprietario dello Chateau Richelieu, uno dei locali più lussuosi della metropoli, a generoso benefattore di Fubine.

Come nella gran parte delle abitazioni di questo e di altri paesi vicini, sotto palazzo Maioglio si apre il caratteristico infernot scavato nell’arenaria. Perché il Monferrato è fatto di vigneti ordinati, scansione pacata delle stagioni sopra, e di cunicoli imprevedibili e nascosti sotto. Nati nelle pause invernali dal lavoro di scavo dei contadini, forse in origine anche via di fuga in caso di pericolo, gli infernot appartengono all’architettura spontanea rurale ed erano destinati alla conservazione del vino dopo l’imbottigliamento grazie alle ottimali condizioni di luce, temperatura e umidità. Dalle dimensioni e forme più diverse, monocamere o multicamere, gli infernot sono l’espressione della cultura dei vignaioli, così come Enosis, che ha sede su una collina circondata da vigneti, lo è degli enologi. Ma oltre al prestigioso centro di consulenza e ricerca enologica di Donato Lanati, Fubine è nota per la Space Cannon, cui si deve l’allestimento delle torri di luce che hanno illuminato Manhattan dopo l’attentato alle Twin Towers. Anche nello sport però il paese vanta una chicca, il Golf Club Margara, fra i maggiori del Norditalia. A questa eccellenza di ospiti Fubine risponde con prodotti di eccellenza, dalla carne piemontese di Luigi Ferrari alla polenta con mais Marano di Mauro Longo, agli asparagi verdi nella varietà Marte, ai tartufi, ai formaggi della Fattoria della Capra Regina, impiantata da due milanesi stufi della grande città. E ancora gli agnolotti e la pasta fresca di Marco Percivalle, il cioccolato della pasticceria Sesto Senso, i grissini della panetteria Colomba Bianca.
 

Artisti, imprenditori, uomini di cultura, anche il dna di Fubine è di tutto pregio. Dagli architetti ottocenteschi Crescentino e Leandro Caselli a Luigi Longo, segretario del Pci fino al 1972, al pioniere della medicina omeopatica italiana Mario Garlasco. Ma la summa delle virtù fubinesi è espressa dai conti Cacherano di Bricherasio, cui è legata la più importante testimonianza artistica del paese, la cripta della cappella funebre di famiglia, con due straordinarie opere dello scultore casalese Leonardo Bistolfi, uno dei massimi esponenti dell’Ottocento europeo. Nel 1905 il suo destino si incrocia qui con quello di due amici fraterni, il conte Emanuele, colto esponente di un’aristocrazia illuminata, socialista convinto, fra i fondatori dall’Automobil Club e, insieme a Giovanni Agnelli e tre soci, firmatario nel 1899 dell’atto costitutivo della Fiat, di cui fu vicepresidente, e il caposcuola dell’equitazione moderna, il capitano Federico Caprilli. Morti entrambi poco più che trentenni, sono qui sepolti insieme alla contessina Sofia, sorella di Emanuele e ultima erede della casata. Valente pittrice, tanto da partecipare alla I Biennale di Venezia, allieva di Lorenzo Delleani, al centro di un vivace circolo culturale, promotrice di opere filantropiche e della modernizzazione delle tecniche di coltivazione, morendo nel 1950 lasciò il castello all’Opera Don Orione e l’asilo da lei costruito alla comunità fubinese. Sulla lapide lei, nobile e fra le più ricche donne d’Europa, accanto al nome riservò per sé una sola dicitura: pittrice.

Fotografie di: Dave Yoder