Il viaggiatore. Dentro le torri che dissetavano Palermo

Complice un libro di Giuseppe Barbera, “Conca d’oro”, ancora una volta la mia città riesce a sorprendermi

Ci amiamo, Palermo e io, con l’accanimento appassionato di un padre e un figlio, lontano ma non prodigo. Lo scorso dicembre ho voluto vederla da un punto di vista diverso: dall’alto. Pensavo ai belvedere e alle torrette dei palazzi del centro storico e dei monasteri; mi aspettavo un mare di tegole a cannolo, di cupole di chiese e oratori rivestite di maioliche colorate a spina di pesce, a mosaico, a strisce. Immaginavo di trovarmi a tu per tu con i campanili, di scrutare dentro cortili interni e segreti, di scorgere tra le case le cime di alberi nascosti.

Dopo aver letto il bel libro di Giuseppe Barbera Conca d’oro (Sellerio 2012), ero curiosa di vedere le torri che portavano l’acqua potabile nelle abitazioni dei palermitani abbienti. La maggior parte dei miei amici ne sapeva poco e non era per nulla interessata, altri le conoscevano ma non condividevano il mio entusiasmo né la mia voglia di vederle. Ero pronta a partire da sola per la mia spedizione, ma poi a vedere la torre d’acqua dietro il teatro Massimo – nella strada che dalla questura sale verso il mercato del Capo – mi ha accompagnato Chiara, figlia di un’amica carissima e curiosa quanto me.
La torre è alla fine di una muraglia possente che fiancheggia la via; essendo stata intaccata per allargare la carreggiata, in superficie affiorano i catusi – cilindri di terracotta rivestiti internamente di ceramica, che portavano l’acqua nelle case. La torre, costruita con una malta impastata di pietruzze, argilla e calcare chiaro, sembra un polmone poroso e lacerato. I catusi sono incastrati uno nell’altro a formare la tubatura; alcuni sono intatti, altri sono lacerati come vene senza sangue e mostrano l’interno colorato in diverse sfumature di rosso, arancio, amaranto, rosa.

Ogni tubatura portava l’acqua a una sola casa. Quel sistema di approvvigionamento idrico risaliva al periodo della conquista islamica – undici secoli fa; identico a quello usato in Siria, è stato funzionante fino ai primi del Novecento. Ho alzato gli occhi: l’intera parete della torre, fino alla cima, era tutto un intersecarsi di tubi e allacci. Di queste torri ne sono state censite una trentina. Alcune sono relativamente recenti e intonacate, perfino con decorazioni in stile liberty.

Il convento delle Cappuccinelle ne ospita due. La più interna è in stato di abbandono, sembra un altissimo obelisco sgretolato. Una scala di ferro, con sbarre sottili per pioli, raggiunge la cima da un punto lontano, forse nel chiostro, come un ponte. Sulle pareti vedevo mozziconi di scala ancora attaccati alle pietre della torre, senza inizio né fine. Una seconda scala sembrava sbucare da un’apertura laterale, poi si spezzava e rimaneva sospesa nel vuoto. Surreale come un’architettura di Escher. L’altra torre è in migliori condizioni. Una scala di ferro all’apparenza intatta l’avvolge come un serpente nero. Da questa si diramano e si intersecano altre scale, tutte con i pioli. A un metro dalla cima, una rampa si trasforma in ballatoio, sul quale forse lavoravano in piedi, uno accanto all’altro, i fontanieri, come noi chiamiamo gli idraulici.

Le torri d’acqua funzionavano con il sistema dei vasi comunicanti. L’acqua scendeva dalle sorgenti sulle colline attorno a Palermo e la raggiungeva lungo canali sotterranei leggermente inclinati, i qanat, costruiti dagli ingegneri arabi. Formava pozzi per l’irrigazione degli agrumeti e fontane per i poveri, poi, sfruttando la pressione, saliva nella torre attraverso un condotto rivestito di materiale impermeabile e si raccoglieva in cima, in una vasca di ardesia. Da lì partivano gli allacci e i catusi che la conducevano nelle case private. L’erogazione era regolata rigidamente; i fontanieri salivano sulla torre più volte al giorno per distribuire l’acqua nelle diverse condotte. E così è stato fino agli inizi del secolo scorso. Era una Palermo totalmente diversa, perfettamente visibile eppure ignorata dai palermitani.

Ho capito di non essere affatto l’acuta osservatrice che avevo sempre pensato di essere: ero passata tante volte dalla porta d’Ossuna e dalla strada delle Cappuccinelle, quando scrivevo il romanzo La monaca avevo perfino visitato il convento – eppure non mi ero mai accorta di quelle torri. Come me, però, tanti altri: e proprio grazie all’indifferenza dei palermitani, le torri d’acqua, capolavori dell’ingegneria idraulica araba, sono rimaste indisturbate nei secoli, protettrici della salute del popolo e del verde urbano che abbellisce la mia città.