Lazio: Tarquinia, Necropolis

Antonio ZambardinoAntonio ZambardinoAntonio ZambardinoAntonio ZambardinoAntonio ZambardinoAntonio Zambardino

Dopo 2.600 anni scoperta e aperta una tomba, intatta, del VI secolo a.C. Segno che la storia dell’area etrusca, ricca di siti archeologici, è ancora da scrivere. Ma nel frattempo la Tuscia viterbese, tra Tarquinia, Vulci e Tuscania, è tutta da visitare. Anche grazie a itinerari ad hoc.

Da giorni la vedevano volare sopra l’area degli scavi. Disegnava nel cielo cerchi sempre più piccoli fino a fermarsi, a mezz’aria, al lato del grande tumulo. Il biancone, o aquila dei serpenti, sacra agli Etruschi, sembrava quasi indicare il punto preciso dove scavare. Questo devono aver pensato gli archeologi al lavoro. Perché è proprio lì sotto che gli studiosi dell’équipe guidata da Alessandro Mandolesi, docente dell’università degli studi di Torino, l’hanno trovata nel settembre 2013: una tomba etrusca a camera, intatta, risalente agli inizi del VI secolo a.C. L’ingresso sigillato 2.600 anni fa. Erano almeno trent’anni che non si faceva una scoperta così importante in quest’area della Tuscia viterbese. La tomba dell’Aryballos sospeso, come è stata chiamata, è a Tarquinia, in località Doganaccia, all’ombra del tumulo della Regina: una grande collina di terra nella verde campagna laziale. Siamo a un’ora e mezza da Roma, non lontano dal mare, visibile all’orizzonte.
L’area è a pochi passi dalla necropoli di Monterozzi, visitata ogni anno da centinaia di migliaia di persone.
Dalla strada provinciale, che tocca Tarquinia, antica e potente città-Stato etrusca, si prende un viottolo sterrato e in pochi metri si raggiungono i due tumuli gemelli del Re e della Regina, sede degli scavi. Quasi una passeggiata, che però pochi fanno.

 

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I più si fermano a Monterozzi e al Museo archeologico della città, nel quattrocentesco palazzo Vitelleschi. Ora che, con la nuova scoperta, si sono accesi i riflettori su questa parte di Tarquinia, c’è da credere che si torni a parlare di uno dei popoli preromani più affascinanti. Anche perché gli scavi, temporaneamente ricoperti, riprenderanno in primavera con la riapertura della tomba dell’Aryballos sospeso, la ricostruzione esterna del grande tumulo della Regina e un restauro di quello del Re, scoperti negli anni Venti. E chissà quante altre sorprese può ancora riservare il territorio.
Se la storia la scrivono i vincitori, nel caso degli Etruschi, i Romani hanno fatto un buon lavoro, perché questa civiltà di ricchi commercianti, probabilmente originari dell’Egeo, che costruirono la loro ricchezza sul mercato dei metalli, è stata riscoperta in epoche diverse ma più spesso dimenticata. D’altra parte il territorio è troppo vasto per essere monitorato: si va dal Nord del Lazio alla Toscana, parte dell’Umbria occidentale, fino alla cosiddetta Etruria padana che arriva al Po e all’Adriatico. E non si tratta solo di necropoli, la vera frontiera ora sono le città, quasi del tutto inesplorate dall’archeologia, per la cronica mancanza di risorse. Meno noto del patrimonio toscano, quello della Tuscia viterbese vive all’ombra di centri come Tarquinia, Vulci e Tuscania. Pochi sanno che tra Tarquinia e il lago di Vico si trovano intere necropoli, immerse nella natura e lontane dalla folla. Chi si avventura trova soprattutto turisti olandesi e tedeschi, attirati dall’atmosfera suggestiva di questi luoghi magici.

 

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Un lupo attacca un cervo: è scolpito sulla parete tufacea di una tomba. Gli animali del periodo etrusco oggi non si trovano più. Ma restano tante altre specie di flora e fauna, come rapaci, volpi e cinghiali, ora protetti dal parco regionale Marturanum. Gestito dal Comune di Barbarano Romano a pochi chilometri da Tarquinia, ha lo scopo di conservare e valorizzare il patrimonio naturale e storico dei dintorni: oltre al borgo in tufo di Barbarano, con centro visite e museo, comprende la necropoli rupestre di San Giuliano. Si possono prenotare tour guidati alle sepolture più importanti: come la tomba del Cervo, da cui viene il bassorilievo citato, simbolo del parco, la tomba Cima, la tomba Margareth e la zona medievale di San Giuliano con la chiesa romanica (tel. 0761.414507; www.parchilazio.it). Uno degli aspetti più spettacolari di questa zona sono le forre, percorribili a piedi e usate un tempo come vie di commercio. Ne è un esempio la cava delle Quercete, appena restaurata dal parco. Più maestosa l’antica via Clodia, il cui tracciato di origine etrusca si può cogliere nel fitto dei boschi ed è a tratti percorribile. Il percorso di trekking del Caiolo è la sintesi perfetta tra una visita al patrimonio naturale e a quello archeologico, ma gli amanti delle camminate scelgono quello dei Valloni che collega Barbarano a Blera. Ad attirare da queste parti non sono solo la grotta Pinta (IV sec. a.C.) e la necropoli di Pian del Vescovo. Uno degli aspetti più interessanti è il vicino pianoro di San Giovenale, dove sorgeva l’abitato vero e proprio, una testimonianza delle tecniche architettoniche degli Etruschi.

 

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Camminare tra sepolture antiche di quasi 2.500 anni, completamente in solitudine. Chi raggiunge Norchia, può vivere questa esperienza unica, irripetibile in altre parti d’Italia. Lungo lo stretto sentiero nella roccia che scende il crinale, si intravedono centinaia di tombe scavate in pareti di tufo e immerse nella vegetazione. Se quelle della necropoli del Pile sono discretamente conservate, molte purtroppo sono a rischio: il bosco le sta inghiottendo e con esse le storie che potrebbero ancora raccontare. Orcla, l’antico nome di Norchia, si estendeva tra i fiumi Pile e Biedano, in una valle abitata almeno dal II millennio a.C. fino agli inizi del Quattrocento, quando la peste costrinse gli abitanti alla fuga. Ne sono testimonianza, oltre alle sepolture, anche l’abside in tufo della chiesa di S. Pietro (XII secolo) e i resti delle abitazioni sulla rocca: mura medievali su fondamenta etrusche. Per arrivare fino a qui servono una guida esperta e un buon equipaggiamento. Il gruppo di archeologi di ArcheoTuscia (www.archeotuscia.it) organizza ogni weekend visite dell’area con diversi itinerari. Ci vogliono venti minuti di cammino dalle tombe Camino e Prostila, ma l’emozione che regala la spettacolare Cava Buia vale la fatica per arrivarci. Quello che si apre tra la boscaglia è un chilometro integro di strada etrusca. Scavata a mano quasi 2.500 anni fa, è delimitata da muschiose pareti di tufo, alte fino a dieci metri e strangolate, in alcuni tratti, dalle radici degli alberi. Non è la giungla di Angkor, in Cambogia, non si tratta delle maestose tombe nabatee di Petra ma l’effetto è altrettanto straordinario e sorprendente.

 

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Fotografie di: Antonio Zambardino