Singapore, vocazione naturale

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L’isola-Stato rappresenta un modello di urbanistica sostenibile. Grazie alla conservazione della flora e della fauna locali e alla creazione di vaste aree verdi che ne fanno la metropoli più green dell’Asia A sinistra, la presentazione di Isabella Brega, autrice del reportage.

È l'ossessione nazionale. A Singapore si piantano alberi ovunque. Anche se spesso, data l’esiguità dello spazio disponibile, per trovarli bisogna guardare in alto, sui tetti e sulle facciate delle case, sui balconi e le terrazze degli alberghi. Aree verdi pensili, giardini botanici, parchi, grattacieli green con foreste appollaiate sulle altane e facciate foderate di piante, l’isola-Stato al limite meridionale della penisola malese è una fantasia vegetale, un trionfo di fiori e piante che finiscono con l’assumere il valore di elemento architettonico e servono a mitigare le micidiali bolle di calore che colpiscono le aree intensamente abitate come Singapore, dove la temperatura è mediamente più alta di tre gradi rispetto alla campagna. Gigantismo architettonico unito a gigantismo naturalistico, dove i due elementi si integrano, si esaltano, si valorizzano a vicenda. Più della metà del territorio di 700 chilometri quadrati del Paese è occupata dalla natura. Sono 2.763 gli ettari di parchi, aree e spazi verdi, 3.326 ettari le riserve naturali e ben 4.200 ettari il verde lungo le strade, mentre con i suoi cinque milioni e 300mila abitanti il piccolo Stato ha la più alta densità di popolazione al mondo dopo il principato di Monaco. Non a caso, architettonicamente ma anche socialmente, Singapore ricorda molto il cugino europeo: avveniristica, pulita, sicura (una telecamera ogni cinque metri), quasi fastidiosamente perfetta: la Svizzera dell’Oriente.

Il progetto della città-giardino nato negli anni Sessanta con il premier Lee Kuan Yew ha appena festeggiato i suoi cinquant’anni. Ed è andato oltre, dando vita a una nuova visione di Singapore come città nel giardino. Più di un gioco di parole, una realtà viva che si concretizza in quello che è considerato l’apice del sistematico rinverdimento voluto dal Paese, uno dei più grandi parchi del mondo, i Gardens by the Bay. Sette giardini botanici dedicati ad altrettanti diversi ecosistemi, 101 ettari di verde nel cuore della città progettati dallo studio inglese Wilkinson Eyre e dagli architetti paesaggisti della Grant Associates di Londra nel 2006 e completati nel 2012. Tre giardini, il Bay South, il Bay East e il Bay Central, con specie vegetali mediterranee e tropicali. Straordinarie le 18 strutture verticali, la più alta di 50 metri, con bar panoramico. Giganteschi alberi artificiali rivestiti da 200 specie vegetali, veri e propri giardini verticali, collegati da ponti di 20 metri e innaffiati con acqua piovana raccolta in cisterne costruite sulle torri. Ingegneria green e tecnologie alternative, con pannelli solari, elettrici e idroelettrici per il risparmio energetico, i giardini comprendono due serre di 16.500 metri quadrati a forma di conchiglia, con speciali vetri per filtrare i raggi solari e un sistema di climatizzazione alimentato da energia sostenibile basata sugli scarti di terriccio e giardinaggio. Meraviglie architettoniche e un modello di urbanistica sostenibile che il mondo invidia, eppure meno della metà dei 50 milioni di passeggeri che ogni anno transitano dall’avveniristico aeroporto Changi, considerato il migliore del mondo, ne oltrepassano la soglia.

Fondata nel 1819 da Thomas Stanford Raffles come porto franco all'ingresso dello stretto di Malacca, a cavallo delle rotte commerciali tra Cina, India, Europa e Australia, l’isola in breve tempo si impose come uno dei più importanti centri economici dell’Asia, grazie anche all’olio di palma e alla gomma provenienti dalla Malesia, lavorati e spediti attraverso il suo porto. Ottenuto l’autogoverno nel 1955, Singapore divenne indipendente il 9 agosto 1965 sotto la guida del primo ministro Lee Kuan Yew, che in quarant’anni di boom economico, e nonostante la carenza di risorse primarie, ne fece una delle nazioni più ricche del mondo, con il porto commerciale più trafficato del pianeta.

Non solo quella vegetale, anche la varietà umana di Singapore è quanto mai ampia. Un quarto dei residenti è straniero. Poche città possono vantare tante diverse influenze: cinesi, malesi, birmani, giapponesi, tailandesi, filippini, indiani, europei, cui corrispondono quartieri e cibi diversi. Il 75 per cento degli abitanti è cinese e il cantonese è la lingua più parlata. I malesi, discendenti dei primi abitanti dell’isola, assieme agli indonesiani costituiscono circa il 14 per cento, mentre gli indiani, in gran parte di etnia tamil, il 9 per cento. A questa società multiculturale e multirazziale corrispondono una straordinaria varietà di street food e cucina fusion asiatica peranakan, ma anche un gran numero di ristoranti stellati. Il cibo, ecco la seconda ossessione di Singapore, una vera e propria mania che, grazie anche alla grande disponibilità economica, ha portato nell’isola una eccezionale quantità di chef da tutto il mondo, come il poliedrico Ryan Clift del Tippling Club.

Se il centro, che corrisponde alle lussuose aree di Orchard Road, Riverside, Marina Bay e alla zona dei grattacieli di Shenton, vede la presenza di una miriade di locali di food design, Riverside, cuore coloniale della città, vanta ristoranti, club e una caterva di bar, alcuni dei quali aperti anche 24 ore su 24.

Bugis e Kampong Glam, i vecchi quartieri malesi di Singapore, respirano gli effluvi della saporita e piccante cucina di Malacca, mentre a Chinatown come a Little India ammanniscono dim sun, samosa e pollo con riso. Per tutti i gusti, i popolari e popolati hawker centre, giganteschi complessi nati nel 1950-60 con decine di proposte di street food da ogni parte dell’Asia. Tipicamente istallati nei pressi dei terminal dei bus o vicino alle stazioni ferroviarie, dal 2010 sono inseriti nel portale www.myhawkers.sg, che offre informazioni sui diversi stand gastronomici e consente agli utenti registrati di consigliare bancarelle o venditori e fornisce al tempo stesso all’ente governativo informazioni sull’igiene dei centri segnalati. Ma il cibo, pur importante, soprattutto per noi italiani, non è tutto. Per il divertimento delle famiglie l’isola artificiale di Sentosa, collegata con un ponte e un’avveniristica teleferica, è una specie di Disneyland, cui si può associare una visita ai Botanic Gardens, 52 ettari con ristoranti, laghetti e la più grande collezione al mondo di orchidee, e l’ultima novità made in Singapore, il River Safari, il primo e unico parco a tema fluviale dell’Asia, con oltre 150 specie floreali e cinquemila esemplari di animali. Non manca neanche la ricostruzione degli ecosistemi dei principali fiumi del mondo: Mississippi, Congo, Nilo, Rio delle Amazzoni, Gange, Murray, Mekong e Yangtze.

Ma Singapore è in grado di soddisfare ogni genere di turista. Gli amanti dello shopping troveranno pane per i loro denti nei 150 mall, in particolar modo lungo Orchard Road e nel quartiere della Marina, ma anche nei negozietti, boutique e nei vivaci locali di Haji Lane, centro di tutte le nuove tendenze, compresi i capi geometrici della star del locale panorama modaiolo, Max Tan.

E poi i quartieri espressione delle diverse etnie. Little India, con i suoi colori sgargianti e gli odori intensi che riempiono il tempio di Sri Veeramakali-Amman, eretto nel 1881, con la sua inquietante e irriverente Kali, la dea indù dalle molte braccia e gambe, cui fa da controcanto a Chinatown, tetti aguzzi e ideogrammi dorati, la paciosa dea del mare Ma Zhu Po, venerata nell’antico tempio Thian Hock Keng, e ancora la Sultan Mosque di Kampong Glam, principale luogo di culto della comunità islamica, e i negozietti di Arab Street. Gli amanti dello stile e delle atmosfere coloniali rimarranno colpiti dall’eleganza maestosa del Fullerton Hotel, ex ufficio postale inglese del 1928 dove si respirano lo spirito e i fasti della vecchia Europa, o dagli immutati riti anglosassoni del Raffles Hotel, noto per i suoi famosi giardini e per aver ospitato celebrità come Joseph Conrad o Charlie Chaplin. Ma anche gli amanti delle architetture più ardite non rimarranno certo delusi. Fra gli edifici da non perdere, spicca il lussuoso Marina Bay Sands resort, con le sue torri collegate da una specie di astronave occupata in gran parte da una scenografica piscina a sfioro che catapulta su un panorama da togliere il fiato, come il “fiore” dell’ArtScience Museum. Di grande effetto anche il giardino verticale del Park Royal, un susseguirsi di onde verdi, un mare di smeraldo fatto di piante e arbusti. Immagini di una città dal lusso patinato e dalla perfezione assoluta che devono essere sorbite con calma, poco alla volta. Perché anche la bellezza che abbaglia ha bisogno di essere metabolizzata per scaldare il cuore.

Fotografie di: Palani Mohan