Uomini e toponimi. Il giro del mondo in 80 sogni

I voli pindarici (e molto low cost) del turista immaginario guidato da ricordi d’infanzia, suggestioni letterarie e dall’ultimo libro di Umberto Eco

Ci sono quelli che viaggiano e che si esprimono con locuzioni come: «Quest’anno a Natale ho fatto la Tanzania, per l’estate penso di fare l’Anatolia». Usano un linguaggio che rimanda al collezionismo, un po’ anche al dongiovannismo. Hanno nella testa un’ideale mappa del mondo su cui piantano bandierine: qui ci sono già stato. Non tornerebbero due volte nello stesso posto se non per obbligo, mai per scelta. Il tempo per viaggiare è poco, se non si è ricchi ed eccentrici come il protagonista del Giro del mondo in 80 giorni di Jules Verne. Quindi non bisogna sprecare alcuna occasione per piantare un’altra bandierina, avere un nuovo timbro sul passaporto o, come usava una volta, una nuova etichetta sul baule. È una forma di turismo che desidera appurare qualcosa che sa già: abbinare immagini a quei nomi di luoghi trovati sugli atlanti o sulle guide turistiche. Realismo, pragmatismo, organizzazione.

Ma esiste anche un turismo mentale e onirico per cui luoghi e nomi di luoghi sono innanzitutto porzioni dell’immaginario e nell’immaginario la Parigi che si raggiunge con un volo Air France per Orly è altrettanto favolosa e impossibile di Lilliput o di Xanadu. Quando un turista mentale viaggia, non desidera appurare quello che sa già che c’è (a Parigi la Tour Eiffel) ma quello che sa già che non c’è (a Parigi non esiste Rue Simon-Crubellier, la via descritta da Perec nella Vita istruzioni per l’uso: esiste però il quartiere quadrangolare che dovrebbe essere attraversato in diagonale dalla via medesima). Di New York appura che non si tratta di Gotham City; a Porto Empedocle si accerta che non sia davvero la Vigata dove Salvo Montalbano ha quell’incredibile casa sulla spiaggia; della normanna Deauville sa benissimo che non è la Balbec di Marcel Proust, anche se insegne dei negozi e scritte pubbliche sono piene di riferimenti alla «petite madeleine» e alle «ragazze in fiore».

In quanto a lilliput, dove cercarla? Chi ha poco tempo o pochi soldi per viaggiare, grazie all’ultimo libro di Umberto Eco, Storia delle terre e dei luoghi leggendari (Bompiani), potrà girare un intero mondo, viaggiando nel tempo e nello spazio, sempre stando comodamente seduto in poltrona. Eco non ha inteso aggiungere un nuovo libro alla lista, già nutrita, di cataloghi di luoghi letterari. La sua ricerca si è concentrata su luoghi «leggendari»: sedi di miti antichissimi e tenaci, vere capitali dell’immaginario umano, all’esistenza delle quali molti uomini, nel corso dei secoli, hanno creduto senza incertezze sino a cercare di raggiungerle. Il lettore di Stevenson crede che L’isola del tesoro esista, ma non penserebbe mai di cercarla sull’atlante: la sua credenza è completamente inscritta nella sua esperienza di lettore. Chiude il libro e l’Isola resta lì.

Il continente di atlantide, invece, è stato cercato da molti esploratori, fuori dai libri. Atlantide, Atlantica e Atlantis, Babele e Babilonia, Cucania, Coquaigne e Cuccagna: l’alfabeto delle terre leggendarie è una geografia perfettamente onomastica. Sono nomi tra cui viaggiare, etichette per bauli altrettanto immaginari, resi evocativi dall’esercito di turisti mentali che hanno sognato di raggiungere quelle terre, di scrittori e filosofi che si sono lambiccati sulle loro caratteristiche e le hanno descritte, di pittori e illustratori che le hanno addirittura ritratte, dando forma ai fantasmi topologici evocati dai loro nomi stessi.