Gioielli di famiglia. A Predappio

È nota per essere stata la località di nascita di Benito Mussolini. Eppure nella sua parte alta nasconde un centro medievale affascinante e una produzione di vino millenaria. Viaggio in una città dalla doppia anima, ricca di storia e patria del vino sangiovese.

Di Predappio (Fc) ce ne sono due: quella nuova di epoca mussoliniana in basso e quella medievale, di origine romana, in alto, verso l’Appennino. Il borgo, murato e sormontato da una rocca trecentesca, è la patria del rosso, profumato sangiovese, gradevole anche col pesce. Già nel 1383 gli Statuti comunali predappiesi impongono la recinzione delle vigne importanti (“De vineis clausis”) e pene severe (“De poena vindemiantium”) a chi vendemmia le uve prima del tempo fissato dagli “anziani”. Il sangiovese è tutt’uno con l’identità di Predappio, pilastro della sua economia agraria (ma ve n’è una industriale e artigianale tutt’altro che secondaria).

Nasce qui, millenni fa, questo vitigno diffuso in mezza Italia, base del Chianti codificato da Bettino Ricasoli? Non si sa, ma ai predappiesi piace che lo si pensi.
Bella a Predappio alta l’antica cantina degli Zoli sotto la Cà d’e Sanzvès (che ospita talvolta anche interessanti mostre d’arte, ndr), ma belli il paesaggio e l’intero borgo ormai spopolato. Per esso il sindaco Giorgio Frassineti sta gettando le basi di un “albergo diffuso”. I panorami, salendo verso la Toscana, si fanno solenni, castagni, faggi, lecci, presto il parco nazionale delle Foreste casentinesi (www.parcoforestecasentinesi.it) con la Verna e Camaldoli. Paradisi per gli escursionisti. Non lontana pure la romana Sarsina, patria di Plauto, con la strepitosa tomba a edicola dei Rufi nel Museo archeologico.

Predappio Nuova è tutta anni trenta, con una grande chiesa e la ex casa del fascio che potrebbe essere la sede di un ampio museo del ruralismo, visto che Forlì ha deciso di chiudere il suo, davvero formidabile.
A sé stante il cimitero di San Cassiano in Pennino con una severa chiesa romanica e il forte contrasto fra la cripta cupa ed enfatica di Mussolini e la tomba spoglia di Adone Zoli, antifascista, poi presidente del Consiglio negli anni Cinquanta.
Sopra il mercato, la casa natale del duce, ben restaurata dal Comune, che ospita sino a maggio una ricca e documentata mostra sul “compagno Benito” (Benitouscka per gli esuli russi in Svizzera), socialista, tribuno massimalista, direttore dell’Avanti!. Fino al ribaltone: interventista, nazionalista, infine fascista. Nato nel paese del vino, con un babbo anarchico amante della tavola e del sangiovese, Benito, oltre tutto, era astemio e mangiava pure poco per la gastrite.