Sulla Ruta dell'indipendenza

Peter McBridePeter McBridePeter McBridePeter McBridePeter McBride

Viaggio in Messico da San Miguel de Allende a Querétaro, lungo le strade e nelle città che videro nascere la sommossa del 1810, punto di partenza della rivoluzione. In compagnia di un giornalista della National Geographic Society che, albero genealogico alla mano, cerca le tracce di una presunta trisavola ne La Corregidora, celebre eroina che accese le polveri della guerra di indipendenza dalla Spagna.

Fuori, in questa città coloniale di Querétaro, aleggia il ritmo-cantilena della marimba. Nella sala della biblioteca invasa dal sole, ripiani zeppi di volumi in carta pergamena, raccolte di giornali rilegati in pelle e documenti ufficiali sono appoggiati alle pareti, coperte di reliquie religiose e dipinti a olio screpolati dal tempo. Sono immerso da almeno due settimane nella mia caccia agli antenati attraverso l’altopiano centrale del Messico. La mia preda, Josefa Ortiz de Domínguez, finora mi ha eluso. Ma ora, forse, ho fatto centro?

Mi accoglie David Saavedra Vega, che da 30 anni fa il bibliotecario qui. Naturalmente ha sentito parlare di Josefa. Conosciuta come La Corregidora, è considerata l’eroina della guerra d’indipendenza messicana, svoltasi nell’Ottocento contro la Spagna. Ed è stata pure la madre di 14 figli. Saavedra sorride e mi dice che forse è in grado di aiutarmi. Nel giro di pochi minuti mi porta un pacco di lettere datate 1806. Su quelle firmate «Miguel Domínguez, corregidor», il marito magistrato di Josefa, sono apposti i sigilli del governo spagnolo. Dopo qualche minuto Saavedra ritorna al mio tavolo e mi porge un grosso volume, un registro dei discendenti della famiglia. Il ramo materno.

Per generazioni, la mia famiglia si è vantata del proprio legame con la grande rivoluzionaria messicana. Senza la coraggiosa partecipazione di Josefa, così narra la storia, il Messico avrebbe ottenuto l’indipendenza molto più tardi. Dopo 11 anni di guerra, ai governanti spagnoli non rimase altra scelta che consegnare le redini ai messicani. A parte il mio orgoglio per il ruolo avuto da Josefa, le riconosco il merito della mia passione per la cultura latina, il cibo e la musica. Ora ho voglia di saperne di più. Apro il libro. Penso a mio nonno, che mi ha fatto conoscere la nostra famosa antenata. Anni fa, mi diede una banconota messicana sgualcita da 20 pesos con il ritratto di Josefa. Quella che ho proprio con me adesso.

 

La ricerca è cominciata nell’animatissima Città del Messico, dove le macchie di colore dei murales, le piazze sovradimensionate e la vitalità estroversa avrebbero potuto distrarmi per giorni. Ma ero ansioso di prendere la via del nord, verso la Ruta de la Independencia, una serie di tortuose strade di montagna che collegano San Miguel de Allende, Dolores Hidalgo, Guanajuato e Querétaro, tutti luoghi chiave per la storia del Messico.

Un paio d’ore abbondanti di guida sull’autopista, puntando a nord da Città del Messico, ed eccomi ad addentrarmi nei sobborghi della ricca città di Querétaro. Il 13 settembre del 1810 un cavaliere galoppò per oltre 60 chilometri da Querétaro a San Miguel. Portava un messaggio urgente da parte di una rivoluzionaria di nome Josefa: più precisamente María Josefa Crescencia Ortiz Téllez-Girón, moglie del locale corregidor Miguel Domínguez.

Nessuno conosce le parole esatte contenute in quel dispaccio, ma la storia ne ha poi colto il messaggio: «Si dia inizio alla rivoluzione. Adesso!». Nel 1810, stanca della condizione di sudditanza imposta al Messico, Josefa insieme ai suoi compagni rivoluzionari progettò dalla sua casa di Querétaro di liberare il Paese dalla dominazione spagnola. Ma il piano in qualche modo trapelò e le autorità incominciarono ad arrestare i cospiratori. Il marito di Josefa, al corrente delle attività di sua moglie e desideroso di proteggerla, la chiuse in casa. Lei riuscì a far passare il messaggio attraverso il buco della serratura, nelle mani di un cavaliere. Questa semplice azione fece cadere la prima pedina del domino, quella che avrebbe provocato la drammatica catena di eventi della guerra d’indipendenza messicana.
 

San Miguel de Allende oggi è una città culturalmente ricca, che offre splendide vedute, stradine segrete e grandi piazze inondate di musica, ma non scopro nulla riguardo i miei lontani parenti. Da San Miguel ci metto mezz’ora di auto (mezza giornata a cavallo nel 1810), per raggiungere la piazza della cittadina di Dolores Hidalgo. Il 15 settembre 1810 il messaggio della mia antenata raggiungeva proprio lì uno dei cospiratori, padre Miguel Hidalgo. Alle 6 del mattino del 16 settembre, celebrato come il giorno del­l’in­dipendenza del Messico, il parroco fece suonare a distesa le campane e pronunciò la predica entrata nella storia come Grito de Dolores, con la quale spronava il suo gregge, composto per lo più da contadini, a diventare un esercito. Era giunto il momento di prendere le armi, marciare verso sud e rimandare a casa loro gli spagnoli.

Visito la chiesa parrocchiale e proseguo verso Guanajuato. Alla fine di settembre del 1810, Cura (parroco) Hidalgo guidava il suo carro carico di ribelli raccogliticci proprio lungo la strada che ora sto percorrendo. Raggiunta la città, concretizzarono l’insurrezione con un vittorioso attacco a sorpresa contro gli acquartieramenti spagnoli. Meno di un anno più tardi, a Chihuahua, Hidalgo e il suo manipolo di insorti sarebbero stati purtroppo catturati e giustiziati. Percorro un labirinto di vicoli e gallerie che offrono un’ammirevole commistione di Spagna e Messico. È il 1° novembre, e quando raggiungo il Jardin de la Unión vedo scheletri attraversare la strada. Il giorno dopo visiterò un cimitero colmo di gente e di fiori freschi. Teschi di zucchero in miniatura sono in vendita ovunque.
 

È giunto il momento che visiti la casa di Josefa a Querétaro. Trovo subito calle Corregidora e giro verso il centro storico, fino a che raggiungo La Casa de la Marquesa. Situato a pochi passi dalla piazza centrale, l’albergo sembra la base perfetta per la mia missione. Il nome della mia camera è Doña Josefa. Non sto scherzando. Mi arrampico fino all’acquedotto che domina la città. Proprio sopra si trova il pantheon di Querétaro, dove sono sepolti Josefa, suo marito Miguel e altri importanti protagonisti nella lotta per l’indipendenza messicana.

Il giorno successivo faccio una visita alla casa di josefa, oggi il principale edificio governativo della città. La mia ultima tappa è il Museo regionale di Querétaro e, al suo interno, la biblioteca. Mi fermo un attimo quando David Saavedra Vega mi porge ciò che stavo cercando; so che è la conclusione delle mie ricerche. Estraggo dalla tasca un albero genealogico di famiglia tracciato a mano da mio nonno. Apro il registro dei discendenti di Josefa. Trovo il completo schema grafico e cerco nomi familiari. Individuo quelli indicati da mio nonno. Faccio un confronto incrociato con il libro... “Domínguez-Domínguez”. Incominciano a coincidere. Ma poi cessano le coincidenze. C’è qualcosa che non va. I due elenchi non collimano. Poi leggo, in spagnolo «Una famiglia sostiene di avere legami di parentela, ma si è scoperto che si tratta di impostori».

Mi rendo conto che non sono quello che penso di essere. Non discendo ahimè da una famosa rivoluzionaria. Il sangue della grande eroina messicana non scorre nelle mie vene. E allora il mio sangue «non rivoluzionario» incomincia a bollire. Impostori. La mia connessione famigliare con la storia è, beh, un’invenzione. Ma lo è davvero? E davvero mi importa?

Nella mia ultima serata a Querétaro mi imbatto in un piccolo ristorante, Maria y su bici. Sul menu ci sono 12 diverse varianti di mole, la famosa salsa segreta messicana, ricca, liscia come il velluto, infinitamente complicata. Dopo averlo implorato, il cameriere me le lascia assaggiare tutte. La gente intorno divide i tavoli, le battute e la tequila, allegramente. Una gioia semplice, una salsa dal gusto quasi decadente. E un’umanità così dignitosa. Sento che potrei fare una rivoluzione per questo...

(traduzione di Elena Del Savio)
 

Fotografie di: Peter McBride