Lo stile di Mantova e Sabbioneta

Isabella BregaIsabella BregaIsabella BregaIsabella BregaIsabella BregaIsabella Brega

Memoria e orgoglio di ex capitale, ma anche senso di isolamento e voglia di emergere. Nella città dei Gonzaga, candidata a capitale della cultura 2019, e dal 2008 Patrimonio mondiale Unesco insieme alla “piccola Atene” fra Oglio e Po, con la mostra su Andrea Mantegna, nel 1961 nacque il turismo culturale. Un modo di viaggiare per il quale il Touring, che ha contribuito al restauro della cupola della basilica di S. Barbara, continua a battersi
 

Mantova si sceglie. Non si arriva qui per caso, soprattutto ora che il terremoto l’ha ferita, chiudendo ai visitatori il suo monumento più celebre, la Camera degli Sposi di Mantegna. Difficile da raggiungere, a cavalcioni delle rotte autostradali e ferroviarie, non ostenta una bellezza facile e appariscente, non grida forte per farsi sentire. Va voluta, cullata, capita, metabolizzata. Va fatta scorrere sulla pelle, va respirata, cercando risposte fra le ombre annidate nei suoi sogni, nelle sue pieghe di pietra e di cotto. Nelle nebbie che confondono e confortano, sotto il sole che consuma ogni spazio, nella luce fremente di pulviscolo dorato, nei sapori pieni e contrastanti. Va assaporata con calma, da lontano, quando appare dal ponte di S. Giorgio fra brume grasse e assonnate come un miraggio sospeso su una lama d’acqua velata dal tempo: sagoma intinta nella luce, greve di palazzi, chiese e logge, volumi compatti di torri e guglie, cupole gonfie d’aria e di voli di piccioni, sospiri di giardini.
Mantova della pietra, Mantova dell’acqua. Cinta di laghi che la difendono dalle piene, la esaltano e la isolano, nata isola in un Mincio spanciato che si credeva lago, è una città sola, ripiegata su se stessa, paga della propria sostanza e del proprio passato. Elegantemente altera, mai sguaiata, misurata anche quando trabocca di dipinti e di orgoglio, di malinconie e di ribellioni. Apparentemente semplice, ma non asettica, piuttosto calda, sensuale, pesantemente e opulentemente fisica. Solida dentro e fuori, nel corpo e nello spirito, tutta d’un pezzo. E quando il sole la fa cantare sa di caffellatte e di pane sfornato, echi di un canto lontano, giochi di bimbi, tavolini di caffè carichi di dispute calcistiche e chiacchiere in libertà.

Nebbia che ghiaccia o calura che snerva, acqua che morde, zanzare (tante) e rane (poche). Un mondo a parte, che dà il meglio di sé quando la nebbia diventa una sfida all’immaginazione, vero e proprio elemento architettonico. Una città di cui essere fieri, dove il tempo non si è fermato ma ha macinato anni e desideri con un ritmo proprio, non corrotto dall’ansia insicura degli uomini. Il tempo dei cento orologi di Isabella, la marchesa prima dama del rinascimento italiano. Perché questa è soprattutto la città dei Gonzaga, avidi, sensuali, bulimici di vita e d’arte. Che attaccavano coccodrilli ai soffitti di chiese e musei e impagliavano i nemici esibendoli su ippopotami altrettanto impagliati nelle proprie collezioni.
Luci e ombre, bellezza e deformità fisica, virtù e miserie. Gobbe, spade, orgoglio e titoli da trasmettere ai successori. Uomini forti e scaltri, irrequieti, malinconici, esuberanti. Soldati più che diplomatici: mercenari, mecenati, santi. Donne volitive ma piegate al dovere: fattrici di rango, monache forzate, principesse mancate, spose dolenti. Tasso e Mantegna, Pisanello e Tiziano, Leon Battista Alberti e Rubens, Baldassar Castiglione e Monteverdi, Ariosto e Giulio Romano. Pietre preziose, antichità, specchi molati, libri e strumenti musicali. Purosangue e unicorni, trofei di caccia e tenere Madonne, molossi e buffoni, sangue di Cristo e nani, putti e dei. Potere, arte e fede: opulenta e preziosa la corte dei Gonzaga guerrieri, cui l’Unesco ha reso omaggio inserendola, come un unico territorio insieme a Sabbioneta, nel Patrimonio dell’umanità.

Nati contadini, sconfitti gli odiati Bonacolsi, in sette secoli i Corradi da Gonzaga si fecero soldati di ventura, marchesi e poi duchi, sfruttando con un’abile operazione promozionale anche la fama acquisita grazie alla propria smania collezionistica. Accumulata in quella gigantesca wunderkammer dell’orgoglio e dell’arte di Palazzo Ducale, dopo il Vaticano la più estesa residenza d’Europa, con il prezioso pantheon dinastico della Camera Picta del Mantegna. Un minestrone architettonico cucinato in cinque secoli da 18 Gonzaga: 500 ambienti, tre palazzi, un castello, una basilica. Un labirinto di stanze e stanzini, una ragnatela di grottesche, stucchi, affreschi. E poi collegamenti pensili, sotterranei, giardini, cortili. Una reggia che si mangia la città, perché Mantova è smisurata nell’orgoglio quanto piccola nello spazio. 
Una frenesia collezionistica, una ricerca spasmodica del bello, riscatto psicologico (e forse anche fisico) soprattutto del biondo e sensuale Vincenzo I, figlio del geniale (e gobbo) Guglielmo, accompagnata da una vera e propria mattana edilizia. Non paghi di una raccolta di oltre 20mila pezzi (nel 1630 ci vollero 260 carri ai lanzichenecchi per portarla via), i principi di casa Gonzaga hanno sempre voluto il proprio giocattolo personale. Guglielmo punta i piedi per avere la sua basilica di S. Barbara, Ludovico II si sfoga con la maestosità di S. Andrea, candida torta nuziale dell’Alberti che sovrasta fuori scala piazza Broletto e piazza delle Erbe, la Mantova del libero Comune, con l’Arengario, il palazzo del Podestà, quello della Ragione e la mistica chiesa di S. Lorenzo, acquattata sotto il livello stradale.

Francesco II si balocca con palazzo S. Sebastiano, Federico II, assecondato da Giulio Romano, con il capriccio di palazzo Te: i beniamini della scuderia, Morel, Glorioso, Battaglia, Dario, immortalati sulle pareti al pari dei giganti, feriti e umiliati, travolti dalla caduta di un mondo alla fine. Esternamente scenografica e maestosa, quanto misurata e contenuta all’interno, romana su etrusca, gotica e romanica su medievale, la città si acciambella intorno al visitatore. Seguendo il suo micidiale acciottolato, rincorrendo il Rio che, insieme a via Roma, la taglia in due e gioca a rimpiattino, nascondendosi per poi riapparire quando meno te lo aspetti, Mantova è una sfida per chi è pronto a farsi sorprendere e non chiede altro che lasciarsi emozionare, accettando di perdersi fra vicoli, portici, torri, cibi e volti nuovi.
Da Virgilio a Matilde di Canossa, che aveva fatto della città la capitale politica dei propri domini, ai celeberrimi sceneggiatori teatrali ebrei dei Gonzaga, come Leone de’ Sommi, ai martiri risorgimentali di Belfiore. Ma anche il gobbo Rigoletto verdiano o l’arguto Arlecchino, al secolo Tristano Martinelli, nato attore e morto nel 1557 proprietario di un mulino. Sono loro a tenere accesa la fiammella dell’ex capitale, a ricordare al mondo il suo nome anche dopo che il sacco della Celeste Galeria, come era chiamata la collezione dei Gonzaga, l’ha svuotata di vita e di orgoglio, facendola afflosciare su se stessa. Ma Mantova non è una città di sconfitti, non lo è mai stata. E sono ancora i Gonzaga a segnarne il riscatto.

Nel 1961 l’Italia e gli italiani riscoprono Andrea Mantegna e la città dei duchi. E si accorgono della bellezza dei centri minori. In quell’anno nella sonnacchiosa città acquattata fra i tre laghi nasce il turismo culturale. Una grande mostra riporta fra le mura di Palazzo Ducale i suoi tesori. Un evento sbalorditivo, irripetibile. Mai un’esposizione così importante e così affollata, 250mila visitatori in due mesi, quattro ristampe del catalogo. Questo in una piccola città, l’autostrada ancora da venire e due soli alberghi. Da Roma partono addirittura voli Alitalia gratuiti per artisti e scrittori. E come sempre nel Bel Paese arrivano puntuali le polemiche sui rischi di quella che il critico Roberto Longhi definisce «un’occasione dopolavoristica». Il boom economico, la febbre per la 500, la scoperta del weekend, certo gli anni erano quelli, entusiasmanti, pieni di vita e di futuro, tanto lontani da quelli snervati di oggi, ma l’esposizione mantovana costituisce un punto di svolta, indica il nuovo modo di organizzare mostre e la loro importanza per la promozione di un’intera città. Da qui al Festivaletteratura, che a settembre impone Mantova alla ribalta del mondo letterario, il passo è breve.
Maria e Isabella, le donne che hanno legato il proprio nome a Mantova. Loro, che non erano nemmeno di queste parti. Romana la Bellonci, inventrice con Guido Alberti del Premio Strega, i cui ricami linguistici, frutto di una documentazione scrupolosa e di un’immaginazione vivacissima, hanno incantato generazioni di lettori. A lei, autrice di opere come Tu vipera gentile (1972) o Segreti dei Gonzaga (1947), il merito di aver acceso a livello internazionale i riflettori su Mantova e aver sottratto all’oblio Sabbioneta, che si stava dolcemente sgretolando sotto al sole. Ferrarese Isabella d’Este, amante del bello e del lusso come di camerini minuscoli e silenziosi e di giardini segreti, ristoro del corpo e dello spirito.

Isabella, rinascimento fatto donna, lucida rappresentante delle potenzialità, ma anche delle contraddizioni del suo tempo, collezionista d’arte ma anche reggente astuta, durante la prigionia, di un consorte impetuoso quanto infedele e di un figlio seducente e ingrato. Isabella, un nome che ritorna più volte anche nella vita di Vespasiano Gonzaga, del ramo cadetto cresciuto a nebbia e pioppi nelle terre fra Oglio e Po. Bello era Vespasiano, figlio di Isabella (Colonna), padre di Isabella, unica erede dopo la morte di tre mogli e del giovane figlio Luigi. Dotato di una formazione umanistica, Vespasiano plasma Sabbioneta, simbolo dei valori di un’intera epoca. In 36 anni prende corpo il sogno di pietra di questo diplomatico, architetto e condottiero al seguito della Spagna, una vera e propria città ideale rinascimentale, colma di opere d’arte, combinazione di potenza militare e armonia classica. Con la morte di Vespasiano, nel 1591, il futuro si dissolve e Sabbioneta resta un bianco involucro di speranze disattese. Racchiusa da mura a forma di stella a sei punte, immortalata da Bernardo Bertolucci nel film La strategia del ragno del 1970, più che una città di fondazione è una fantastica, solitaria, scenografia metafisica alla de Chirico con il sipario rimasto alzato. Pianta a scacchiera, un palazzo, quello del giardino, per l’ozio, un teatro progettato dallo Scamozzi per il divertimento. E ancora, un Palazzo Ducale per la gloria, propria e degli antenati, ritratti in una straordinaria parata equestre lignea, una Galleria degli antichi per le collezioni d’arte e i trofei di caccia, ora dispersi, una chiesa a pianta ottagonale per un desiderio di immortalità. La grandezza dell’uomo, la solitudine del principe. Qui, schiacciato dalle calunnie che lo incolpavano della morte di alcuni familiari e dalla massiccia statua funebre opera di Leone Leoni, sono sepolti Vespasiano e il figlio che non riuscì a portarne avanti l’eredità: il passato realizzato e il futuro incompiuto. Fuori Sabbioneta, il presente. 

Fotografie di: Isabella Brega