C'è Vento sul Po

Stefano BrambillaStefano BrambillaStefano BrambillaStefano BrambillaStefano BrambillaStefano BrambillaStefano Brambilla

Che cosa significa realizzare una pista ciclabile lungo il più grande fiume italiano? Per sperimentarlo, tre giornalisti di Touring hanno accompagnato da Torino a Venezia il team del Politecnico di Milano che ha ideato il progetto Vento. Ecco il resoconto di una settimana a pedali (a destra, invece, il resoconto giorno per giorno)

Da Torino a Piacenza - Stefano Brambilla

Parti pensando che sia poco più di una normale pedalata campestre e invece ti rendi subito conto che è molto di più. Non soltanto perché andare da Torino a Piacenza in tre giorni vuol dire stare in sella da mattina a sera; o perché il percorso attraversa paesaggi dove non avresti mai messo piede (ruota). Ma perché pedalare con Vento vuol dire portare con sé un’idea nuova, oltre alle proprie biciclette. Paolo Pileri, il docente del Politecnico di Milano che ha ideato il progetto e che guida la piccola carovana, continua a ripeterlo a chiunque incontriamo, amministratori, commercianti, semplici turisti: Vento (dalle iniziali Venezia-Torino, le due città capolinea del percorso) non è solo una pista ciclabile, è un’opportunità di sviluppo. Per tutti. Basta leggere i dati dei turisti che passano ogni anno lungo la pista ciclabile del Danubio... il Po è forse da meno? No, a giudicare dall’entusiasmo di tutti i locali che ci accolgono e che credono in Vento: a Crescentino, nel Vercellese, dove ci aspetta l’intero paese, quasi fossimo eroi, e dove mi rimettono in sesto dopo una brutta caduta; al parco del Po e dell’Orba, nell’Alessandrino, che ci scorta per lungo tratto – direttore e presidente pedalano insieme a noi; a Casale Monferrato, dove si sono mobilitate intere associazioni sportive; a Pecetto di Valenza, dove il sindaco, al tramonto, ci porta sulla rocca ad ammirare i tetti del paese, i campi, le risaie, le colline del Monferrato, panorama che ripaga dalle fatiche della giornata. Se quest’entusiasmo e questa bellezza fossero tramutati in azioni concrete... 
E non che ci vogliano tanti soldi, per realizzare una ciclabile unica lungo il Po – Pileri ha calcolato 80 milioni di euro, una bazzecola rispetto a cifre per altre infrastrutture. Piuttosto, è necessario uno scatto di mentalità: solo mettere le bici su un treno regionale (prendiamo quello da Valenza a Pavia) è un’impresa ai limiti delle possibilità umane: per la fatica e perché nonostante abbia pagato il biglietto alla fine salgo come clandestino – siamo in sei e il capotreno dice che può accettare solo quattro ciclisti alla volta. Senza contare i tratti di argini di ghiaia o meglio di pietraia, dove prego ogni minuto di non bucare; e quei maledetti svincoli alle porte delle città dove si rischia ogni secondo di essere travolti da un tir (non a Piacenza, dove hanno costruito un ponte ciclabile, di cui sono orgogliosi). Alla fine delle mie tappe, due sensazioni: meraviglia per la bellezza incontrata; certezza che Vento può cambiare le cose.

Da Piacenza a San Benedetto Po (Mn) - Renato Scialpi

Tre giorni a pedalare lungo il Po, con qualche parentesi di navigazione, per seguire il tratto centrale del percorso. Esperienza alla portata di tutti, purché capaci di uscire dagli schemi del turismo preconfezionato. Anche di chi, come me, ogni giorno fa quella poca strada col bike sharing. La sintesi dei “miei” 138 chilometri? Una serie di instagram, le polaroid dei social network. 
Nel primo la carovana di Vento è a palazzo Farnese, Piacenza: dopo un po’ di riscaldamento nel verde del Trebbia, il tondo di Botticelli che vi è custodito è l’occasione per riflettere sul contributo del cicloturismo nel valorizzare il patrimonio culturale. Nello scatto successivo c’è la scolaresca entusiasta che assiste alla presentazione di Vento nella sala delle idrovore della Finarda, alle porte della città. Per poi riprendere la gita in bici, scortata da bidelli e insegnanti a loro volta su due ruote. Un fotogramma più avanti i protagonisti sono i blocchi di cemento e le sbarre ammazzaciclisti che tagliano l’argine: dovrebbero fermare le auto ma sono invalicabili pure per noi. Per scavalcarli solleviamo a una a una le bici; una fatica che ripeteremo più volte. La rocca di Maccastorna e il suo rosaio fiorito, nell’instagram che segue, sono uno dei molti angoli di paesaggio doc che il turismo lento in bici dischiude prima di arrivare a Cremona. Città a misura di bici ma con trappola: se non sei nato nella patria di Stradivari, come orientarti senza ricorrere al satellitare? La segnaletica è solo per le auto e l’indicazione “imbarco turistico” ti spedisce in tangenziale. Soluzione: intervistare i rari pedalatori del primissimo mattino.
Lo scatto dopo, in navigazione sul Po, restituisce panorami riservati a pochi viaggiatori; insoliti quanto realizzare, allo sbarco a isola Pescaroli, che il chiosco di pesciolini fritti non può sfamarci; siamo solo in sette, ma la dispensa è vuota... Un instagram più avanti, ecco le chiazze di pioppi accarezzate dalla brezza a Casalmaggiore, viste dall’argine maggiore. Regalano mille sfumature di verde-grigio e nascondono le lottizzazioni di villette dai colori e dagli stili improbabili a ridosso della golena. Tanto brutte da far apparire gradevoli le fabbriche di Viadana.
Zero immagini, invece, sul ponte per Boretto. Di quello di barche, fissato nella memoria collettiva dai film di Don Camillo e Peppone, sopravvive un lacerto sulla sponda destra; l’attuale è stracarico di auto e camion; e vibra sotto il loro peso. Addio poesia dello scavalcare il Grande Fiume. E lodevole che Vento comprenda un abaco degli interventi su strade, argini e ponti per la messa in sicurezza di chi percorrerà la ciclovia. Ultimo instagram, di nuovo in barca diretti verso la terremotata abbazia di San Benedetto Po, tra le lanche del fiume, in riserve naturali degne di ben altra attenzione rispetto a oggi. Sempre che Vento riesca a rimorchiare questi territori fuori dalle secche dell’oblio.

Da San Benedetto Po (Mn) al Lido di Venezia - Tino Mantarro

La prima cosa di cui ti accorgi quando pedali lungo il Po è che stai guardando il mondo da una prospettiva diversa. Sei in alto, sull’argine. Sfrecci (relativamente) alla stessa altezza dei campanili, cinque metri sopra i tetti. Guardi i paesi dalla porta sul retro, curiosando nei giardini e sulle aie piene, buttando uno sguardo di passaggio sulle finestre aperte, sulle tavole apparecchiate, sulle stanze in disordine. La seconda è che stai pedalando nel cuore dell’Italia settentrionale, in una zona centrale geograficamente ma marginale per il resto. Perché se una cosa è certa è che il Po, il suo filo d’Arianna di acque, è il grande dimenticato del nostro Paese. E i paesi che lo circondano sono la vera periferia abbandonata dell’Italia industrializzata, da Torino a Venezia. Luoghi poco noti e ancora meno visti, terreni di pianura della cui esistenza ci si ricorda solo quando c’è una piena o un terremoto. Eppure hanno fascino.
Per lo più da San Benedetto Po in avanti attraversi paesini da qualche centinaio d’anime e qualche migliaio di animali da ingrasso. Luoghi i cui nomi sembrano ancorati agli anni Settanta: Revere, Quingentole, Borgofranco, Ficarolo. Come sembrano usciti da un’altra epoca i ristoranti in cui t’imbatti lungo l’argine, con quell’aria da balera fuori tempo, o le case di bonifica degli anni Trenta. Per non parlare degli approdi dimenticati in cui barconi a fondo piatto aspettano carichi di merci che non arrivano mai. Il paesaggio che si svela davanti agli occhi è a suo modo grandioso e poetico. Pare disegnato da un geometra con la passione per le righe nette e le forme definite: filari di pioppi come pedine di una dama perpetua, campi di grano arati con la livella, scacchiere di peschi, argini sinuosi.
È in questo teatro naturale dimenticato che si sono svolte le ultime tre tappe del percorso. Oltre duecento chilometri che sfilano su strade arginali ben tenute e quasi sempre asfaltate, ciclabili della prima ora (come quelle che da Ferrara costeggiano il Po dai due lati, o quella spettacolare del canale Burana che porta nella città estense) e stradine di campagna che vedono più aironi che trattori. Un percorso senza ostacoli e senza asperità, affrontato da pochissimi cicloturisti: incontriamo solo qualche locale che fa la sgambata e qualche pendolare che ha scelto la bici per andare al lavoro. Eppure questo tratto, volendo, è davvero quasi pronto. Così, dopo aver provato l’integrazione (perfettamente funzionante) tra bicicletta e vaporetto nella laguna di Venezia, vien da pensare che non servirebbe poi tanto per rendere il progetto una realtà. Basterebbe essere convinti che solo le buone idee possono davvero cambiare il destino (turistico e non solo) di un luogo.
Fotografie di: Stefano Brambilla,Tino Mantarro