Labico, un resort fuori dal mondo

Giuseppe CarotenutoGiuseppe CarotenutoGiuseppe CarotenutoGiuseppe CarotenutoGiuseppe CarotenutoGiuseppe CarotenutoGiuseppe Carotenuto

Ma a soli trenta chilometri dal Colosseo. Immerso nella campagna romana è centro benessere, agriturismo, hotel, galleria e casa per artisti, orto e scuola di cucina. E naturalmente un ristorante doc. Un resort nato al posto della centenaria trattoria di famiglia di uno chef ben noto nella capitale.

Accanto al camino color fumo c’è un giovane che dipinge cercando di cogliere tutte le sfumature della campagna circostante visibile dagli enormi vetri come un quadro. La luce irradia la scena di rosso tramonto trasformandola per un attimo in un’istantanea. E intanto la cucina a vista è un fremito di piatti, pietanze e mani che lavorano senza sosta a ridare animo a polli e conigli, cicorie e melanzane sotto gli occhi dei visi corrucciati nei ritratti del fotografo Marco Delogu, una carrellata umana di sguardi e rugosità; più in là, da una porta aperta e poi richiusa, un’onda di vapore profumato avvolge un vecchietto che legge il giornale, immerso in una poltrona; in lontananza il ragliare di un asino mette di buonumore una coppia intenta a mangiare bocconcini di salumi e formaggi.

Dove siamo? All’Antonello Colonna Vallefredda resort, nei pressi di Labico, a 30 chilometri da Roma. Chiamare albergo questa struttura realizzata con parallelepipedi di cemento adagiati sull’erba è riduttivo, così come i termini tenuta, centro benessere, agriturismo, hotel, spazio espositivo non rendono e non spiegano al meglio il luogo. Qui non basta la parola per capire, bisogna sperimentare. A cominciare dalla sorpresa che la costruzione suscita, rintanata com’è nel verde della campagna laziale a volte spelacchiata a volte imponente. Qui è imponente. Tutto è invisibile fino a pochi metri dall’arrivo, poi eccola che appare, inizialmente fredda e grigia come il colore del ferro e del cemento, poi via via sempre più calda e familiare. Una sensazione crescente di armonia che ti spieghi forse perché i muri sono quasi tutti vetrate puntate all’alba e al tramonto o perché la piscina realizzata sul tetto riflette il profilo dei monti Prenestini, oppure per quel profumo di pietanze disseminato nelle cucine, che ricorda qualcosa di antico. Te la spieghi per quell’orto in lontananza, che garantisce la freschezza dei prodotti, o per la gigantesca galleria espositiva ammantata di luce naturale. O forse è solo per lo sguardo sognatore e affabulatore di Antonello Colonna che ti rapisce portandoti in mondi migliori e possibili. Antonello, quello dell’Open Colonna, il ristorante all’ultimo piano del palazzo delle Esposizioni in via Nazionale a Roma, chef visionario e anarchico, grandissimo lavoratore e manager di se stesso, quasi trent’anni di genialità italica, tra uno “spaghetti cacio e pepe” rivisitato e un risotto con midollo da capogiro: eccolo che saltella da un ambiente all’altro ad aggiustare, riordinare, escogitare, perché non si finisce mai di imparare. Eccolo a disporre con cura una sedia di legno, «era dell’osteria dei miei genitori», e la tocca come fosse oro; eccolo a guardare nei piatti con gli occhi di una lince e ad accarezzare un pomodoro, «perché bisogna tornare alle radici».

Per la sua creatura che definisce «un posto fuori dal mondo a due passi dal Colosseo», Colonna sogna un futuro fatto di memoria e bellezza che vuol dire fantasia, lavoro, accordi lungimiranti, eventi. Tutto per far quadrare i conti. Il presente del resort, dopo un anno dalla sua inaugurazione, è pieno di iniziative. «Vede oltre quei noci?» indica Antonello. «Lì è la fattoria con mucche, asini e galline dove sono alloggiati i primi 12 allievi del Campus Colonna appena partito, un corso di 100 giorni trascorsi i quali tutti dovranno essere in grado non solo di cucinare, ma di fare impresa con il cibo made in Italy, anche con piccole iniziative». Perché secondo lo chef – burino come dice lui – il cibo è lavoro, fantasia, impegno, risorsa «e non bisogna vergognarsi di aprire una frutteria, una rosticceria, una paninoteca o una cioccolateria. L’importante è che i prodotti siano i migliori, ma anche il design, lo stile, i colori devono tornare a parlare italiano».
 

Un luogo dove la natura riesce a penetrare negli ambienti interni e a vivere di vita propria diviene spontaneamente anche una casa per artisti. E così l’eclettico Antonello – grazie a una convenzione con il Museo siciliano di arte contemporanea Riso – ha ospitato quest’estate sette artisti che per una settimana hanno vissuto nel resort a contatto con cielo, terra e acqua partorendo installazioni e opere. Come quella di Giuseppe Lana: una serie d’impianti d’irrigazione che spruzzano colore contro i muri ricostruendo un paesaggio astratto che evoca la pittura preistorica, ma anche l’affresco e i graffiti. Racconta l’artista catanese: «Durante il soggiorno sono rimasto folgorato dopo aver appreso che i cibi che mangiamo sono colorati per il 90 per cento da sostanze chimiche o naturali, ho quindi staccato la pompa d’irrigazione del campo da golf del resort e l’ho sistemata sul tavolo del living, poi il resto è venuto da solo». Vorrà forse rappresentare il concetto che noi siamo quello che mangiamo? La sua creazione, insieme con quelle degli altri giovani visionari, sarà esposta dalla fine di novembre all’American Academy di Roma, attuale residenza dell’artista giamaicano Nari Ward che ha seguito il gruppo. E un librone con dediche, disegni e bozzetti è stato sistemato all’ingresso del resort come un diario da consultare per ricordare e progettare perché l’esperienza deve continuare. Nel 2014, infatti, l’attenzione si sposterà sugli artisti romani e laziali che potranno inventare nuovi metodi e linguaggi dell’arte traendo spunto dal millenario paesaggio e da una natura antica che con i suoi maestosi alberi racconta la storia del territorio. Proprio come il programma di vita dello chef Colonna: puntare al nuovo senza perdere di vista le tradizioni o, al contrario, puntare alle tradizioni senza perdere di vista il nuovo. È speculare. Del resto in questi luoghi sorgeva la trattoria di famiglia da cui tutto è partito.

Ora è chiaro il senso del resort che appare a sera come una visione: uno stile di vita che si divide tra spa, azienda agricola, ristorante, temporary gallery, albergo. Ma del resto, non è questa, in piccolo, la vocazione dell’Italia tutta, prodotti enogastronomici d’eccellenza, mangiare da Dio, belle arti e terme come se piovesse? Un’idea il Touring l’avrebbe. Iscrivere i nostri politici al corso di 100 giorni di Colonna sul made in Italy, per capire di che pasta è fatto il nostro Paese e su che cosa si dovrebbe investire.

Fotografie di: Giuseppe Carotenuto