Uomini e toponimi. C’era una volta Malpasso

Antonio Molino

Da Maleventum a Benevento, da Bonborghetto a Malborghetto, l’origine dei luoghi è legata a fatti storici, scaramanzie e a una grande dose di fantasia

Alle falde dell’Etna, ancora per tutto il Seicento, sorgeva un bel paese. Aveva nome Malpasso. La località era nota anche come Santa Maria del Passo, dove Passo indicava il fatto che molte persone passavano di lì. In quanto al “mal” non è detto che si riferisse a possibili brutti incontri o a una strada particolarmente accidentata. Nella zona infatti si coltivano mele e l’albero delle mele in latino si chiama malum. Forse gli antichi Romani non conoscevano il proverbio su «una mela al giorno», ma più probabilmente la vicinanza fra la mela e il male a loro non faceva impressione. A noi ne fa, tanto più che la mela è diventata frutto del peccato originale. Ma insomma, i malpassoti potevano consolarsi del fatto di abitare in un luogo chiamato «passo dei meli».
Nel 1669, però, l’Etna entrò in fase eruttiva e coprì di lava Malpasso. I superstiti non si persero d’animo e fondarono un’altra città, in una zona un po’ discosta. Si dissero: «Vogliamo chiamarlo ancora Malpasso?». Era una città risorta dalla lava e quindi, ricordandosi della leggendaria araba fenice, venne chiamata Fenicia; anzi, Fenicia Moncada, dal nome del signorotto locale. Gli abitanti erano detti “fenicioti”. Quando il destino si accanisce, però, c’è poco da fare: nel 1693 venne un terremoto che devastò anche Fenicia Moncada. Seconda ricostruzione, e a quel punto i nuovi pionieri decisero di sfidare a viso aperto la sorte, e chiamarono la nuova città: Belpasso. Più di trecento anni dopo possiamo dire che hanno avuto ragione: ora Belpasso è un centro di più di 25mila abitanti, detti “belpassesi”, anche se nel dialetto locale resiste ancora l’antropotoponimo (così i linguisti chiamano i nomi degli abitanti dei singoli luoghi) “malpassoti”.

Perché un luogo cambia nome? I motivi possono essere tanti, più o meno ragionevoli, più o meno comprensibili: il caso della scaramanzia però è tutt’altro che unico. Anche Benevento in origine si chiamava Maluentum, Maloentum e Maleventum, dove la “mal”  era un’antichissima radice prelatina che significava “monte”. Il cambiamento di nome questa volta avvenne molto prima: nel 275 a.C., quando i Romani proprio lì nei paraggi sconfissero Pirro, re dell’Epiro, e cambiarono il nome della città nel più tranquillizzante “Beneventum”. Forse avevano considerato imprudente migliorare l’auspicio del nome prima di vincere la guerra, un po’ come vendere la pelle dell’orso prima di averlo ammazzato.

C’è anche un caso opposto, ed è quello di un piccolo centro dell’Udinese. Il suo nome originario era Bambergetum, perché la chiesa locale era stata fondata dal vescovo della città bavarese di Bamberg (in italiano Bamberga). Questo succedeva prima del Duecento. Ma nel passaggio dal latino al volgare gli abitanti lo italianizzarono in Bonborghetto, come fanno i bambini che chiamano “fermaforo” il semaforo, perché ferma l’automobile (e non i semi). Una volta ho sentito parlare, a proposito di Pirro, di un bambino che in un tema aveva scritto «Birro, il re delle biro». È il fenomeno chiamato “etimologia popolare” e produce invenzioni meravigliose. Nel campo dei toponimi è celebre il caso di Ventimiglia, che non vuol dire affatto “venti miglia” ma viene da un antico Intemelion, che significava “città capoluogo”. Le parole che non conosciamo vengono interpretate attraverso quelle che conosciamo, e così ci facciamo idee sbagliate sulle parole. Se le idee sbagliate sono più longeve di quelle giuste, diventano giuste loro. Le lingue cambiano così. Bonborghetto fu davvero un buon posto per viverci ancora per qualche tempo, ma nel 1368 si ribellò a Venezia e venne raso al suolo. Fu ricostruito e dal 1407 prese il nome di Malborghetto (oggi è una frazione di Malborghetto-Valbruna, in provincia di Udine): non so se per beffa dei veneziani riconquistatori o per arroccamento resistenziale degli abitanti. Visto che siamo dalla parte del torto, diciamocelo da soli.

Fotografie di: Antonio Molino