Cilento, elisir di lunga gita

Gianni Fiorito/ControluceGianni Fiorito/ControluceGianni Fiorito/ControluceGianni Fiorito/ControluceGianni Fiorito/ControluceGianni Fiorito/ControluceGianni Fiorito/ControluceGianni Fiorito/ControluceGianni Fiorito/ControluceGianni Fiorito/Controluce

Già Cicerone veniva da queste parti per assaporare le specialità locali. Del resto, è qui che fu «scoperta» la dieta mediterranea, consigliata e tutelata dall’Unesco. Oggi ci si viene non solo per la buona tavola, segreto della longevità locale, ma anche per i gioielli del passato. E per un mare dove l’estate sembra non finire mai

Francesca ti travolge. È solare e loquace, vivace e sorridente. Ama il cibo e la sua terra generosa. Parla con un accento che confonde, di quelli che hanno le persone nate nei luoghi di confine. Guida e mi racconta la sua storia, fatta di gente semplice, di mare, di terra e di una Campania lontana dalle folle di stranieri e dai vip modaioli. Orgogliosa della sua distanza, dell’acqua cristallina e dei parchi, oltre che dei suoi abitanti centenari o quasi.
La storia parte da lontano e si legge sui volti segnati dal sole ma protetti da geni speciali. Rivela autenticità e soprattutto tenacia. Quella stessa che ha proiettato questo territorio, il Cilento, in una dimensione originale e ancora poco nota. A raccontarla per primo fu un biologo americano, Ancel Keys (il primo biologo nutrizionista della storia, quello della famosa razione K), che in questa zona trovò uomini e donne straordinariamente longevi e con una bassa incidenza di alcuni tipi di malattie. Rimase fra i pescatori di Pioppi per quarant’anni, elaborando per primo il concetto di dieta mediterranea: in sostanza rivelando al mondo che il segreto era soprattutto nel cibo. Probabilmente non immaginava che qualche decennio più tardi quegli stessi alimenti avrebbero richiamato l’attenzione anche dell’Unesco, che nel 2010 dichiarò la dieta mediterranea Patrimonio intangibile dell’umanità.

Verdura e ortaggi conditi rigorosamente con olio d’oliva. Pesce fresco, formaggio con moderazione e pasta in abbondanza. Sulla tavola non mancano mai frutta, un bicchiere di vino e pane, meglio se fatto in casa e ottimo per accompagnare zuppe di cereali, soprattutto fagioli, che a Controne sono fra le cento specialità italiane da salvare secondo Slow Food e si mangiano con le làgane (pasta fresca senza uova), con la scarola o al tozzetto, cioè su una frisella e cosparsi di abbondante olio extravergine locale. Menu povero ma dai risultati eccellenti sia per il palato sia per la salute. E il «genoma cilentano» è diventato la bandiera di uno stile di vita ispirato al cibo, sì, ma anche ai ritmi giusti per prepararlo, scanditi dalle chiacchiere delle donne, da quelli per la cottura e poi dal piacere di mangiare a tavola con tutta la famiglia.
Sarà per questo che qui le ore sembrano più lunghe. Sono piene di persone e di storie. Francesca mi racconta del governatore Mario Cuomo, e di come a New York sia rimasto estasiato dalla panzanella cilentana (briciole di pane di Padula, dadini di pomodoro, olio d’oliva) preparata dalla chef Maria Rina che dai fornelli del Ghiottone rielabora le ricette dei vecchi e le trasforma in gastronomia. È uno dei must di Policastro Bussentino dove, con la stessa tenacia degli antichi, Francesca Pellegrino, «la signora con gusto» come la chiamano in paese per la trasmissione che conduce sull’emittente locale 105TV, cura e fa crescere il Festival gastronomico del golfo di Policastro che ad agosto celebra i piatti del luogo e li condisce con pizzica e canti tradizionali.

Risalendo la costa e oltrepassato il Bussento si arriva al minuscolo paese di Scario, dove sono bandite le auto. Marco Tullio Cicerone ci veniva in vacanza, forse anche per gustare il garum, la salsa di pesce che piaceva tanto ai Romani e per cui Scario era famosa. Un piccolo gioiello fatto di vicoli colorati dalle facciate delle case con le finestre spalancate e i giardinetti aperti sul pacifico lungomare; un tratto breve, la chiesa sul fondo, il sole che cala, qualche tavolino che invita a sedersi con l’immancabile bicchiere di vino.
Lungo i cento chilometri di costa con il mare più limpido della Campania l’acqua gioca con la terra, sagomandola e frastagliandola, talvolta carezzandola dolcemente. Delle due aree marine protette, quella della Costa degli Infreschi e della Messeta (l’altra finisce ad Agropoli e racchiude la Castellabate del film Benvenuti al Sud) si modella in grotte che risuonano nei toponimi. In greco kammaratos significa «fatto a volta» e il nome di Camerota rivela un territorio di anfratti adibiti a magazzini e camere, popolati già nel neolitico. Ben più recenti le botteghe di ceramisti e artigiani e il mercato settimanale, dove i prodotti del territorio sono esposti dai contadini come un elisir di lunga vita a portata di mano. Pochi chilometri e le spiagge di Marina di Camerota si fanno largo sul mare fra le grotte naturali a pelo d’acqua, oltre macchia mediterranea, ulivi e corbezzoli. Qui il Villaggio Touring è stato il primo in Italia a istituire una spiaggia «no smoking» e a proibire la sigaretta sotto gli ombrelloni (ma a consentirla in uno spazio riservato e appartato, per buona pace dei fumatori).

Allontanandosi dalle insenature di sabbia e ciottoli, dalle piazzette assolate circondate da case basse e dal silenzio del pomeriggio, il «paesaggio culturale vivente, opera di natura e uomo», come lo ha definito l’Unesco, si rivela nel parco nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, altra stella del patrimonio mondiale. L’isolamento geografico ne ha fatto un’oasi e forse è questa la ragione per cui questo microcosmo intatto si è mantenuto come il parco mediterraneo per eccellenza, secondo per estensione in Italia, con 200 specie di piante endemiche, lecci, ulivi e sassi antichi che ci raccontano come qui fossero i confini tra le colonie della Magna Grecia e le popolazioni etrusche e lucane. Fra le pieghe delle montagne che corrono da oriente a occidente passavano le antiche rotte dei commerci e delle genti e le terre del Cilento, cuore del Mediterraneo, furono il ponte fra merci e culture, fra Adriatico e Tirreno.
Nelle viscere del parco scorre l’acqua che poi riemerge, si fa fiume, talvolta ruscello, e viaggia verso il mare. Quando non ce la fa, viene risucchiata dalla roccia e si nasconde in antri e inghiottitoi naturali, dove è spinta giù nella terra e poi liberata improvvisamente. Una mulattiera di pietra parte dal borgo di Morigerati (oasi Wwf) e in circa un’ora di cammino porta alla grotta del Bussento, dove con una scaletta stretta stretta si scende oltre un profondo canyon per ammirare lo stupefacente panorama delle acque che saltano dalle rocce, creando uno degli spettacoli più suggestivi del parco.
 

Se natura, tavola e genoma non fossero ancora sufficienti, il Cilento potrebbe giocarsi altri tre assi, che le guide segnalano come le stelle del territorio. Una sorta di triangolo di eccellenze, con un vertice settentrionale, Paestum, trionfo di colonne e di cultura, sede quasi naturale per l’annuale Borsa mediterranea del turismo archeologico, il secondo sul mare, con la greca Velia che con la sua scuola filosofica lasciò un segno nella storia del pensiero universale, e il terzo nel cuore del parco con la certosa di Padula, dove gli archi dell’immenso chiostro sembrano rincorrersi senza soluzione di continuità.
Attorno, il mondo sembra fermo. Non è una sensazione: la semplicità del luogo mescola quella dei sapori e della gente e finisce per creare una specie di bolla incontaminata.
«Il bello del Cilento è che si può dormire sulla mezza collina a due passi dalla costa e godersi l’aria di mare senza soffrire il caldo» mi dice Angela Riccio de Braud, ex manager milanese trasferitasi a Torchiara, dove accoglie i visitatori alla residenza di charme Borgoriccio. È un’altra delle caratteristiche di questo territorio, che ha valli che collegano mare ed entroterra, dove si rifugiarono le popolazioni all’arrivo dei Saraceni e dove sorsero bellissimi palazzi nobiliari. A Torchiara ce ne sono 14, e riflettono il ruolo di questo borgo da cui nel 1848 partirono i moti cilentani e che dette il primo senatore al Regno d’Italia.
A due passi da Salerno, la costa e l’entroterra del Cilento sono ormai un modello e non soltanto per la longevità. Un’oasi dove l’autenticità resta intatta e sa tradursi in accoglienza e ospitalità di ottimo livello, ma che non vuole prescindere dal quel caratteristico e inconfondibile dialetto di confine.

Fotografie di: Gianni Fiorito/Controluce,Fabrizio Annibali,Lorenzo De Simone,Roberto Della Noce/Controluce,Cubo images,Mario Laporta/Controluce