Slovenia, confini senza frontiere

Aaron HueyAaron HueyAaron HueyAaron HueyAaron HueyAaron HueyAaron Huey

Un americano a zonzo per il piccolo Paese dell’ex Iugoslavia, sconfinando (spesso e volentieri) in Italia, Austria, Croazia e Ungheria, tra paesaggi incantati, vallate silenziose, montagne imponenti. Dove anche senza barriere si avverte il senso di appartenenza. Grazie alla lingua, alle tradizioni, alla storia

Ci sono luoghi al mondo dove il paesaggio è così sublime da rimanere senza parole, e tutto quello che puoi fare è lasciarti andare e ammirare, estasiato. Ed è proprio ciò che faccio mentre mi trovo sul versante sloveno del Mangart, una montagna delle Alpi Giulie al confine con l'Italia. Il cielo blu, il sole caldo, i picchi aguzzi e seghettati come punte di frecce. Unico suono, il tintinnio dei campanacci di un gregge di pecore al pascolo. Sono seduto su terra slovena, le valli sotto di me sono in Italia e l’Austria si estende appena poco oltre. Qui le persone parlano lingue diverse, vivono in nazioni diverse, eppure non è chiaro dove un Paese finisca e dove inizi l’altro.
Dopo un’ora circa di contemplazione scendo fino a una locanda dove Erik Cuder, vestito di nero e con un fazzoletto rosso attorno al collo, aiutato dalla moglie, sta servendo ai turisti una zuppa di cavoli e salsicce. Il monte Mangart, mi conferma, «non è solo un posto bellissimo, ma è anche un luogo d’incontro» mi dice, facendo un gesto con le mani lungo l’orizzonte, «di slavi, austriaci e italiani». E lo è stato per centinaia di anni. Oggi Slovenia, Austria e Italia fanno parte dell’Unione europea; e un cittadino dell’Ue non ha bisogno del passaporto per andare da un Paese all’altro. «Ma ci sono profonde barriere psicologiche fra di noi» ha aggiunto. «Io ho un cognome tedesco, e sono di carnagione scura come un italiano. Ma mi sento sloveno», conclude, battendosi una mano sul petto. Con questa idea in mente, circa l’aleatorietà dei confini nazionali, avevo pianificato il mio viaggio in Europa: visitare la Slovenia attraversandone a più riprese i confini con le vicine Italia, Austria, Ungheria e Croazia. La Slovenia mi era sembrato il laboratorio ideale per questo tipo di esperimento: un piccolo territorio praticamente passato indenne durante i decenni della Iugoslavia socialista. Oltrepassare più volte il confine dello Stato mi avrebbe portato in luoghi raramente visitati dai turisti, mondi tranquilli e distanti dalle vie battute. 

Sono entrato in Slovenia dall’Italia. Da Trieste sono andato a Gorizia e da qui a Nova Gorica. Il mio viaggio ha avuto inizio con una strada tortuosa fra colline ricoperte di foreste e verdi valli, lungo il fiume Isonzo (Socˇa) che raggiunge piccoli villaggi con case di pietra e tetti appuntiti, e tanti gerani alle finestre. Un paesaggio così tranquillo da sembrare incredibile che in queste valli siano passati per secoli eserciti e mercanti. I Celti giunsero nel III secolo a.C., i Romani poco dopo. Sei secoli più tardi sono arrivati gli Slavi da est e giusto cento anni fa si sono consumati proprio fra queste montagne alcuni dei più cruenti combattimenti della grande guerra.
Puntando verso Bovec (Plezzo per gli italiani), frequentata meta turistica nella valle dell'Isonzo ai piedi del Tricorno (Triglav), la più alta montagna della Slovenia, mi arrampico sempre più in alto fra i profili seghettati delle montagne che determinano il confine fra Slovenia, Italia e Austria. Plezzo è quasi perfetta: un piccolo labirinto di strade attorno alle poche centinaia di metri della sua via principale, orlata di caffè e negozi. Seduto a tavola sotto il portico del ristorante Dobra Vila Bovec, affacciato su un campo di girasoli, guardo verso le montagne. E sento forte il desiderio di arrampicare: anzi, di rientrare in Italia attraverso di esse. Così la mattina dopo, insieme alla guida Joze Flajs, con la funivia salgo verso il monte Canin: l’aria è fresca e limpida e con Joze imbocchiamo uno stretto sentiero tagliato nella roccia.
Con il passare dei giorni rinuncio sempre più a consultare le guide e seguo solo le cartine. A Cave del Predil (Ud), un villaggio minerario italiano che sembra immutato dal 1942, osservando il monumento all’imperatore Francesco Giuseppe mi chiedo in che Paese sono... A Fusine in Valromana, attorno a un’antica chiesa con il ripido tetto di legno, le tombe riportano nomi tedeschi e si mescolano con quelli italiani solo per gli anni più recenti.

Da Fusine tagliando verso est rientro in Slovenia e attraverso Kranjska Gora, Bled e Kranj, poi piego a nord, verso l’Austria. La guardia di frontiera a Zgornje Jezersko mi informa che quel valico è consentito solo ai cittadini dell’Unione europea. Ma alla fine mi fa passare. L’ambiente non cambia: tra Slovenia e Austria non c’è differenza, solo fitti boschi e alte montagne.
Rientro in Slovenia attraverso Logarska Dolina: la valle è disseminata di piccole fattorie e granai. La sera, a cena nell’agriturismo di Renata Gregorc e di suo marito Edvin Ambrozˇ, il discorso torna sui confini nazionali: «Qui, lontano dalle città, il confine non è mai stato una vera barriera», mi dice Ambrozˇ. In queste valli remote, perfino il tratto settentrionale della cortina di ferro era più un’idea che una realtà. La gente qui costituiva una comunità omogenea non tanto perché apparteneva a uno Stato nazionale quanto sul fatto che condivideva lingua, cultura e tradizioni.
Da Logarska Dolina punto di nuovo verso nord e poi verso est, guidando per ore attraverso foreste e piccoli villaggi alpini. Infine, attraversata l’Austria, le montagne cedono il passo ad ampie pianure coltivate a granoturco. E così entro in Ungheria.
La città di O¨riszentpéter sembra rimasta indietro di mezzo secolo: immobile quasi in modo soprannaturale, con le piccole case dai tetti di legno e di paglia e le strade percorse da carri trainati da cavalli. Rientro in Slovenia, a Metlika e, dopo aver studiato le carte, decido di proseguire il viaggio affrontando in canoa il fiume Kolpa, che per un centinaio di chilometri costituisce la frontiera fra Slovenia e Croazia. In compagnia di due guide mi avventuro lungo il fiume e dopo un paio d’ore prendiamo terra vicino a tre piccole case sulla riva croata del fiume: una specie di enclave chiamata Lamana Draga. Ci vivono solo tre persone: Fanika Jakovac, di 76 anni, suo figlio Zladko e un’altra donna anziana. Per 50 anni, mi spiega Zladko, Lamana Draga è stata un piccolo villaggio della Iugoslavia. Quanto a loro, si sono sempre considerati sloveni. Poi nel 1991 il fiume ha diviso due Stati: Slovenia e Croazia; e la famiglia ufficialmente è diventata croata. Peccato che fosse isolata dal resto della nuova patria da un’alta montagna. Per cui, se volevano un centro abitato dovevano attraversare il fiume (e quindi il confine) ed entrare in Slovenia. Quando chiedo a Fanika che cosa si senta adesso, mi risponde: «Ho lavorato in Slovenia, mio marito lavorava in Slovenia; il mio medico è in Slovenia. Credo di essere slovena, ma chi lo sa?». 

Nella foto: Uno dei tre abitanti (sloveni) del minuscolo paese croato di Lamana Draga nel gesto di offrire un bicchiere di grappa distillata in casa.

 Su questo medito il giorno successivo, seduto in un caffè a Pirano, guardando l’Adriatico. In dieci giorni ho guidato per quasi 1.500 chilometri e attraversato confini internazionali per 21 volte. Pirano si trova in Slovenia, ma per quanto riguarda l’architettura è un’antica città veneziana, un agglomerato di case affacciato a un porto pieno di yacht. Se chiudo gli occhi e mi concentro, posso sentire persone parlare in inglese, tedesco, sloveno, francese e italiano. Se li riapro e guardo a sud o a nord posso vedere – e anche raggiungere a nuoto, tanto sono vicine – l’Italia e la Croazia.
Qui sull’Adriatico mi ritrovo al punto da cui sono partito. Ho incominciato il mio viaggio a Trieste, in Italia, poco più a nord. A Trieste mi ero sentito disorientato, un fatto che avevo attribuito al jet-lag. Ma a Pirano ho capito che non dipendeva da me. Trieste è una terra di confine: per secoli è stata romana, veneziana, austriaca, italiana. Come Pirano e come Lamana Draga e tutte le piccole città di confine che ho visitato. La propria identità non dipende dai confini segnati sulle carte geografiche, ma dalla terra in cui sei nato, dalla tua lingua materna, talvolta dalla tua religione.
(traduzione di Elena Del Savio)
 

Fotografie di: Aaron Huey