Inchiesta. Il ritorno dei contadini

Michele MorosiMichele MorosiMichele MorosiMichele MorosiMichele Morosi

Passati i tempi in cui i genitori dicevano ai figli di abbandonare la terra, oggi si assiste alla rinascita dell’agricoltura contadina. Giovani e non scelgono di lavorare i campi e farsi interpreti di una nuova idea di futuro: sostenibile, anticrisi e no ogm. L'inchiesta di Touring per conoscere gli alfieri di una rivoluzione possibile

il problema è più nelle parole che nei fatti. Come li chiami? neocontadini? Contadini connessi? Agricoltori sostenibili? Agricoltori contadini? Si potrebbe provare con giovani agricoltori, però non renderebbe giustizia alla pluralità di esperienze e ridurrebbe un universo culturale in fermento a un dato anagrafico. In definitiva il nome poco importa: quel che è certo è che tutti sono contadini per scelta. Contadini veri, non gente che coltiva l’orto per passione o necessità come ai tempi della guerra. Sono loro gli alfieri di un’Italia che dopo anni finalmente dice stop per decreto (la firma è del 12 luglio) all’utilizzo degli ogm in agricoltura. «Tutelare le nostre diversità non è una battaglia di retroguardia, la biodiversità è la grande infrastruttura economica del nostro Paese» ha spiegato il ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando. Un decreto che se ben sostenuto rappresenta un primo passo per un investimento consapevole verso un modello di sviluppo alternativo e sostenibile che premia la biodiversità nei campi. Una scelta essenziale per mantenere viva e rilanciare quella distintività produttiva e gastronomica tipica del nostro Paese. Distintività che rappresenta il miglior volano di un turismo dei territori legato alle tradizioni e alla specificità delle tante Italie agricole della Penisola. Un turismo che alla base vede proprio loro, i contadini, che sempre più spesso trovano nell’ospitalità su piccola scala un’integrazione fondamentale del reddito e il modo migliore per far conoscere i frutti del proprio impegno a consumatori e turisti.

Giusi Cappellari coltiva fragole e radicchio a Valmorel, nel Bellunese: agricoltura di mezza montagna, difficile e manuale. «Da 16 anni lavoravo in azienda, quando sono arrivati i figli abbiamo iniziato a riflettere sulla qualità di quel che gli stavamo dando da mangiare e abbiamo maturato la scelta: lasciare un lavoro sicuro per gettarsi in questa esperienza di agricoltura sostenibile. È stata una scelta drastica e forse donchisciottesca, però adesso siamo felici» racconta mentre sgrana i fagioli al tavolo della sua cucina. Per parlare con Carlo Panìco, dell’azienda biologica (e agriturismo) Nonnotore, bisogna invece aspettare che finisca di prendersi cura dei pomodori, nei campi di Tricase, Lecce. Dopo è un fiume in piena. «Io e mia moglie Irene siamo figli di professori e nipoti di contadini. Entrambi siamo laureati ma siamo tornati consapevolmente alla terra, decidendo di riallacciare un filo che è stato interrotto decenni fa».

Un filo che si è spezzato nell’immediato dopoguerra, quando l’Italia ha deciso che industrializzazione significasse abbandonare le campagne e dire addio alla cultura contadina. Contadino significava sofferenza e privazione, un destino segnato e un futuro compromesso. I padri dicevano ai figli di andarsene, di non fare la loro stessa fine, perennemente attaccati a un fazzoletto di terra come molluschi allo scoglio. Un filo che oggi tanti stanno riannodando. Ognuno a suo modo: c’è chi fa vino biodinamico sulle colline tortonesi e chi coltiva fagioli che stavano sparendo a Belluno, chi semina antiche varietà di grano in Puglia e chi alleva chianine in Toscana.

E i numeri confermano che i contadini stanno tornando. Secondo Coldiretti l’agricoltura è l’unico settore in grado di creare occupazione in un periodo di crisi: +3,6% nel 2012. Una crescita con una prospettiva di lungo periodo, come fa pensare il +26% di iscritti in Agraria. Una crescita che riguarda soprattutto i giovani, come sottolinea il presidente di Coldiretti, Sergio Marini. «La consapevolezza che nell’agricoltura e nell’alimentare c’è un pezzo di futuro del Paese spinge un numero crescente di giovani nelle campagne. Chi guarda al futuro come i giovani sa che l’Italia sarà competitiva se tornerà a fare l’Italia, imboccando la strada di un nuovo modello di sviluppo. Oggi si registra un profondo cambiamento rispetto al passato, quando la campagna era sinonimo di arretratezza e ritardo culturale nei confronti delle città. Progressivamente si fa strada l’idea che l’agricoltura non ha solo una funzione economica, ma anche sociale e ambientale di miglioramento della qualità della vita in termini di sicurezza, paesaggio, benessere» spiega il presidente Marini.
 

Sarà per questo che il profilo del contadino è cambiato. Molti sono giovani, certo, ma quel che stupisce non è tanto l’età, quanto l’estrema consapevolezza del proprio ruolo e la chiarezza di idee. «Essere contadini oggi è una scelta esistenziale. C’è la passione per la terra, l’amore per il lavoro artigiano che si traduce nel far bene le cose, la spinta a costruire relazioni di qualità, la volontà di scambiare saperi e influenzare dal basso la società» spiega Massimo Ceriani, che con Giuseppe Canale in Contadini per scelta ha raccolto storie di vita di agricoltori contemporanei. Se prima il contadino faceva un atto di fede del mistero che stava sotto la zolla, oggi si è tecnologizzato senza però dimenticare il passato.

«L’innovazione è necessaria. Noi giovani in campagna abbiamo portato quello che abbiamo imparato all’università, ma è fondamentale il confronto continuo con chi c’era prima: per mettere insieme saperi tradizionali e saperi moderni e ottenere un risultato che sia soprattutto naturale» spiega Alessandro, enologo a Valli Unite, cooperativa del Tortonese. Ed è un fatto che questa nuova agricoltura contadina che si contrappone a quella convenzionale, estensiva e chimica, sia soprattutto naturale: spesso certificata biologica, a volte biodinamica, comunque sempre attenta a quel che esce dai campi. «E per fare agricoltura naturale è necessario molto più sapere e più attenzione che per coltivare un campo  convenzionalmente. Qui non basta spruzzare del diserbante, devi essere molto preparato dal punto di vista agronomico, avere dimestichezza con le tecnologie e aggiornarti perché questo è un settore in evoluzione. È qui che oggi si sta facendo la nuova rivoluzione verde» spiega Davide Ciccarese, agronomo e scrittore. Per cui è meglio archiviare l’equazione contadino bio uguale fricchettone new age. «C’è poco di sciamanico e molto di scienza: prima di entrare nel campo si deve studiare, altrimenti con questi terreni impoveriti da anni di chimica non cresce nulla» prosegue Ciccarese. Ma al contadino contemporaneo non basta saper crescere buoni frutti. «Deve essere capace di tenere insieme contadinità e mercato, saperi agricoli e saperi gestionali» spiega Ceriani.

Una mano in questo senso gli arriva dalle nuove forme di distribuzione. «Il ruolo della vendita diretta e dei gruppi di acquisto solidale è fondamentale. Accorciando la filiera, eliminando le intermediazioni possiamo spuntare un prezzo migliore che ci permette di andare avanti» spiega Carlo. Un contributo in questo senso arriva dalla Fondazione campagna amica, promossa da Coldiretti quattro anni fa. «Oggi siamo a 20mila produttori associati che partecipano a uno degli oltre mille mercati contadini che si tengono in città, oppure vendono direttamente» spiega Marco De Amicis, direttore della Fondazione. Questo assicura ai contadini almeno il 30 per cento in più rispetto a quanto percepivano prima «che rappresenta circa un terzo del prezzo pagato dall’acquirente». Anche da parte dei consumatori l’acquisto diretto si configura come scelta. «Spesso i nostri mercati sono scomodi da raggiungere, andare in azienda implica un impegno, ma vediamo con soddisfazione che questi ostacoli vengono meno perché si condividono i valori che la scelta implica, ovvero sostenere chi si prende cura del territorio e della nostra salute, con prodotti onesti e autentici» prosegue De Amicis. «Si tratta di costruire una rete di relazioni tra i contadini e i loro complici, perché mangiare è un atto agricolo, ma anche politico» prosegue Ceriani.

Agricoltori consapevoli, cittadini informati: tutto molto bello. Ma gli scettici continuano a credere che l’agricoltura contadina non riuscirà a risolvere il problema di sfamare intere città come invece assicura quella convenzionale. «Sinceramente non ci siamo mai posti la domanda di come sfamare il mondo, puntiamo a diventare il terzo incomodo tra la grande distribuzione organizzata e il negozio tradizionale: se arriviamo al 15 per cento del mercato saremo diventati un’alternativa reale. Poi starà al consumatore scegliere se far ricorso all’acquisto responsabile e sostenere questo tipo di economia» afferma De Amicis. «Pensare che da questa agricoltura arrivi la risposta ai problemi della fame nel mondo è utopico: non può certo sfamare le città offrendo agli inurbati cibo a prezzi convenienti» aggiunge Cesare Segre, storico del paesaggio e membro del comitato scientifico Tci. «Però bisogna sostenerla, perché combatte la monocoltura e lo stravolgimento del paesaggio». Ma non solo. «È anche il segnale di come sta cambiando nel nostro Paese il rapporto tra cultura rurale e cultura urbana» spiega il Presidente Franco Iseppi. «Fortunatamente si stanno sempre più diffondendo stili di vita estremamente legati alla natura e all’identità territoriale, che vanno di pari passo con una nuova, meno ideologica e più pragmatica, sensibilità ambientalista e una maggiore attenzione verso la tutela e la valorizzazione del paesaggio considerato sempre di più un bene comune» prosegue Iseppi.

Se c’è una possibilità di cambiamento reale del nostro rapporto con la terra e il cibo passa proprio da qui. «Il problema non è fare soldi e arricchirsi. Quella del cibo naturale non deve essere una moda per gli americani o per le signore bene delle città. Dobbiamo essere sinceri: noi siamo innanzitutto contadini e quel che dobbiamo fare è educare i giovani a una nuova cultura del cibo, rieducare al gusto per andare oltre le mode» spiega Carlo Panico. Proprio per questo tante aziende hanno scelto di diventare anche fattorie didattiche, un’esperienza che rappresenta anche una buona integrazione del reddito per i contadini. «La parola d’ordine è multifunzionalità» spiega De Amicis. «La legge di orientamento 228 del 2001 ha allargato i confini dell’attività agricola e ha di fatto rivoluzionato l’attività d’impresa nelle campagne italiane. Gli imprenditori agricoli oggi si possono occupare di attività che vanno dalla trasformazione aziendale dei prodotti alla loro vendita in azienda, ma anche della fornitura di servizi» puntualizza Marini. Attività fondamentali per far quadrare i conti. «Un’azienda agricola come la intendiamo noi deve per forza puntare anche sul turismo dei piccoli numeri per potersi emancipare dalla monocoltura e avere un reddito certo» racconta Tiziano Fantinel, anima del gruppo bellunese Coltivar condividendo. «Il turismo ti permette di fare cassa, e poter investire» sottolinea Carlo, che all’azienda biologica ha affiancato un agriturismo.
 

Investire perché i contadini oggi rappresentano delle sentinelle sul futuro del territorio e della sua biodiversità. «Se in Italia a fine Ottocento esistevano 78 varietà di grano, oggi quelle registrate sono solo tre. Due provengono dagli Stati Uniti» racconta Fantinel. «In agricoltura oggi si possono utilizzare solo sementi certificate che provengono da sei multinazionali, le stesse che controllano il mercato dei pesticidi. Ma questi semi non vanno bene per quel che vogliamo fare qui in montagna. Noi dobbiamo utilizzare varietà antiche, che si sono abituate all’ambiente e hanno dimostrato di essere le più adatte a una coltivazione naturale. Se utilizzi altre sementi sei costretto a utilizzare antiparassitari e il discorso va a farsi benedire» spiega Fantinel.

Eppure i discorsi di Fantinel e degli altri sono importanti. «La campagna non è solo la sede della produzione di alimenti» spiega Claudia Sorlini, docente di Agraria e vicepresidente del Touring. «Sostiene la biodiversità e produce paesaggio, cura l’ambiente e difende il suolo dalle erosioni. Combatte anche la monocoltura che modifica, rendendolo monotono, il paesaggio storico italiano» prosegue Sorlini. La cura dei luoghi allora diventa fondamentale in questo contesto. E va tutelata legislativamente come, su spinta delle associazioni ambientaliste tra cui il Touring, si stava facendo con la proposta di legge Catania sul consumo di suolo agricolo. Proposta che oggi il ministro dell’ambiente Orlando vorrebbe riportare in auge. «Del resto il contadino tutela luoghi e costruisce paesaggio non per folklore, ma tenendo viva un’economia, rispettando il passato che ha sedimentato segni, progetti e opere sul territorio» spiega Segre.

E sarebbe bello che proprio i contadini con le loro facce, le loro mani e i loro saperi fossero i veri protagonisti dell’Expo 2015 di Milano. «Se il tema deve essere “nutrire il pianeta, energia per la vita” allora è necessario che non si consideri l’agricoltura come un sistema economico industriale, ma soprattutto come un sistema di conduzione della terra portato avanti da persone» spiega il regista Ermanno Olmi, che sta preparando un documentario su questi temi per l’Expo. «Solo facendo tornare i contadini protagonisti possiamo farcela» spiega Olmi. Allora parlandoci, passeggiando con loro sui campi, entrando in cantina capisci presto che tutti hanno fatto una scelta guidati da quella passione dell’anima che da sola rende le cose diverse e speciali. E non importa che siano scelte controcorrente e per qualcuno incomprensibili: avere una propria idea del mondo comporta necessariamente delle responsabilità. E i contadini sembrano ben felici di prendersele.

Anche perché proprio loro, con la loro attenzione al territorio e al paesaggio, sembrano essere i migliori interpreti della Convenzione quadro sul valore dell’eredità culturale per la società stilata dal Consiglio d’Europa nel 2005 e ratificata dal nostro Paese lo scorso febbraio. Sono infatti loro i principali custodi dell’ambiente e delle risorse che abbiamo ereditato dal passato. E interpretano questo ruolo non come guardaparco che mettono sotto vetro l’esistente, bensì come attori consapevoli capaci di cambiare e innovare nella continuità di valori e tradizioni costruite nel corso del tempo dall’interazione fra popolazioni e luoghi. Ora non resta che scegliere e aiutarli a far vivere quest’eredità culturale fatta di sapori, saperi e paesaggio.

Fotografie di: Michele Morosi