Uomini e toponimi. Il mondo in una canzone

Antonio Molino

La Milano di Fortis e Dalla, la Modena di Guccini, la Roma di Venditti e... di Guzzanti: quante città italiane sono state messe in note! Per non parlare dell’estero...

Una volta, in un ristorante di milano, un cliente improvvisamente ispirato si mise al pianoforte che era in sala e incominciò una canzone che nessuno aveva mai sentito: «Milano, vicina all’Europa. Milano, che banche! Che cambi!». Era Lucio Dalla. Il suo collega e corregionale Francesco Guccini intitolò un album alla via in cui abitava, Via Paolo Fabbri, 43 e una canzone a una Piccola città: qualificandola di «bastardo posto» non se l’era sentita di nominarla, ma tutti sanno che si tratta di Modena.
A mettere New York o «Paris» in una canzone sono capaci (quasi) tutti. Meno facile invece con città più piccole o meno poetiche. In Italia, Milano ispira più che altro rancori (Milano e Vincenzo, di Alberto Fortis), Napoli è poesia, mentre Roma richiama elogi, specialmente nei testi di Antonello Venditti. Ma nessuna canzone vendittiana è più mitica di quella che Venditti non ha scritto, ma gli è stata attribuita da uno strepitoso Corrado Guzzanti, Grande Raccordo Anulare: «all’uscita dell’Aurelia c’è: Casalotti-Boccea,/ fai la conversione e c’è er tabacchi notturno,/se è chiuso giù ar controviale c’è er distributore/ ma te frega er resto.../ e allora vieni con me, amore,/ sur Grande Raccordo Anulare/ che circonda la capitale/ e nelle soste faremo l’amore/ e se nasce una bambina poi la chiameremo: Roma».

I piccoli centri raramente sono nominati, probabilmente perché chi li nomina fa sentire un po’ escluso l’ascoltatore che non li conosce e ne inibisce l'immedesimazione. Ci vuole un poeta come Paolo Conte, che nella sua Fisarmonica di Stradella racconta uno struggente ritorno a casa, verso Asti, di una coppia sposata. È notte, lei dorme, lui guida nel nebbione padano: «È grigia la strada ed è grigia la luce/ e Broni, Casteggio, Voghera son grigie anche loro/c’è solo un semaforo rosso quassù».
Il più folle paroliere di toponimi è sicuramente stato il compositore Ernst Toch (1887-1964), che al festival berlinese di musica contemporanea del 1930 ha presentato una suite intitolata Musica parlata, un tentativo di far produrre effetti musicali al linguaggio. Il brano è una «Fuga geografica» per soprano, contralto, tenore e basso, declamato dalle quattro voci, con grandi contrasti ritmici, spettacolari collisioni di parole e... potente risultato comico: «Trinidad! E il grande Mississippi! E la città di Honolulu! E il lago Titicaca! Il Popocatepetl non è in Canada, è in Messico, Messico, Messico. Canada, Malaga, Rimini, Brindisi; Canada, Malaga, Rimini, Brindisi; Oh sì! Tibet Tibet Tibet. Nagasaki. Yokohama».

Qual è il toponimo che si può prendere come capitale della musica? Se amate Mozart, direte Salisburgo; se amate Wagner, direte Bayreuth; se amate il country direte Nashville, cui Robert Altman dedicò un grande film; se amate il son direte L’Avana; se amate il jazz Manhattan o, per i tradizionalisti, New Orleans. Ma scommetto che se si facesse un referendum vincerebbe ancora Woodstock. Il famoso festival, peraltro, non si tenne nell’omonima cittadina dello Stato di New York, ma a una settantina di chilometri, in una proprietà agricola di Bethel, dal 15 al 18 agosto del 1969. La più bella canzone di Woodstock fu composta solo dopo il festival: «Finché siamo stati a Woodstock/ eravamo mezzo milione/ e ovunque era canzone e festa/ e ho sognato di vedere i bombardieri/ di guardia nel cielo/ che si trasformavano in farfalle/ sopra la nostra nazione». L’ha scritta Joni Mitchell, e il bello è che lei al festival non andò perché quel furbo del suo agente glielo aveva sconsigliato: inutile suonare, le aveva detto, in un campo davanti a cinquecento persone. L’inno di Woodstock l’ha scritto una che non c’era.
 

Fotografie di: Antonio Molino