Il viaggiatore. La mia Africa a nord di Copenaghen

A Rungstedlund, in Danimarca, la casa museo di Karen Blixen ospita gli arredi e i ricordi degli anni vissuti dalla scrittrice nel Continente nero.

L’origine è la meta, diceva Karl Kraus, e fu così che una delle più grandi autrici del Novecento, Karen Blixen, ritrovò al tramonto della sua vita la casa natale di Rungstedlund, oggi museo, a una ventina di chilometri da Copenaghen. Prima di essere della sua famiglia, la casa era stata, dalla fine del Seicento ai primi dell’Ottocento, una locanda.
Il grande parco, una quarantina di acri, è diventato, per testamento dell’autrice de La mia Africa, una riserva per i volatili. Dentro la casa, come nella sua vita e nel suo cuore, la Danimarca e l’Africa, il passato prossimo e quello remoto sembrano avere trovato un equilibrio segreto. All’inizio la nostalgia dell’Africa era così forte che per tredici anni non aveva osato aprire le casse provenienti dalla sua fattoria.

Nella stanza dei giochi, i ritratti dei neri fatti dalla scrittrice fiancheggiano i suoi disegni giovanili. I mobili della stanza verde, destinata agli ospiti, venivano dalla fattoria keniota. Il cassettone, regalo del fedelissimo cameriere nero Farah, non urta con la poltrona dove si sedeva il grande amore di Karen, morto in un incidente aereo in Africa, Denys Finch Hatton. Le lance e gli scudi dei guerrieri masai che in Africa vivevano vicino alla sua fattoria vegliano su una piccola libreria. La pendola ereditata dal nonno era stata ribattezzata il Profeta perché suonava immancabilmente il venerdì, giorno della preghiera per i fedeli dell’Islam.
Karen riceveva gli ospiti davanti al maestoso camino di marmo del salotto. Tra i muri azzurro pallido, la luminosità delle tende e delle fodere bianche dei divani e delle poltrone Luigi XVI evoca la luce irripetibile dell’Africa.
Ovunque, straordinari mazzi di fiori composti dalla Blixen erano la prova della sua fedeltà al proposito: «Dipingerò con i fiori». Per lavorare, sia nello studio sia in casa, usava la vecchia macchina da scrivere Corona o la penna, come provano i manoscritti esposti nella sua abitazione diventata museo.

A volte la Blixen faceva suonare musiche del Settecento sul grammofono regalatole da Finch Hatton. La morte dell’uomo, insieme al fallimento della sua avventura di produttrice di caffè, era stata una delle cause del suo ritorno in patria. Anche se la sifilide, trasmessale dal marito, la stava lentamente consumando, a quarant’anni era ancora affascinante. A volte stava così male da non riuscire a reggersi in piedi, ma non aveva la minima intenzione di arrendersi alla malattia. Voleva «la vittoria strappata alla disfatta». Quando si ristabiliva, le piaceva andare in bicicletta: una volta la videro arrivare a una festa con l’abito da sera fermato dalle pinze per poter pedalare meglio.

L’autrice del Pranzo di babette viveva ormai solo di ostriche, champagne, qualche chicco d’uva o un succo di frutta. La «persona più sottile del mondo», quale si vantava di essere diventata, riceveva i rari amici in salotto, davanti al fuoco. Sorseggiava distrattamente il tè fumando una sigaretta dopo l’altra, senza mai smettere di parlare. I grandi occhi scuri brillavano misteriosamente nel viso scarnificato.
Secondo l’umore, il suo aspetto subiva sorprendenti metamorfosi. Sembrava, come lei stessa diceva, «ora una vecchia strega, ora una fanciulla». Mentre si stava congedando dalla vita, era entrata definitivamente nella scrittura: lo choc del ritorno a casa le aveva insegnato che «tutti i dolori sono sopportabili se li si fa entrare in una storia o se si può raccontare una storia su di essi».