Massachusetts, spirito green

Lorenzo De SimoneLorenzo De SimoneLorenzo De SimoneLorenzo De SimoneLorenzo De SimoneLorenzo De SimoneStefano BrambillaStefano BrambillaStefano BrambillaStefano Brambilla

Una nuova onda verde contagia Boston e i suoi dintorni: dall’agricoltura a chilometro zero all’acquisto di produzioni locali, tutto deve essere sostenibile e responsabile. Per vivere bene, a braccetto con la natura

«Ma tu lo conosci un altro posto dove si può contemporaneamente imparare a fare il formaggio, seguire un corso di danza del ventre e studiare il linguaggio dei segni?». Amy ha vent’anni e tutto l’entusiasmo della gioventù addosso. Ma a dire la verità, tra Amherst e Northampton, sulle colline del Massachusetts centrale, non si incontra molta gente che manchi di uno spirito sorridente, appassionato, contagioso. Mentre distilliamo sciroppo d’acero in un fienile (c’è qualcosa di più tipicamente americano?), Leslie Cox e i suoi studenti dell’Hampshire College ci raccontano di quanto sia bello e stimolante vivere nell’area dei Five Colleges, cinque istituti a poca distanza l’uno dall’altro, vero e proprio campus diffuso dove gli studenti possono scegliere di seguire i corsi dove vogliono. «Qui circolano idee, si sperimenta, si cerca di dare una linea al futuro. Soprattutto riguardo al nostro rapporto con la terra: finivamo per sapere Shakespeare a memoria dimenticando come si munge una mucca!».

L’America che non ti aspetti, o meglio, l’America che non è quella che pensi, fast food, grattacieli e patatine davanti alla tv. Vaghiamo tra querce secolari, frutteti e villette con il portico colonnato – un paio di colonne stile Partenone non si negano a nessuno – e scopriamo che la nuova America è iniziata da qui, in questa piccola fucina di pensiero creativo tra le campagne verdi del Nordest. «È da anni che promuoviamo il processo di riduzione dei consumi, della sostenibilità, del chilometro zero, dell’organico» spiega Leslie. «Guardati attorno: è tutto un inno al local». Un aggettivo che compare in ogni dove: sui cartelli stradali, sui menu dei ristoranti, nei supermercati gonfi di prodotti dei campi vicini. E sugli adesivi e i poster che recitano fino allo sfinimento «Be a local hero!» «Sii un eroe locale!», tu cittadino a comprare prodotti della zona, tu fattore a venderli alla tua comunità.

«E pensare che fino a poco tempo fa i nostri farmer non sapevano neppure mandare una mail!» sorride Mark Krause, proprietario dell’Esselon, locale di Hadley dove il caffè è anni luce dalla solita brodaglia (decine di varietà e tostatura a vista). «Ora i gruppi d’acquisto si moltiplicano, così come i blog, i siti internet, le associazioni». Farmer è un’altra parola chiave, insieme a local, a bio, a organic: è la gente che alleva bestiame e coltiva i campi la chiave di volta di questo ritorno alla terra, in dimensioni talmente lontane dall’orzo transgenico o dai pomodori ogm che sembra di stare su un altro pianeta, mica negli Stati Uniti. L’università teorizza e sperimenta, i giovani spingono, la gente reagisce: un circolo virtuoso che come un’onda lenta si espande sempre più.

 «Ma davvero in italia avete centinaia di vitigni?». La domanda di Ian Modestow è quasi spiazzante, ma bisogna capirli, questi coraggiosi vignaioli americani: loro sono dei pionieri, noi abbiamo secoli di uva alle spalle. Non che al Black Birch Vineyard di Southampton facciano prodotti di basso livello: bianchi e rossi sono eccellenti, quasi come quel capolavoro di etichetta che campeggia sulle bottiglie. «È l’avventura di due coppie di amici, nessuno con esperienza nel settore: io faccio il dentista e mi sono messo a studiare su internet...» racconta Ian. D’altronde, se hanno successo zucche e patate locali, perché non il vino? Il clima del Massachusetts non è poi così dissimile da quello del Nord Italia. «La gente è entusiasta di avere il suo local wine! Sapessi quante persone percorrono la strada del vino e si fermano a degustare e a comprare!». Non troppo lontano, a Bolton, Cindy Pelletier ci mostra le bottiglie che vanno per la maggiore, nella sua Nashoba Winery. «Il vino alla fragola e rabarbaro, ma anche quello al cranberry e mela, tutti ingredienti della nostra azienda!». Roba che a noi fa accapponare la pelle – prodotti ottimi, ma a chiamarli vini... Capiamo tuttavia che non dobbiamo stare a guardare le definizioni, qui è lo spirito che conta: quello che prevede che la fattoria sia goduta, vissuta, partecipata dalla gente, quello che porta decine di famiglie a raccogliere le mele dagli alberi, a fare un picnic sul prato sorseggiando un bicchiere di vino aromatizzato e poi tornare a casa con frutta e prodotti local (questa storia dell’apple pick up è quasi uno sport nazionale – Cindy parla di una vera e propria invasione).

Inutile dire che il concetto di local-green-bio si estende a tutto, da queste parti. Alle banche, agli artigiani, agli edifici. Anche a realtà quasi insospettabili, per esempio la produzione dello sciroppo d’acero, quello da mettere sui pancake: pensavamo che fosse naturale per definizione, invece, alla North Hadley Sugar Shack, Joe Boisvert ci insegna che «c’è il pericolo che la gente pensi che i grandi colossi canadesi producano il vero sciroppo... invece sai che differenza c’è con il nostro, realizzato localmente su piccola scala?». E poi alle birre. Il Massachusetts vede un vero boom di microbirrifici, spuntano come funghi. Ne visitiamo quattro, tutti diversi tra loro eppure tutti accomunati dalla passione di fare le cose in “casa” per i propri amici o compaesani: non ce n’è uno che non venda il suo growler, ovvero il contenitore da riempire con la birra alla spina ogni volta che si desidera. «La nostra specialità è la birra al peperoncino... assaggia!» ci dice Michael Oxton, della Night Shift, alle porte di Boston. Eccellente e contaminata, così come quella al mirtillo della Wachusett e le bionde del pub Gardner Ale e la Pomona con i lamponi della Northampton. Un sorso di ciascuna, per carità, che a Boston vogliamo arrivare interi.

Perché da Amherst e Northampton l’onda verde si è naturalmente propagata a Boston (e poi in tutto il New England). Magari declinata in chiave un po’ più easy-posh-chic: c’è solo l’imbarazzo della scelta, tra locali che offrono ostriche fresche con sottofondo jazz o brunch con boccali di birre alla rosa canina e scaglie di cioccolato. Ma non solo. Al Pier 13, non lontano dal veliero appena rifatto dove i primi ribelli buttarono a mare le casse di the, incontriamo una cooperativa di pescatori che utilizza i codici QR per offrire ai consumatori la possibilità di tracciare gamberetti e merluzzi – un clic con il telefonino e sai che quello che stai mangiando è stato pescato il giorno prima appena fuori da Cape Cod. Mentre in centro è stato inaugurato da poco un ostello tra i più ecologici e sostenibili del mondo: dai mobili alla lavanderia, dal riciclo alle attività proposte agli ospiti, tutto è certificato (e non solo per amore dell’ambiente: Bob Sylvia, il general manager, ci spiega che tra pochi anni gli investimenti torneranno indietro. Come dire: investire nel verde conviene). 

Sulle targhe automobilistiche del Massachusetts c’è scritto The Spirit of America - da qui è passata mezza storia degli Stati Uniti. Aggiungere green non sarebbe così sbagliato.

Fotografie di: Lorenzo De Simone,Stefano Brambilla