Isole Cook, paradiso sconosciuto

Isabella BregaIsabella BregaIsabella BregaIsabella BregaIsabella BregaIsabella BregaIsabella BregaIsabella BregaIsabella Brega

Meno note, e meno costose, delle cugine tahitiane, le Cook sanno regalare autenticità e incontri speciali. Con lagune straordinarie, isole vulcaniche, sciamani ed esperti di questa natura forte ed esuberante. Tutelata in una grande riserva marina e in un piano governativo di sviluppo sostenibile

Ho sempre diffidato del paradiso. Termine usato e abusato, poiché troppi sono i paradisi turistici che riempiono pagine e pagine di guide e riviste. Luoghi dell’anima in vendita, spacciati come “incontaminati”, non inflazionati da turisti in infradito (perché il paradiso è sempre quello con il mare cristallino, le palme reclinanti, gli alberi carichi di frutti e i pesci a portata di mano). Luoghi cristallizzati nella loro perfezione da cartolina, qualcosa che esiste non in virtù di ciò che è ma per quello che rappresenta, un’eterna promessa di felicità e giovinezza, dove ritrovare se stessi lontano dalle brutture e dalle disarmonie della quotidianità. Un altrove e un diverso pieno di cliché e di stereotipi, che vorremo imporre a coloro che vivono in un Eden che consideriamo di nostra proprietà, abitato da indigeni felici, gentili e ingenui con gonnellini di palma sotto capannucce afose, ma anche da aria condizionata e frigobar pieni per turisti distratti. Pure immagini, senza uno ieri e un domani, nutrite solo di un oggi e di un qui, la cui lontananza è garanzia di pace e bellezza. Paesaggi per un mondo che non desidera altro che essere sedotto, isole da ammirare, ma non vivere, in una visione orizzontale, panoramica, che non può e non vuole andare a fondo, calandosi in una realtà che rischia di deludere. Il tutto marchiato da un lusso uguale in tutto il mondo: cucina internazionale, pulizia impeccabile, lenzuola di lino, stuoli di camerieri. Anche le Cook, nelle cui acque danzano le balene, sono un paradiso, ma che non mette soggezione, da vivere fino in fondo. Con un lusso a tratti ruvido, non patinato e impermeabile, che non isola dal contesto nel quale è nato. Dove nel giardino del resort puoi vedere ruzzare una gallina con i suoi pulcini e la massaggiatrice arriva dopo una partita di cricket, ancora con la maglietta della propria squadra addosso. Perché le Cook hanno ancora quello che altri posti omologati dal turismo e dal lusso hanno perso: l’anima. Un pugno di isole gettate nel Pacifico, autentiche, vere, dove i fiori, splendidi, appassiscono. Isole pacate e forti, dalla bellezza non languida e seduttiva ma semplice e rustica, dove bere la vita a pieni polmoni e desiderare di essere migliore per sembrare degni di tanta bellezza. Qui, dove le vahinè non hanno la flessuosità delle tahitiane ma l’opulenza delle matrone, il paradiso devi conquistartelo, confrontandoti con una natura esuberante, talvolta invadente, e qualche disagio. Lavorando non in termini di accrescimento di servizi e di orpelli ma di ritorno all’essenzialità, a una bellezza pura, non raggelata e raggelante, vissuta all’insegna della normalità.

qui la natura promette ma non regala nulla, ricca e forte, sincera e matrigna, ti sorprende per la sua luce purissima, le chiesette dal candore accecante, i tramonti preziosi intessuti d’oro, il richiamo languido del mare che imprigiona e conforta, unisce e divide. In un mondo dominato dalla ricerca dello straordinario, offrono autenticità e la possibilità di un viaggio che si trasforma realmente in un’esperienza. Perché un viaggio non è un prodotto turistico, una collezione di luoghi. È verità, è una storia di incontri. Con luoghi e con persone. Imponenti, solidi, gli abitanti delle Cook convivono con l’oceano che morde le rocce coralline, i lampi di luce dei tonni che guizzano fra le onde, le stradine ossute mangiate dalla sabbia e dal sole, l’ombra ristoratrice delle foreste, l’orizzonte spezzato da vulcani aguzzi e accartocciato dal fiato dell’estate.

Qui dove uomini e tradizioni, vita sociale e religione sono una cosa sola, i ritmi sono regolati dalla pesca, terza risorsa del Paese dopo il turismo e le banche off-shore, e dalla Chiesa. Oggi come nel 1821, quando giunsero i missionari della London Missionary Society. Bruciati gli idoli, aboliti danze, tatuaggi e poligamia (ma anche il cannibalismo), imprigionata la sensualità femminile in ampie vesti e mortificata l’innocenza di un popolo instillando in lui il senso del peccato, con l’aiuto dei capi locali, gli ariki, esercitarono un forte controllo sociale grazie al Blue Laws: la domenica il cibo doveva essere cucinato la mattina, nessuno poteva camminare per le strade eccetto che per visitare un ammalato, cercare riparo a un uragano, recuperare un maiale in procinto di morire o una canoa in balia delle onde. Con gli europei arrivarono anche le malattie che decimarono i polinesiani, tanto che Rarotonga nel 1880 scese da 7mila a 2mila abitanti. A completare l’opera furono alcuni schiavisti peruviani, che reclutarono migliaia di persone facendo credere loro che sarebbero andate a lavorare in un’isola vicino all’equatore, portandole invece a morire nelle miniere peruviane di guano di Callao. In questo aiutati dagli stessi missionari, speranzosi che il benessere promesso avrebbe favorito la costruzione delle chiese. Quelle chiese che sole sembrano avere dignità di architettura, punteggiando con i loro tetti aguzzi atolli e isolette, uniche a imporsi per verticalità in un paesaggio fatto solo di alberi e arbusti e casette colorate fronteggiate dalle tombe degli antenati.

Sono 37mila gli abitanti delle Cook che, grazie al passaporto neozelandese, lavorano senza bisogno di visto in Nuova Zelanda e Australia. E sono anche le loro rimesse a sostenere l’economia delle isole, come nella minuscola Atiu, 26 km di circonferenza, dove 12 famiglie, la quasi totalità dei 500 abitanti, vivono grazie ai parenti all’estero. E alle piantagioni di caffè come quella dei Manske, Jüergen e la moglie Andrea, artista e titolare dell’Atiu Fibre Arts Gallery, arrivati qui 29 anni fa dalla Germania con 24 container, uno per la casa e 23 con le macchine per la lavorazione dell’Atiu coffee, venduto in tutto il mondo grazie a internet.

Qui, come nel resto delle Cook, dove il terreno non si può vendere o comprare, non è possibile costruire bungalow sull’acqua e case più alte di una palma, le donne sono la parte più forte della società. Sei chiese, sei empori, due re e una regina, un anello interrotto da un pugno di spiagge, come quella legata all’arrivo di Cook nel 1773, ettari di foresta incontaminata e alcune caverne, Atiu è l’isola degli uccelli, soprattutto dei kopeka. E Birdman George, al secolo George Mateariki, è la guida ideale per esplorarla, a piedi, in bicicletta, con una 4x4. Gli unici party dell’isola sono quelli legati al tumunu, ritrovi serali nella foresta per epiche bevute collettive di birra artigianale scandite da passaggi di gusci di cocco colmi di bevanda alternati a preghiere, pezzi di frutta e pettegolezzi.
 

Se Atiu è l’isola degli sportivi, Aitutaki è il trionfo delle spiagge, infinite lingue di sabbia bianchissima che sembra ti aspettino da sempre, dove il silenzio ha le tante voci dei tuoi pensieri e spazi vuoti da riempire con la tua voglia di ricominciare. Atolli sospesi su acque che contendono i colori al cielo, motu che sgocciolano nell’azzurro dell’oceano, colorando i sogni dei malati di infinito e la loro ansia di assoluto, la laguna di Aitutaki, con la sua minuscola Honeymoon Island e la strabiliante One Foot Island, dove farsi timbrare il passaporto nel più piccolo ufficio postale del mondo, spiegano il successo della gloriosa Coral Route. Negli anni Cinquanta del secolo scorso, e fino all’apertura dell’aeroporto internazionale di Rarotonga nel 1974, infatti, il motu Akaiami, importante base durante la guerra nel Pacifico, divenne uno stopover per gli idrovolanti della Teal (Tasman Empire Airways Limited, poi Air New Zealand) sulla rotta per la Nuova Zelanda, richiamando passeggeri come John Wayne, e altre star di Hollywood. Scoperta dal capitano Blight, quello del Bounty, nel 1789, con l’arrivo del missionario John Williams, Aitutaki fu la prima isola ad abbracciare il Cristianesimo. E quella di Arutanga, del 1828, fu la prima vera chiesa costruita alle Cook.

Rarotonga, centro politico e amministrativo, presenta una maggiore varietà di panorami, con spiagge, cime vulcaniche coperte di fitta vegetazione, pandani, piantagioni di frutta. Il tutto circondato dall’anello azzurro che da anni costituisce la palestra naturale dei subacquei di tutto il mondo. Il centro più importante, Avarua, è noto per il suo mercato, dove acquistare perle nere e i coloratissimi quilt tivaevae, a soggetto floreale, la cui lavorazione fu introdotta dalle mogli dei missionari. Al fascino del trekking attraverso l’isola si sottraggono in pochi, specie se a fare da guida è il mitico Pa. Il suo nome è legato a una vicenda che risale al 1985 quando, durante la maratona natatoria Tahiti-Moorea, venne salvato dall’attacco di uno squalo da un branco di delfini. Pa è un guaritore che conosce come pochi quella natura che le Cook proteggono nel più vasto parco marino del mondo e con un piano di sviluppo sostenibile che dal 2007 mira all’utilizzo di energie rinnovabili, ecoturismo, riduzione di emissioni, protezione della flora e della fauna. Ha occhi buoni Pa, capigliatura rasta, piedi nudi e grandi foglie come abiti. Non bisogna prestare troppa attenzione alle storie di spiriti e visioni che racconta, ma assecondarne l’ingenuo entusiasmo per piante e fiori che gli fa dimenticare la nostalgia per un passato rubato. E ci permette di recuperare quell’innocenza che da tempo l’Occidente ha smarrito.

Fotografie di: Isabella Brega