Croazia. Gita al faro

Aaron HueyAaron HueyAaron HueyAaron HueyAaron HueyAaron Huey

Una curiosa gita al faro Struga di Lastovo, al largo di Spalato, per un giornalista statunitense in viaggio sulle tracce delle sue (presunte) radici croate è l’occasione per scoprire l’atmosfera di un villaggio medievale, lo stile di vita da Robinson Crusoe, un ritorno lento e rilassato a una Dalmazia incantevole, punteggiata da vigne e ulivi.

Mi avevano avvertito che, come quasi tutti gli abitanti delle isole dalmate lungo la costa croata, Jure Kvinta soffre di pomalo, un modo di essere che potrebbe vanificare la mia intera missione. Sarebbe tragico. Ho fatto tutta la strada dagli Usa fino in Croazia per trovare Jure, il guardiano del faro Struga sull’isola di Lagosta (Lastovo in croato), una delle più lontane e solitarie della Dalmazia. Sotto ogni aspetto, Lagosta è un piccolo avamposto incantevole, un luogo di picchi calcarei e insenature nascoste, con appena 600 abitanti che vivono in un villaggio medievale al margine di vigneti e uliveti. Lo stesso faro sembra uscito dalle favole, mi hanno detto, una lanterna maestosa posata in cima a una rupe alta 70 metri a picco sull’Adriatico luccicante. Il padre di Jure ne è stato il guardiano, come pure suo padre prima di lui.

A dire la verità, sono rimasto abbastanza ossessionato dalla struttura sin da quando ne ho visto la foto su internet. Ci sono 48 fari disseminati lungo la costa dalmata, tutti costruiti nel XIX secolo, ciascuno a modo suo straordinario. Ma solo quello di Lagosta ha un legame con il mio cognome slavo, Kvinta. Dato che non ci sono poi così tanti Kvinta sul pianeta, la mia missione è semplice: andare a Lagosta, incontrare Jure, scoprire se siamo parenti, e rivendicare possibili diritti di possesso su un fantastico faro di famiglia.

Sul traghetto fa caldo, i passeggeri si spogliano senza ritegno. «Pomalo», mormora la nonna italiana seduta vicino a me, scuotendo la testa. Pomalo, mi spiega, è una radicata filosofia di vita dalmata che indica una combinazione di «con calma», «lievemente», «rilassati» e «prendi un altro caffè». Il che va bene, ammette la nonna, a meno che non si abbia davvero fretta di concludere qualcosa. «Ho una casa vecchia di 400 anni a Corzula (Korcula)», mi dice. «Ha bisogno di manutenzione. Lei crede che riesca a indurre questa gente a lavorare sulla mia casa? Ma li guardi. Mamma mia! È impossibile!».

Mi avevano assicurato che Jure mi sarebbe venuto incontro all’arrivo del traghetto a Lastovo, ma dopo che tutti i passeggeri sono sbarcati e si sono dileguati, rimango lì in piedi da solo, con la valigia in una mano e il mio passaporto nell’altra. Mi ero cullato all’idea di presentare il mio documento a Jure, e abbracciarlo lì sul molo come il mio cugino perduto. Ma non lo vedo da nessuna parte. Tiro fuori il cellulare e prendo un taxi per il faro Struga.
L’auto serpeggia tra foreste di conifere e sale per colline fino a che scorgo il faro levarsi solitario alla fine di una penisola spazzata dal vento. «Mr. Kvinta?» mi chiede una donna mentre scendo dal taxi. Si sta sporgendo dal basso parapetto di pietra che circonda il faro. «Sono io», le dico, allungandole il mio passaporto.

Lei lo osserva, riconoscendomi e si presenta: è Nada, moglie di Jure. Ha capelli castani, occhi luminosi, un sorriso invitante, e il mio cuore si scalda al pensiero che lei faccia parte della mia famiglia. Estraggo il mio taccuino e incomincio a bombardarla di domande. La famiglia di Jure è originaria della Croazia? Da quanto tempo i Kvinta hanno abitato a Lagosta? Dove… Nada alza le mani. «Calma, calma», protesta. «Pomalo, pomalo...».
La loro casetta si trova all’ombra del faro, e attraverso un cortiletto raggiungo il portico. Su un tavolino da picnic Nada appoggia due tazzine e due bicchierini. In quelle versa caffè turco nero e denso, e riempie questi di rakija, un distillato di uva dell’Adriatico. Caffè e rakija. È così che vanno avanti in Dalmazia. «Zivjeli!» mi dice, facendo tintinnare il suo bicchiere contro il mio e scolando il dolce nettare. Ne beviamo dell’altro. E dopo quello ancora dell’altro.

Dopo diversi altri giri corroboranti, barcollo verso il faro per vedere il mio alloggio. La struttura, costruita nel 1839, consiste in un edificio di un solo piano, imbiancato a calce con le persiane verdi e una torre di pietra calcarea che si innalza dal tetto. Il mio appartamento si raggiunge attraverso un corridoio buio e triste, ma le stanze sono deliziosamente spaziose e ariose. Deposito i bagagli e mi arrampico per 98 gradini fino in cima alla torre: la vista è quasi ipnotizzante sul Mediterraneo. Guardo verso sud, dove non esiste alcun lembo di terra per quasi 200 chilometri fra me e il tacco della Penisola italiana. In lontananza scorgo un motorino che sale scoppiettando per la strada bianca.
 

Quando scendo dalla torre, Jure sta avanzando attraverso il cancello principale. Mi presento. Jure sembra un leone con una criniera di riccioli ribelli, occhi intensi e una barba di diversi giorni. «Potremmo essere parenti» suggerisco speranzoso. «Può darsi», commenta, puntandomi gli occhi addosso. «C’è un sacco di tempo per parlarne. Hai preso il caffè?». Nada ci versa altro caffè e rakija. Intuisco che non parleremo presto di genealogie e allora mi informo sulle attività dell’isola. Mi hanno parlato di escursioni, immersioni, giri in barca. «Potresti fare un riposino», suggerisce Jure accendendosi una sigaretta. «Sì, un riposino», gli fa eco Nada. «Questo è il posto di Robinson Crusoe. Tranquillo. Ti devi rilassare. C’è tempo per parlare».

Scelgo invece di andare alla scoperta del villaggio, così mi rendo conto che ognuno sta facendo esattamente le stesse cose di Jure e Nada: bere caffè e rilassarsi. Nei locali lungo la ulica Pjevor, gruppi di anziani ridono e parlano animatamente. Più tardi vado in cerca di un punto panoramico arrampicandomi sulla cima del colle S. Giorgio (Hum in croato), a poco più di 400 metri di altitudine, il punto più alto di Lagosta. Da qui posso vedere non solo il faro di Jure ma anche altri due, uno sull’isola Susˇac (Cazza), circa 30 chilometri a ovest, e uno a Glavat (Glavato), verso est. Fissando lo sguardo su questi fari e sulle infinite distese di acqua in ogni direzione, percepisco il senso di isolamento. Posso capire perché la gente qui sia diffidente verso i forestieri.

Decido di adottare anch’io un comportamento pomalo. Questo non significa non far niente. In effetti, nei giorni successivi, riesco a immergermi nel sito di un relitto romano al largo dell’angolo nordorientale di Lagosta, dove il fondo marino a una trentina di metri di profondità è disseminato di anfore. Prendo anche una barca per l’isola di Glavat, una scheggia di roccia larga circa 150 metri, dove i soli residenti sono migliaia di gabbiani che stridono mentre volano in cerchio attorno al faro, quasi una scena paurosa dal film di Hitchcock Gli uccelli. Ma per lo più passo il tempo al fresco con Jure e Nada al faro. Parliamo di musica. Parliamo di calcio. Jure mi porta con sé a pescare. Nada prepara per me cene squisite: pesce impanato fritto nell’olio, gustose aragoste alla griglia, gulash di polpo, tutto annaffiato con il loro vino locale.
 

Poi, una sera al tramonto, con la brezza che arriva dal mare e una delle specialità di Nada davanti (tonno freddo con contorno di insalata mista) il muro del silenzio cede. Siamo a metà della nostra prima bottiglia di rosso quando i padroni di casa improvvisamente estraggono volumi e foto di famiglia, carte d’identità, documenti di ogni tipo. Un libro cita il nome Kvinta a Lagosta almeno dal 1600. Ma allora come si spiega con il fatto che il mio bisnonno veniva da quella che oggi è la Repubblica ceca, oltre mille chilometri più a nord? «L’impero austro-ungarico includeva sia la Croazia sia i cechi», dice Jure. «Forse si sono spostati all’interno dell’impero».

Quindi Nada solleva un altro elemento che complica le cose: e se Jure non fosse slavo per niente bensì italiano? È possibile che lui si chiami Quinto, un cognome comune in Italia. Siamo in difficoltà. Incerti su come procedere, iniziamo la seconda bottiglia. Chiedo a Jure di raccontarmi la sua storia, e lui si lancia: parla di come prima ha fatto il guardiano del faro sull’isola di Palagruza (Pelagosa), poi a Susˇac (Cazza), e infine a Lastovo (Lagosta). Di come lui e Nada sono sopravvissuti ai bombardamenti serbi; di come hanno felicemente allevato due bambini qui al faro. «La famiglia», mormora Nada, con gli occhi umidi. «Alla famiglia!» è il brindisi Jure. «Zivjeli!».

Alla terza bottiglia il faro sta proiettando il suo raggio di luce attraverso l’oscurità, mentre un fantastilione di stelle luccica sopra la nostra testa e il viso di Jure incomincia a confondersi con quella di Nada. Ridiamo. Piangiamo. Non abbiamo un briciolo di prova che siamo parenti, eppure, attraverso i misteri del pomalo, Jure e Nada mi accettano di buon grado come uno della famiglia. Quanto al faro, non solo posso rivendicarlo, ma anche chiamarlo casa. Zivjeli!

 

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Fotografie di: Aaron Huey