Inchiesta. Viaggiando s'impara?

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Cento anni fa il Touring club italiano costituiva il Comitato nazionale per il turismo scolastico e inventava i viaggi d’istruzione. Un secolo dopo il numero degli studenti che partecipano alle gite è in calo (quest'anno tra il meno 15 e il meno 30%) e i docenti non vogliono più accompagnarli. Solo una questione di soldi?

Quando frequentavo la quarta elementare sono andato in gita. Non era un normale viaggio d’istruzione, ma una settimana di soggiorno climatico al mare, in colonia. Ai tempi, metà anni Ottanta, la Provincia di Sondrio ne possedeva una a Borghetto Santo Spirito, nel Savonese. Ricordo che sbucati oltre il Turchino sul pullman c’era agitazione: tra una galleria e l’altra, sullo sfondo, si iniziava a intravedere il mare. Affossata nel sedile dietro di me, in silenzio, la mia compagna Silvana guardava fisso fuori dal finestrino. Non aveva mai visto il mare. Quale che fosse il motivo educativo di quella settimana la gita aveva raggiunto il suo scopo: Silvana, di Arzo, nove anni, per la prima volta aveva visto il mare. Forse era pensando a studenti come Silvana che il 17 luglio 1913 il Touring Club Italiano di Johnson e Bertarelli costituì il Comitato nazionale del turismo scolastico, l’inventore dei viaggi d’istruzione in Italia. «Da sempre il Tci ha riconosciuto il valore fondamentale e insostituibile del viaggio d’istruzione nel percorso educativo di ogni studente. Non solo perché integra la preparazione in classe, ma soprattutto perché costituisce un’occasione irripetibile per comprendere il significato più vero del viaggio» afferma Fabrizio Galeotti, direttore generale del Touring. Del comitato istituito dal Tci facevano parte i rappresentanti di vari ministeri, delle federazioni degli insegnanti, ma anche del Cai e della Società geografica italiana. Il compito era promuovere nelle scuole il turismo come mezzo di istruzione ed educazione; lo scopo era avvicinare più persone possibile alla cultura del viaggio, favorendo la conoscenza dell’Italia da parte degli alunni. I gruppi di studenti che partecipavano alle attività del Touring scolastico ricevevano un distintivo: «uno scudetto con il monogramma Ts sormontato da un’aquila ad ali spiegate»

Da allora le cose sono cambiate e la gita scolastica diventata viaggio d’istruzione è considerata un momento fondante di qualsiasi percorso formativo. Al punto che, come certifica l’Osservatorio sul turismo scolastico realizzato dal Centro Studi Tci, nell’anno scolastico 2011/2012 sono stati oltre 900mila (su 2,7 milioni di iscritti) gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado a partire per un viaggio d’istruzione, ovvero a star fuori casa per almeno una notte (le escursioni in giornata non vengono conteggiate). Un dato che faceva registrare un leggero segno negativo da qualche stagione, ma che quest’anno ha subito un vero tracollo. Anche se parziali, i primi dati riferiti all’anno scolastico che si sta per chiudere indicano un calo esponenziale: le stime del Centro Studi Tci fanno prevedere una diminuzione che oscillerebbe tra il 15 e 30 per cento. Un calo che riguarda sia il numero medio di coloro che per ogni classe partecipano alle gite, sia la permanenza media.

Il crollo dipende da un serie di fattori concomitanti. Se da un lato la crisi economica non fa sconti e le famiglie hanno sempre maggiori difficoltà a investire nel viaggio di istruzione dei figli, dall’altro gli insegnanti sono sempre meno disposti ad accollarsi la responsabilità di portare in gita gli studenti. Questo perché rispetto al passato sono decisamente cambiate le carte in tavola.
La legge 266 del 2005 aveva già soppresso l’indennità di trasferta per i viaggi in Italia, nel 2010 è toccato per quelli all’estero, così le diarie dei viaggi di istruzione devono essere pagate con i fondi assegnati ai diversi istituti. «Gli stessi fondi che servono a pagare le supplenze e le attività extra curriculari, dai corsi di recupero alle altre attività formative, dei docenti» spiega Valentina Scialpi, insegnante. Considerando che questi soldi vanno sempre assottigliandosi, la quota destinata a coprire le indennità (e i rimborsi) per le gite è praticamente sparita. «Per cui quest’anno tanti docenti hanno deciso di non rendersi disponibili per accompagnare gli alunni» prosegue Scialpi. Del resto la legge non prevede l’obbligo di accompagnamento per i professori, ma configura i viaggi e le escursioni come «lavoro supplementare», dunque facoltativo. Risultato? Interi istituti hanno cancellato tutte le gite perché non si trovano docenti disposti a organizzarle. «Il calo è dovuto alle difficoltà economiche delle famiglie, a cui porre rimedio tornando a restituire alle scuole parte dei fondi che sono stati sottratti tra il 2008 e il 2011 (parliamo di oltre 8 miliardi di euro)» spiega Marco Rossi-Doria, insegnante e sottosegretario all’Istruzione. Che aggiunge: «I docenti svolgono una professione difficile e importante e sono mal pagati. Ma in effetti le gite non sono mai state particolarmente ben retribuite, si tratta di una responsabilità gravosa che non tutti hanno voglia di affrontare. Credo che bisognerebbe cominciare a parlare di una nuova organizzazione della professione docente: una migliore retribuzione, ma un orario onnicomprensivo. In cui se servono gli straordinari si fanno e se il gruppo dei docenti decide che i ragazzi vanno in gita, li si accompagna in gita». Ma non è solo una questione di soldi. Una sentenza della Corte di Cassazione, la 1769 dell’8 febbraio 2012, ha stabilito che gli istituti scolastici e i relativi docenti sono responsabili per la sicurezza degli alunni durante il viaggio. Anzi, sarebbero tenuti a verificare preventivamente le condizioni di sicurezza della struttura dove soggiorneranno gli studenti, ipotizzando la responsabilità oggettiva degli insegnanti. Un ulteriore deterrente per i docenti.
 

E dire che gli operatori del settore ultimamente si stanno organizzando sempre più per migliorare l’offerta di viaggi di istruzione. Un mercato che tra scuole secondarie di primo e secondo grado vale oltre 400 milioni di euro e che però non sembra degnamente presidiato. «Il livello qualitativo dei servizi offerti agli studenti è basso, spesso il sistema turistico vive i viaggi di istruzione come un turismo di serie B. Un flusso economico garantito ogni anno cui si presta poca attenzione, anche perché le richieste di tenere bassi prezzi portano a diminuire il livello qualitativo» spiega Matteo Montebelli, responsabile dell’osservatorio sul turismo scolastico Tci. «Bisognerebbe ragionare su un protocollo che coinvolga enti per il turismo, uffici scolastici, principali stakeholders territoriali e scuole, con una valutazione ex-post dei servizi erogati fatta dagli utenti che attesta il rispetto o meno degli standard individuati. Servono strutture pulite, con buon vitto, ma frugali. Non c’è bisogno del lusso» concorda Rossi-Doria. La risposta può arrivare da iniziative come il progetto Scuolafuoridallascuola, varato dall’Apt dell’Emilia Romagna dal 2011. «Si tratta di un sito che risponde a una richiesta di dialogo da parte dei docenti e degli operatori del settore. Domande e offerta si incontrano grazie alle proposte di itinerari pensati per venire incontro agli studenti» spiega Liviana Zanetti, presidente dell’Apt ed ex insegnante. «Cerchiamo di confezionare pacchetti in base alle richieste, includendo eventi, mostre e manifestazioni che si svolgono sul territorio per farlo conoscere al meglio» aggiunge. «Per venire incontro alla scuole abbiamo finanziato un premio che contribuisce a coprire parte delle spese di viaggio per raggiungere l’Emilia Romagna» aggiunge Zanetti.

Una pratica, quella del sostegno economico al turismo scolastico, comune a varie Regioni. Lo scorso anno scolastico la Regione Campania arrivava a versare a ogni gruppo di almeno 50 persone che soggiornasse per tre giorni sul territorio campano fino a 3.500 euro come contributo alle spese di viaggio, mettendo a bilancio 500mila euro. Idem la Regione Sardegna che ha stanziato 130mila euro, riservati però agli istituti sardi che pernottassero per almeno due notti nelle strutture isolane. Mentre il Molise si impegnava a versare 10 euro al giorno a qualsiasi gruppo di studenti che soggiornasse sul territorio regionale fino a un massimo di sei giorni, cui aggiungeva 6 euro al giorno per gli eventuali pasti che non rientrassero nella mezza pensione, e 400 euro per ogni autobus di studenti proveniente dal nord Italia o dalle isole. E non sono solo le Regioni a offrire finanziamenti. La provincia di Pistoia per il 2011-12 erogava contribuiti per settimane bianche (almeno 4 notti) sulla montagna pistoiese, comprensivi di 11 euro a testa per l’acquisto di skipass. Contributi stanziati anche dalla Regione Calabria per le scuole decise a esplorare le montagne calabre.
 
Alla luce di tutto questo, viene da chiedersi se i viaggi d’istruzione abbiano ancora senso. «Certo, ma andrebbero agevolati anziché ostacolati. Motivando e incentivando i docenti, con la reintroduzione dell’indennità di missione e lo sgravio delle responsabilità, invitandoli allo stesso tempo a conoscere prima di tutto l’Italia» sostiene Galeotti. «Se i giorni della gita sono una parentesi senza collegamenti con la didattica in classe, ovunque si vada ha poco senso. Perché così è solo un’occasione di stare con gli amici e andare a spasso» risponde Rossi-Doria. «Se invece si crea un’aspettativa attraverso attività di preparazione e poi si pone un obiettivo, un’attività da svolgere nei giorni del viaggio, i cui frutti verranno presentati a scuola e famiglie subito dopo, allora c’è un significato che può unire i ragazzi, oltre al fatto buono e giusto di socializzare e, perché no, divertirsi» aggiunge Rossi-Doria. 

Fotografie di: Archivio Tci,/