Fiandre: birra, bici e beghine

Sisse Brimberg e Cotton CoulsonSisse Brimberg e Cotton CoulsonSisse Brimberg e Cotton CoulsonSisse Brimberg e Cotton CoulsonSisse Brimberg e Cotton Coulson

Due donne indipendenti e la ricerca di un momento di pausa quali ospiti di un monastero: il filo conduttore per un itinerario tra i beghinaggi delle Fiandre. Regione storica del Belgio che rivendica (a buon diritto) attenzione anche al di fuori delle giornate in cui si disputa il notissimo Tour ciclistco.

Sono ormai parecchi anni che io e la mia amica Wendy Littlefield ci siamo riproposte di prenderci un periodo di pausa all’abbazia di Westmalle nelle Fiandre, in Belgio; da quando Wendy – un’importatrice di birra di Chicago, e prima donna americana ammessa nella gilda (corporazione artigiana) belga dei birrai, vecchia di 500 anni – mi ha accompagnato al birrificio del monastero lì accanto. Allora, sbirciando attraverso i cancelli dell’abbazia, avevamo provato invidia per quei monaci che giravano in bicicletta nei giardini, con il tempo per meditare sulle eterne domande della vita.

E, alcuni giorni prima di cominciare questo ritiro, abbiamo deciso di partire da Bruxelles per compiere un itinerario attraverso la regione tra gli storici begijnhof (beghinaggi in italiano): quartieri circondati da mura, simili a conventi, dove donne nubili (le beghine) vivevano insieme, senza bisogno di voto di povertà o di castità. Cittadelle autogestite nelle città, piene di forni per il pane, birrifici e chiese; oggi spesso tutelate dall’Unesco come Patrimonio dell’umanità.
Fin dal principio, a Mechelen, abbiamo scoperto che le beghine non erano particolarmente amate. «La gente si chiedeva: chi sono queste donne che si rifiutano di prendere i voti?» ci ha spiegato Leona de Graef, la nostra guida. «Molte di loro erano ragazze ricche, magari un po’ viziate. Le etichettarono come eretiche e furono esiliate fuori dalle mura delle città. Problema risolto», conclude Leona.

Nella pioggerella del mattino, le case lungo gli stretti vicoli del beghinaggio sembrano stringersi fra loro in cerca di protezione. Sbirciando dalle finestre si nota all’interno un gusto relativamente elegante: solide travi, scale decorate, perfino cornici attorno a elaborate serrature. Wendy nota Het Anker, un birrificio fondato dalle donne del beghinaggio di Mechelen nel 1471.
 

Prima di concederci una Gouden Carolus, birra al malto, tuttavia, abbiamo scelto di visitare i vicini beghinaggi di Lier e Lovanio (Leuven, in fiammingo). Complice la giornata di vento, pare che solo noi due, e l’Unesco, sappiamo dell’esistenza di Lier, città murata che ha appena festeggiato il suo ottocentesimo compleanno. Pavé sconnessi rallentano il nostro passo tra edifici che sembrano costruiti per gli elfi. Lungo una via, la scultura in ferro di una pecora ricorda come, nel medioevo, agli abitanti di Lier fosse stato proposto di scegliere fra ospitare un mercato del bestiame o un’università. Decisero che un gregge sarebbe stato più sicuro di una massa di studenti schiamazzanti. Il sapere divenne quindi il piatto forte della vicina Lovanio, la nostra tappa successiva. Qui studenti in bici e in scooter sfrecciano vicino al Grande Beghinaggio, con le sue piccole finestre e le alte mura che circondano il cortile.

Il giorno dopo, a Gent, prima sosta in uno dei tre beghinaggi, quello di S. Elisabetta (abbandonato nel 1873), seminascosto all’estremità esterna di Burgstraat. Dal lato opposto del centro storico, al Piccolo Beghinaggio, chiamato anche Onze-Lieve-Vrouw ter Hoyen, siamo felici di vedere che le donne che ci vivevano godevano di un qualche rispetto: una targa dichiara i loro recinti «città della pace». Alla fine, troviamo il Grande Beghinaggio ottocentesco nel quartiere degli immigrati di Sint-Amandsberg: qui la luce del pomeriggio getta lunghe ombre sulle facciate neomedievali.

A Brugge, il cui intero centro storico è anch’esso tutelato dall’Unesco, il labirinto di strade ci costringe a seguire il nostro naso fino al limitare della città, al beghinaggio Ten Wijngaerde (la vigna), ora occupato da monache benedettine. Dentro i cancelli, un piccolo museo ci fa conoscere la vita di tutti i giorni delle beghine, compresi gli elaborati pizzi Valenciennes che le donne realizzavano per sostenere la propria comunità. Poco più in là un organo mormora, come a rendere omaggio alle donne nei pressi della chiesa.

Nel corso del viaggio verso l’abbazia di Westmalle, attraversando il paesaggio pastorale delle Fiandre, racconto a Wendy del mio incontro, giorni prima, con la novantaduenne Marcella Patten, probabilmente l’ultima beghina ancora in vita. Per lei il beghinaggio era stata la seconda scelta, dopo essere stata respinta da tutti i conventi in cui aveva cercato di entrare per i suoi problemi di vista. Spavalda perfino nella sua fragilità, esige ancora di essere chiamata «sorella», benché l’appellativo delle beghine fosse «signora».

 

Giunte all’abbazia di Westmalle, improvvisamente dubito sul mio desiderio di dormire fra i monaci trappisti. A un mio colpo al massiccio portone di legno, due occhi appaiono dietro la griglia dello spioncino: «Due ospiti?», urla una voce. «Non ne so nulla. I fratelli sono in chiesa». Ma, prima che Wendy replichi alla mia proposta di una ritirata strategica all’albergo che ho notato poco distante, il portone ad arco si apre. «Potete aspettare qui se volete», concede il burbero portiere. Passa mezz’ora e fra’ Benedetto ci accompagna nelle nostre stanze dagli alti soffitti, di una modestia garbata. «La funzione delle quattro del mattino è aperta a chi partecipa ai ritiri» ci spiega, «ma non agli ospiti occasionali come voi».

La promessa, sul sito del monastero www.trappistwestmalle.be, di cibo «semplice ma sufficiente» mi aveva suscitato una sorta di estasi gastronomica, a base di formaggio stagionato prodotto nell’abbazia e caldo pane integrale. Ma nella sala da pranzo, con le pareti coperte da imponenti ritratti di devoti abati, pilucco dal mio piatto pane da supermercato e formaggio del genere delle sottilette. Unica delizia, un sorso di Patersbier, la birra servita a monaci e pellegrini in ritiro, che Wendy mi spiega essere fatta con fiori interi di luppolo.

Così succede che, invece di prendere parte alla funzione delle 17.15, scivoliamo fuori verso il caffè Trappisten, in cima alla strada del monastero. Non siamo i migliori novizi, Wendy e io concordiamo, mentre fameliche ci rimpinziamo di morbido formaggio di Westmalle. Ma nel bigiare la chiesa per sorseggiare una birra Tripel da 9,5 gradi sento una sorta di sorellanza con le coraggiose beghine delle Fiandre. «Non andare dove il sentiero ti potrebbe portare» dice Wendy, citando Ralph Waldo Emerson e alzando il suo bicchiere in un brindisi. «Piuttosto va’ dove non c’è sentiero, e» Wendy sorride maliziosamente «lascia una birra».

 

Fotografie di: Sisse Brimberg e Cotton Coulson