Zambia, le cascate di Livingstone

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A 200 anni dalla nascita del missionario ed esploratore scozzese, scopritore delle Victoria Falls, una delle sette meraviglie naturali del mondo tutelate dall’Unesco come Patrimonio dell’umanità, il Paese africano sembra aver pienamente raccolto il suo spirito umanitario e pacifista. E si prepara a diventare una meta turistica di prima grandezza

Il fiume Zambesi scorre lento. La canoa scivola tra isolotti ed evita con abili slalom branchi di ippopotami a mollo. Migliaia di uccelli disegnano acrobazie nel cielo e trovano riparo nei nidi scavati sulle rive o sugli alberi in compagnia dei babbuini. Immobili tronchi nascosti tra sabbia e cespugli si rivelano vigili coccodrilli in paziente attesa. È un tranquillo pomeriggio di un giorno africano. Un giorno come tanti, che si ripete sempre uguale da millenni. Poi, improvviso, un rumore sordo si fa sempre più forte. All’orizzonte tra gli isolotti e la linea dell’acqua, un fumo bianco sempre più intenso sale verso il cielo come prodotto da una enorme fabbrica del vapore. Nicholas Mabenga, la guida, dalla prua indica con la mano che siamo arrivati. Il rumore è assordante. Approdiamo su un’isoletta in mezzo al fiume. Dopo qualche passo gli alberi si diradano e gli occhiali si riempiono di gocce: il fiume è letteralmente sparito davanti a noi, dentro una fenditura di basalto creata da un’eruzione vulcanica, lunga un chilometro e mezzo e profonda fino a 128 metri. Colonne di un denso fumo bianco si innalzano al cielo mentre due arcobaleni attraversano l’orizzonte e finiscono in acqua. Siamo arrivati all’obiettivo, le cascate Vittoria (Victoria Falls in inglese), Zambia meridionale, al confine con lo Zimbabwe nel cuore dell’Africa australe.
Una piccola targa su un cippo ci ricorda che siamo nel punto esatto dove il medico, missionario congregazionalista ed esploratore, David Livingstone, scozzese di Blantyre (nato giusto due secoli fa), nel 1856 vide, primo uomo bianco, il grande spettacolo delle cascate che le tribù Kololo chiamavano Mosi-Oa-Tunya, «il tuono che fuma». Livingstone, a sua volta ribattezzato dai locali ora Ghost, fantasma, ora Munali, ovvero «uomo capace di scalare le montagne», dopo questa impresa divenne «il cercatore di fiumi». Il suo obiettivo infatti, una fissazione diffusa a quei tempi tra molti esploratori, era quello trovare le sorgenti del Nilo azzurro. Un po’ come accadde a fine ’800 con la corsa al Polo Sud e al Polo Nord. Il dottore dunque era del tutto fuori rotta ma, ammirato lo spettacolo non ci pensò due volte a ribattezzare le cascate e le dedicò al suo sovrano, la regina Vittoria. E con questa mossa il quarantenne missionario schivo e antischiavista, sbarcato in Africa più per convertire le anime che per colonizzare le terre, diventò l’esploratore più famoso al mondo e le cascate entrarono nel ristretto gruppo delle sette meraviglie naturali del mondo moderno.

 Due secoli dopo infatti monumenti, località, scuole, università e città (nel vicino Malawi ci sono sia Livingstonia che Blantyre) portano il suo nome. Per finire con l’isoletta dove ci troviamo, utilizzata nel passato per i riti dei capi tribù e chiamata l’isola delle ombre o l’isola giardino, ora Livingstone Island; così come è suo il nome della cittadina che velocemente venne costruita sulle rive dello Zambesi, in prossimità delle cascate e che accolse centinaia di esploratori, giramondo, imprenditori, cercatori di preziosi, e i primi visitatori a caccia di folclore e di esotismi.

Ma Livingstone non si accontentò del successo. Continuò a cercare per anni le sue misteriose sorgenti fin che il mondo perse le sue tracce. Gli inglesi si preoccuparono per la sua sorte ma fu un americano, Gordon Bennett, scaltro editore del New York Herald a lanciare l’idea di trovare Livingstone, e senza badare a spese incaricò il giornalista gallese Henry Morton Stanley. Bennett, in un grand hotel di Parigi fu molto chiaro con Stanley: «Se è vivo procurateci notizie. Se è morto, portateci la prova della sua morte. È tutto. Buona notte e che Dio vi accompagni». Stanley impiegò quasi tre anni a inseguire per tutta l’Africa lo scozzese e lo trovò, dopo imprese e avventure epiche (raccontate in Bula Matari, La vita di Stanley di Jakob Wassermann, ed. Mondadori), nella piazza del mercato di Ujiji, sulle rive del lago Bangveolo, oggi Tanganica. E quello che vide sotto un mango non fu un bello spettacolo. Di fronte a lui un vecchio (anche se Livingstone aveva solo 58 anni) senza denti, malandato, afflitto da malaria e da dissenteria, affamato. Indossava una giacca di flanella rossa e pantaloni grigi a brandelli, un berretto di panno con i galloni d’oro stinti.

L’incontro tra due sudditi britannici nel cuore dell’Africa nera è il ritratto perfetto di una società e di un’educazione rigida, riservata, convenzionale, quasi ridicola in quel contesto primordiale. Ma Stanley, uomo di comunicazione ante litteram, non si lasciò sfuggire l’occasione per immortalare lo storico momento.

Il celeberrimo dialogo tra l’eremita e il messaggero del mondo, fu forse ricostruito da Stanley a tavolino ma fu un capolavoro di retorica. La domanda «Il dottor Livingstone, presumo» e la risposta «Sì e le sono grato di permettermi di darle il benvenuto» diventarono una pietra miliare dello stile cool al quale si adegueranno generazioni di gentiluomini anglosassoni all’estero. Uno scambio di frasi banali che però garantì a Stanley la fama e a Livingstone la gloria e, purtroppo solo dopo un paio d’anni, anche una tomba tra i grandi d’Inghilterra nella cattedrale londinese di Westminster. E, non ultima conseguenza, creò un discreto e ininterrotto flusso che continua ancora oggi di visitatori, viaggiatori, curiosi e turisti in questa parte dell’Africa non ancora alterata dall’impatto con il turismo di massa.
In fondo anche noi di Touring siamo venuti sulle rive del grande Zambesi a causa di Livingstone. Proprio quest’anno si celebrano infatti i 200 anni dalla nascita del medico e missionario scozzese e si annunciano grandi festeggiamenti per tutto il 2013, da marzo a novembre, in Zambia, in Malawi e nella natia Blantyre, contea di Lanarkshire, zona mineraria non lontana da Glasgow.
E allora approfittiamo di questa occasione per scoprire lo Zambia che con il turbolento vicino Zimbabwe faceva parte della Rhodesia, creata da quel Cecil Rhodes che prima per la corona britannica, poi in proprio, creò la Compagnia Bsac per sfruttare i preziosi minerali in questa regione. E fu sir Rhodes a sognare una ferrovia che da Città del Capo portasse passeggeri e merci fino al Cairo, sul Mediterraneo. Il sogno rimase tale ma il treno arrivò da sud fino a Livingstone (negli anni Trenta era considerata la ferrovia più lunga del mondo) tanto che una delle meraviglie che si possono ammirare è proprio il ponte di ferro che attraversa le cascate, costruito in un paio d’anni nel 1904. Prima della ferrovia ci volevano quattro mesi da Capetown alle cascate. Con il treno bastarono quattro giorni e mezzo.  

Oggi il ponte fa da confine tra Zambia e Zimbabwe e viene utilizzato da spericolati cacciatori di emozioni per salti nel vuoto (nel punto più alto anche 108 metri) con il bungee jumping. Trascuriamo questa ardita e tardiva prova di virilità e altre innumerevoli possibilità di escursioni (dalla pesca al furbo tigerfish, che poi viene rilasciato, al rafting, dalle escursioni a cavallo, in elefante o in canoa, ai giri in elicottero e piccoli aerei) e optiamo per un tramonto a bordo del Royal Express, un treno confortevole costruito negli anni Trenta, perfettamente restaurato, con locomotiva a carbone come quelle del West, che da Livingstone si addentra per una ventina di chilometri nel bush lungo il fiume. Comodamente seduti su divanetti panoramici e circondati di scure boiserie, coccolati dai cocktail e dal ritmo della lenta vaporiera, contempliamo la savana infinita con tonalità dal rosso della terra al verde dei baobab, acacie e flamboyant sotto un cielo che sfoggia almeno un paio di arcobaleni.

il treno è una delle opportunità offerte dal royal livingstone hotel, che ci ospita. È uno dei due alberghi (l’altro è lo Zambesi Sun) costruiti in perfetto stile coloniale a pochi minuti dalle cascate, sulla riva sinistra del fiume, immersi nel parco nazionale e quindi a contatto diretto dei numerosi animali selvaggi, giraffe, zebre, scimmie, impala che scorrazzano liberi nei giardini e nelle vicinanze dell’hotel. «Ma il Royal non è solo un semplice magnifico resort immerso nella natura» ci dice Guillaume Durand, il direttore, un giovane francese ma con moglie zambiana. «Nella missione del nostro gruppo, il Sun International, c’è il compito di preservare l’ambiente e ridurre i consumi di energia e di acqua ma soprattutto di stabilire un forte legame con la comunità locale. E noi la sosteniamo creando posti di lavoro e riservando parte dei ricavi per attività di utilità sociale». Progetti per scuole e case famiglia per giovani orfani; garden project per sviluppare l’agricoltura e farla convivere con gli elefanti (allontanati con successo solo con le api che terrorizzano i pachidermi); comunità per ragazze abusate (una sciocca superstizione pretendeva che rapporti sessuali con una vergine avrebbero fatto guarire dall’aids). Così siamo usciti dall’albergo, dal parco e dall’area delle cascate, patrimonio dell’Unesco, per girare per lo Zambia e scoprire questo Paese. Ha uno dei redditi più bassi del Continente ma nelle previsioni internazionali sarà uno dei sette Paesi africani emergenti.

Accompagnati da Stain Musungaila, ex marinaio imbarcatosi a Liverpool sulle navi Cunard e tornato ora a casa, scopriamo l’altra faccia di Livingstone, tra le belle residenze di stile edoardiano e la township di Maramba, vivace bidonville con un mercato all’aperto. Ci fermiamo al museo, Livingstone naturalmente. Un edificio del 1934 che raccoglie le memorabilia dell’esploratore, le foto di Livingstone, quasi un sosia di Burt Lancaster nel Gattopardo, con una giovane regina Vittoria in decolletée, la copia del suo romanzo preferito, Robinson Crusoe, l’immancabile ombrello nero, il bastone, le mantelle, i berretti da console firmati Starkey di Bond street a Londra. Così, basta lasciare di qualche chilometro le rive chic del fiume per ritrovarsi in un Paese dagli stessi contorni visti due secoli fa da Livingstone e che insieme alla natura e agli animali selvaggi rappresenta il fascino dello Zambia. Come il paese di Mukuni, agglomerato di capanne di fango che circondano una grande acacia, la stessa sotto la quale l’esploratore fu ricevuto e gli fu offerto il nshima, il piatto nazionale a base di mais dal capovillaggio della tribù Leya, la stessa famiglia di quello di oggi. Tutto è oggi come allora. Compreso il mastodontico baobab che vantaI parchi nazionali sono una delle irresistibili attrazioni dello Zambia. Un safari è l’ideale per ammirare i big five (leoni, leopardi, bufali, rinoceronti ed elefanti) e vivere l’Africa da molto vicino 400 anni e fornisce frutti che gli indigeni mangiano nella minestra e il marula, l’albero da cui si ricava il liquore Amarula, che fa ubriacare anche gli elefanti. L’acqua non arriva ancora nelle capanne, l’elettricità c’è solo nella scuola dove le pareti esterne sono ricoperte di avvertimenti su come evitare il contagio dell’Aids, una delle prime cause di morte, prima che questa campagna a tappeto respingesse la malattia e infrangesse i molti tabù sessuali tribali. Ma anche nel mezzo della savana è arrivata la modernità. E così il container che fa da prigione, nella piazza principale ha le pareti rivestite dalla pubblicità della tv. Che nessuno a Mukuni però può guardare.

Fotografie di: Courtesy of Sun International,Andrea Porro