Masada, nata libera

Franco CappellariFranco CappellariFranco CappellariFranco Cappellari

Mito fondante dello Stato ebraico, importante meta turistica, la fortezza voluta da Erode il Grande è da quattro anni sede di un interessante festival lirico estivo.
Dopo Carmen, che l’anno scorso è stata vista da oltre 50mila spettatori, è ora la volta di Turandot di Puccini che sarà rappresentata su un palco ai piedi del complesso

Preferirono la morte alla schiavitù. Ed entrarono nella leggenda. Quei 953 Zeloti che, così come raccontato da Flavio Giuseppe, con il proprio suicidio rappresentarono l’ultimo capitolo della resistenza ebraica contro la Decima legione romana nel 73 d.C., divennero il simbolo del nuovo Stato ebraico. Tanto che le reclute dell’esercito salivano i 500 metri di dislivello, dal Mar Morto ai resti del castello di Erode sulla cima. Ogni volta era la promessa fatta al Paese in nome del sacrificio di duemila anni fa: «Masada non cadrà più». Una tragedia omerica maturata nel deserto della Giudea rappresentata dai grandiosi resti riportati alla luce nel 1963-65 dagli israeliani appena tornati nella terra dei padri.
Sotto la guida del professor Yiga Yadin, grazie alle sovvenzioni del governo israeliano, di organizzazioni internazionali, privati e perfino del giornale londinese The Observer, migliaia di volontari provenienti da tutto il mondo riportarono alla luce la cittadella di Erode il Grande, quell’Erode che aveva avuto il trono dai Romani. Un trono reclamato dall’intrigante Cleopatra che tanta influenza aveva sui suoi amanti vip. Per questo il sospettoso e crudele sovrano si era fatto costruire questo palazzo-fortezza.

Nel 66 d.C. gli Ebrei si ribellarono ai Romani e conquistarono Masada, massacrando il presidio romano. Questo aspro sperone roccioso divenne così l’ultimo rifugio della setta degli Zeloti, i più zelanti conservatori della legge ebraica.
Dopo il suicidio collettivo e la conquista della fortezza da parte dei Romani, arrivarono alcuni monaci bizantini, che vi lasciarono una cappella. Poi l’abbandono. Bisognerà aspettare la metà dell’Ottocento perché gli archeologi americani Edward Robinson ed Eli Smith identifichino Masada in una rupe che gli arabi chiamavano es-Sabbeh, e altri 125 anni perché venga portata alla luce per il 97 per cento. Allora la giovane nazione aveva bisogno di miti fondanti, ora le prospezioni archeologiche hanno riscritto la durata dell’assedio, da anni a settimane: la rampa costruita dai Romani non sarebbe stata alta 125 m, come scritto da Flavio Giuseppe, ma appena una dozzina di metri perché la Decima comandata da Lucio Silva sfruttò uno sperone di roccia. Anche il rogo appiccato dagli Zeloti alla fortezza, ma non ai magazzini per dimostrare che non cedevano per fame, in realtà ha visto il ritrovamento di strati di cenere anche negli stessi depositi. Infine mancano all’appello 932 cadaveri, sono stati ritrovati solo 28 corpi.

Ora Masada, raggiungibile a piedi o più agevolmente con una teleferica, è meta di milioni di turisti attratti dalla sua selvaggia solitudine, emozione allo stato puro. Di giorno e di notte. Anche quest’anno infatti ai piedi della rupe si celebra il Masada Opera Festival, con la Turandot di Puccini diretta da Daniel Oren (6, 8, 9 e 10 giugno; www.israel-opera.co.il; www.turandot-at-masada.com; www.goisrael.it).

Fotografie di: Franco Cappellari