Il caso. La scienza in fumo

L’incendio doloso della Città della Scienza ha privato Napoli di un museo d’eccellenza e di una speranza di rilancio per Bagnoli. Ma nonostante i danni siano ingenti (lo Science center è andato distrutto) non tutto è perduto: la rinascita è già partita

Sono bastate poche ore E qualche tanica di benzina, poi le fiamme hanno fatto il resto. Carbonizzando, nella notte del 4 marzo, buona parte delle strutture della Città della Scienza di Napoli. Un museo tecnologico che era anche un incubatore d’aziende e un centro di formazione, oltre che un simbolo per la rinascita economica e sociale di una zona del capoluogo campano che aveva perso la sua ragion d’essere. Un sogno che si era concretizzato a Bagnoli, il quartiere che per decenni ha ospitato gli altiforni dell’Italsider e l’industria pesante napoletana. Una frazione di città in cui, dopo la pessima fine dei sogni industriali, agli inizi degli anni Novanta era nato un museo all’avanguardia, ospitato nei padiglioni ottocenteschi della ex vetreria Lefevre, capace di attrarre ogni anno 350mila visitatori e segnare la via per una rinascita di Bagnoli. «Volevamo dare il senso non solo agli addetti ai lavori, ma a tutti, che quell’area simbolo della società industriale poteva rinascere a nuova vita coniugando industria innovativa, pulita e compatibile con un territorio di straordinaria bellezza e storia» ha scritto sul Sole 24ore Vittorio Silvestrini, presidente della fondazione Idis.

La Città della Scienza è un museo scientifico basato su percorsi esperienziali, con diecimila metri quadrati di area espositiva e laboratori. Lo Science centre andato distrutto era un luogo in cui il visitatore era coinvolto direttamente nella sperimentazione scientifica e dove si faceva molta didattica, soprattutto nel grande spazio Officina dei Piccoli, ora distrutto. Ma la Città della Scienza era anche un luogo che dava lavoro, tra diretto e indotto, a quasi mille persone e poteva vantare, cosa rara nel panorama museale italiano, un alto tasso di autofinanziamento delle attività: quasi il 70 per cento. Ora il cuore di questo progetto è andato in fumo, spento dalla violenza ignorante di qualcuno (la cause sono dolose, la mano e il movente ancora incerti) a cui il sapere e la speranza davano fastidio.

Ma non tutto è perso. Passato lo sbigottimento e la rabbia iniziale dal presidente Silvestrini all’ultimo dei collaboratori nessuno si è perso d’animo e una parte delle strutture (l’incubatore aziendale, il centro congressi) ha ripreso a lavorare da subito. Un’altra (2mila metri quadrati) ha riaperto i battenti a metà aprile. Ma il grosso della struttura è distrutto e va ricostruito. Si inizierà portando a termine i lavori del nuovo padiglione la cui costruzione procedeva a rilento da qualche anno, e poi si penserà a trovare i fondi per far rinascere lo Science Centre. Nel disastro la fortuna è che sarà bruciato un sogno, ma le persone che l’hanno sognato sono ancora lì, pronte a darsi da fare. Diamogli una mano.