Ferrara, al di là delle nebbie

Jacopo QuarantaJacopo QuarantaJacopo QuarantaJacopo QuarantaJacopo QuarantaJacopo Quaranta

Un centro storico tra orti e campi; fastosa capitale del rinascimento e città ideale dell’estetica metafisica. Fatta di solitudine, mistero, silenzio, teatralità, sogno e tranquilla follia. Celebrata alla grande da Antonioni e Bassani. Il 29 settembre 2012, la città ha festeggiato il centenario della nascita di Michelangelo Antonioni. Tra le tante iniziative culturali spicca per importanza la mostra Lo sguardo di Michelangelo, aperta fino al 9 giugno

Come tante città, Ferrara ha una sua mitologia: città della nebbia e del silenzio, della solitudine e del mistero, di leggende romantiche e aspirazioni metafisiche. La sua particolarità è che quest’immagine, legata ai quadri di Giorgio de Chirico e ai film di Michelangelo Antonioni, corrisponde in gran parte ancor oggi alla realtà.
Un paesaggio nebbioso. Un porticato che si perde all’orizzonte. Una ragazza in bicicletta e un giovane in auto che le chiede di consigliargli una pensione. Così inizia l’episodio ferrarese di Al di là delle nuvole (1995), il penultimo film di Antonioni, girato nella sua città natale con l’aiuto di Wim Wenders. Un’affascinante «cronaca di un amore mai esistito», che, secondo il regista, poteva nascere solo a Ferrara, la città di silenzio, solitudine e di «tranquilla follia». «Solo un ferrarese può capire una relazione durata per anni senza essere mai esistita», commenta il narratore, interpretato da John Malkovich.
Un soggiorno nella pensione dove s’innamorano Carmen (Inés Sastre) e Silvano (Kim Rossi Stuart), sarebbe il punto di partenza ideale per la scoperta della Ferrara antonioniana. Ma non è mai esistita: le scene sono state girate a Comacchio, negli uffici di una vecchia azienda. Il che ci costringe a inventarci un altro incipit per esplorare la città.
Continuando a seguire idealmente i protagonisti del film, ci ritroviamo in pieno centro storico: li vediamo uscire dal Palazzo Comunale, la dimora medievale dei duchi estensi, ritrovandosi davanti alla facciata romanico-gotica del Duomo, per poi costeggiare le mura rinascimentali del Castello estense.
Il rinascimento ha rappresentato il secolo d’oro per Ferrara. Dalla fine del Trecento in poi, la città attira artisti e studiosi; la corte dei duchi estensi diventa una delle più fastose dell’epoca, paragonabile a quella di Borgogna.
Come a Digione, si respira ancora l’atmosfera cortese del medioevo, con le sue feste, tornei e i romanzi cavallereschi: è qui che creano le loro opere Boiardo, Ariosto e Tasso. Già allora l’aura nebbiosa stimola la fantasia e la voglia di creare mondi immaginari. Non è una coincidenza se proprio a Ferrara, nel 1508, per una commedia di Ariosto, nasce la prima scena teatrale dipinta della storia.  

Ma gli stessi duchi estensi che perpetuano nella vita di corte certi fasti medievali, realizzano un progetto urbanistico di estrema modernità. Su richiesta di Ercole I d’Este, l’architetto Biagio Rossetti amplia l’abitato secondo criteri razionali, con strade ampie e diritte, facendola diventare «la prima città moderna» d’Europa. L’incrocio tra i due assi principali di quella che prende il nome di Addizione erculea è ornato da palazzi maestosi, tra cui il Palazzo dei Diamanti, costruito per il fratello di Ercole I d’Este nel 1492 e rivestito con bugne di marmo a punta di diamante. E qui che si dirigono i giovani amanti nel film di Antonioni: li vediamo entrare nell’edificio di fronte, l’elegante palazzo Prosperi-Sacrati, dove si trova la casa di Carmen. Alla fine dell’episodio, è dalla finestra di questo palazzo che lei si affaccia per seguire con lo sguardo Silvano sul viale nebbioso, dopo il loro secondo e ultimo non-incontro. In realtà l’edificio è chiuso da molti anni, ed è stato aperto solo per le riprese.
Il Palazzo dei Diamanti, invece, è visitabile e ospita la Pinacoteca nazionale. Inutile cercarvi la collezione estense, dispersa tra vari musei nel mondo. La galleria custodisce opere, in gran parte provenienti da donazioni private, che spesso condividono un tratto trasognato, lunare, bizzarro: da quelle di pittori meno noti (come il maestro degli Occhi spalancati o il maestro degli Occhi ammiccanti) ai piccoli quadri dei grandi maestri, come Cosmè Tura o Ercole de Roberti. Il periodo d’oro di Ferrara finisce nel 1598, quando il duca Alfonso II muore senza lasciare un erede. Lo Stato della Chiesa si riappropria del feudo, e la città viene spogliata dal suo patrimonio artistico. La capitale estense si riduce a una semplice città di provincia. I vasti spazi all’interno delle mura, previsti dall’ambizioso progetto di Rossetti, rimangono privi di costruzioni.  

 La conseguenza è che, oggi, Ferrara è probabilmente l’unica città europea con dei veri tratti di campagna nel centro storico. Per accorgersene, basta proseguire per corso Ercole I d’Este. Già a pochi metri da palazzo Prosperi-Sacrati la strada cambia aspetto ed è costeggiata da giardini nascosti: è da queste parti che Giorgio Bassani collocò il suo immaginario Giardino dei Finzi Contini. Non ci sono negozi o bar, sembra quasi di essere in campagna. Anche La Provvidenza, locale noto per la sua cucina di tradizione, è un misto tra ristorante elegante e trattoria agreste. Ancora più incredibile lo spazio tra il cimitero della Certosa e il cimitero ebraico. Imboccando via delle Erbe, un sentiero alberato porta a veri orti coltivati, con un negozio biologico che vende prodotti locali e il bellissimo agriturismo Horti della Fasanera; tutto questo senza mai uscire dal centro storico.
In Al di là delle nuvole Antonioni parla della «tranquilla follia» di Ferrara, e passeggiando per la città, questa definizione torna spesso alla mente. Da un lato, perché è davvero molto tranquilla e silenziosa; ci sono pochissime automobili e molte piazze totalmente deserte. Dall’altro lato, perché la sua storia artistica dimostra uno strano e continuo legame con la follia. Nell’ex Ospedale di S. Anna, a due passi dal Castello, fino a poco tempo fa era visitabile la cella del Tasso, dove il poeta è stato rinchiuso dal 1579 al 1586 come un malato di mente dopo il suo impetuoso scatto d’ira durante le nozze ducali. Secoli dopo, nel 1916, due artisti, Giorgio de Chirico e Carlo Carrà, sono ricoverati nell’ospedale militare neurologico Villa del Seminario. E nelle stanze bianche di quest’ospedale, ribattezzato da de Chirico «la villa degli enigmi», nascono la scuola metafisica e il suo quadro-manifesto Le muse inquietanti: due manichini in mezzo a una piazza deserta, con dietro una fabbrica e il Castello estense.

 Ferrara sembra essere la città ideale dell’estetica metafisica, fatta di solitudine, mistero, silenzio, teatralità, sogno e irrazionalità («Che la pazzia sia fenomeno inerente in ogni profonda manifestazione d’arte ciò è una verità d’assioma» scrive de Chirico). Dato il contesto, non c’è da stupirsi se Antonioni decide di fare il suo primo film con i pazienti del vecchio manicomio di Ferrara, oggi sede della facoltà di Architettura. Il progetto fallisce in partenza, perché i malati reagiscono violentemente alla luce dei proiettori.
Come nei quadri metafisici, il lato irrazionale convive a Ferrara con gli spazi razionali, quasi geometrici, che caratterizzano sia l’Addizione erculea sia quella novecentesca. L’esempio più noto di quest’ultima, realizzata negli anni 1920-30, si trova vicino alla cella del Tasso, nel piazzale antistante il conservatorio, intitolato proprio ad Antonioni nel settembre scorso. Gli edifici in mattoni rossi, progettati da Carlo Savonuzzi, si confrontano col paesaggio urbano del centro storico, dove la maggior parte dei palazzi ha perso l’intonaco, lasciando scoperti i mattoni. Ed è di questi anni l’amicizia di gioventù tra il regista e lo scrittore Giorgio Bassani: Antonioni va spesso a casa di Bassani in via Cisterna del Follo 1, dove fondano insieme un cenacolo letterario. Nelle vicinanze funziona ancora oggi il celebre Tennis Club Marfisa; qui entrambi gareggiano con successo per il titolo di miglior racchetta della città. Da lì si può proseguire per via S. Maurelio 10, dove Michelangelo abitò da ragazzo, dal 1918 al 1929. Ma forse il modo migliore per avvicinarsi al mondo del grande regista ferrarese è semplicemente immergersi nell’atmosfera della sua città. Affittare una bicicletta e fare il giro delle antiche mura. Passare una serata al Teatro comunale, per poi cenare tardi insieme agli altri spettatori all’osteria Da Settimo, apprezzata per la sua atmosfera tipica ancor prima che per la cucina. Fare una passeggiata notturna per i vicoli della città medievale, ascoltando l’eco dei propri passi. Sostare nelle piazze deserte che, come i quadri di de Chirico, respirano il mistero. Gettare uno sguardo negli innumerevoli giardini segreti, nascosti dietro le mura. E, naturalmente, far tutto ciò in una bella giornata di nebbia.

Fotografie di: Jacopo Quaranta