Lo sguardo sul mondo

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Sono passati 125 anni da quando 33 tra esploratori e scienziati si riunirono nelle sale del Cosmos Club di Washington con lo scopo di promuovere la conoscenza geografica. Quel giorno fondarono la National Geographic Society che, da allora, racconta per immagini e non solo la bellezza del pianeta.

James c’era, una volta. C’era una volta che un’alba insolitamente nebbiosa avvolgeva la cima delle piramidi, e il Vickers Vimy, un biplano inglese, sorvolava il deserto. Il Vimy era un bombardiere della Royal Air Force prima ancora che un aereo, ma quel giorno non aveva obiettivi da colpire, tantomeno bombe. Il biplano sembrava una mosca che tentasse di svegliare un gigante addormentato. Era il 1995 e capitava ancora che in Africa fosse usato per voli civili. Passeggeri di riguardo: ambasciatori, nobili, ricchi industriali in cerca di un nuovo Grand Tour, inseguendo il fascino ancestrale della terra degli Egizi. Comunque sia, il sole sorgeva, il biplano volava, e lui c’era.

David c’era, una volta. C’era una volta che, poco sotto il pelo dell’acqua turchina, la ragazza nuotava muovendosi con grazia, per non disturbare il gruppo di razze che stavano sul fondo sabbioso, a pochi metri da lei. Quella terra aveva un nome strano, Tuamotu. Della ragazza, invece, David non sapeva il nome. Conosceva solo gli occhi scuri, quei capelli lunghi che nell’acqua sembravano avere vita propria, quelle gambe che – colpa dell’obbiettivo appannato o delle pinne? – per un istante gli erano parse unite in una coda. Forse glielo avrebbe chiesto il nome, dopo, anche se non sapeva in che lingua, né se lei avrebbe risposto. Ma intanto lui c’era, una volta, nell’acqua azzurra di una piccola isola della Polinesia Francese, a migliaia di chilometri da qualsiasi altra cosa. C’era lui, lei, il mare, e il silenzio.

James c’era, una volta. C’era una volta in cui la natura si mostrava in tutta la sua incredibile complessità. Un Paese gigantesco, il Brasile, una foresta sconfinata alle pendici di un monte, il Caburai, al confine con la Guyana. In questa enormità James è minuscolo, un granello nella clessidra del tempo. Eppure davanti a lui c’è un altro mondo, un microcosmo per il quale è lui a essere enorme come la foresta, gigantesco come il Brasile. Una fila di formiche trasporta brandelli di foglie verso il nido. Ogni foglia pesa ben più della formica che la sorregge, e almeno quattro volte più grande. Come se io trasportassi un armadio a due ante costruito in metallo, pensa James. Poi regola lo zoom e scatta. Loro, le formiche, nemmeno se ne accorgono. Ma lui c’era, quella volta. Tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo.

Nick c’era, una volta. Una volta in cui comprese fino in fondo perché molte tribù africane credono negli spiriti, e nella loro capacità di incarnarsi negli uomini e più spesso negli animali. Nick non era in Africa, ma in California, a San Diego. Il sole stava tramontando e un cielo plumbeo rendeva la notte imminente ancora più cupa. Tra le nubi, gli ultimi raggi illuminarono d’improvviso un gigante: uno dei due rinoceronti bianchi ospiti dello zoo safari, gli unici due in cattività al mondo. Nick si sentì come il capitano Achab davanti a Moby Dick. Non aveva un arpione, ma la macchina fotografica. C’era, quella volta. Come c’era stata in passato, e ci sarebbe stata molte altre volte in futuro. Scattò. Quasi avesse sentito, l’animale si allontanò con maestosa lentezza. Oltre quattro metri di lunghezza, quasi due di altezza, un peso di circa tre tonnellate. Pacifico, dicono. Il più grosso animale terrestre dopo gli elefanti. A considerarlo semplicemente un animale, certo.

Loro c’erano tutti, una volta. Era il 13 gennaio 2013 e senza tenere l’indice sulla fotocamera e l’occhio nell’inquadratura, hanno lasciato la macchina a tracolla e soffiato tutti insieme per spegnere le 125 candeline della torta di compleanno della National Geographic Society. Nata nel 1888 a Washington D.C. per volontà di 33 fra esploratori e scienziati uniti dalla passione per la geografia, è diventata oggi una delle più grandi e prestigiose istituzioni scientifiche del mondo. Una storia perfino più lunga di quella del Tci, quasi un «fratello minore» con i suoi 119 anni (ma li compie a novembre).
Ma l’importante è esserci. Oggi, come una volta. Loro c’erano, e noi avremmo voluto esserci, tutti. Tanti auguri, Ngs.    

Fotografie di: National Geographic Society