Uomini e toponimi. Bora Bora

Alcuni luoghi sono doppi già nel nome, altri vengono raddoppiati come nel caso «arioso» di Milano...

Molti anni fa Fabio Fazio ha girato con Massimo Martelli un film sull’Africa e non avendo un titolo pronto finirono per chiamarlo «Pole pole». Questa è, di norma, la prima espressione swahili che i visitatori imparano appena arrivati in Africa. Io l’ho incontrata in un’isola che, a proposito di toponimi strani, si chiama Mafia Island (Tanzania). «Pole pole» significa «con calma, piano piano, gradualmente» ed è diffusissima. Oltretutto, per chi ci arriva in vacanza in preda allo stress è l’auspicio più gradito. Grazie alla sua semplicità e la sua gradevolezza fonetica, l’espressione «Pole pole» si presta a diventare nome multiuso.In italiano si può tradurre come «piano piano, lemme lemme». La ripetizione, come in swahili (e probabilmente in molte altre lingue), ha un simbolismo rafforzativo. «Piano» potrebbe essere un caso; «piano piano» è un destino, qualcosa di connaturato. I napoletani dicono «renzo renzo» per intendere «senza farsi notare», e quindi «renzo renzo» e «piano piano» sono abbastanza vicini nel significato, e chissà se l’eminente architetto Renzo Piano lo sa. Nei nomi dei luoghi si registrano strane forme di ripetizione. L’isola di Bora Bora, per esempio, ha nel nome una ripetizione secca, e chissà se per gli abitanti il fatto che sia ripetuto abbia un significato.

Non mi vengono in mente esempi italiani equivalenti. In Italia abbiamo però un caso di ordine diverso, che è quello di Linguaglossa (Catania). Il fatto è che glossa è la parola greca che significa lingua, fra l’altro anche nel senso di organo anatomico. Dunque parrebbe un nome composto da due sinonimi (in realtà sembra che l’origine non sia quella e che in questo caso glossa stia per grossa, o rossa, in riferimento forse a una lingua di lava dell’Etna).

Un altro strano caso di ripetizione è contenuto nella celeberrima canzone (Frank Sinatra, Liza Minnelli, film di Martin Scorsese) «New York, New York». Per molto tempo, e senza aver bisogno di pensarci, ho ritenuto che si trattasse di una ripetizione normalissima, come in quell’inno un po’ così che Mino Reitano dedicò anni fa al nostro Paese: «Italia, Italia / di terra bella e uguale non ce n’è». In una canzone scritta da Alberto Sordi, Mina cantava la parola «Amore» per dieci volte consecutive, e poi commentava «... lo dici sempre!». Erano «Parole, parole, parole», insomma.
Un giorno però ho sentito dire «Chicago, Illinois» e ho avuto un’illuminazione. Negli Stati Uniti, essendoci molte omonimie, si specifica sempre dopo la città lo Stato di appartenenza. In Italia non succede, a meno che uno non si ricordi la trasmissione televisiva di Gad Lerner «Milano, Italia». New York è nello stato di New York: vuoi vedere che «New York New York» non equivalga a «Milano Milano» ma proprio a qualcosa come «Milano, Italia»? «New York New York» come «Chicago, Illinois», o come in quel vecchio film di Wim Wenders, «Paris, Texas» (che parlava di una sperduta località desertica del Texas che si chiamava, appunto e assurdamente, Parigi). La mia teoria non ha fatto molti proseliti. Normalmente quando non si parla dello Stato si specifica «New York City» e nell’economia della canzone ai più sembra che la ripetizione sia da ravvicinare, almeno come funzione linguistica, all’«Italia, Italia» di Reitano.

Difficile, invece che con «New York New York» si intendesse quell’uso della ripetizione che penso sia tipico dell’italiano, e su cui Renzo Arbore fece in passato ironie. Il dialogo è questo: «Da dove vieni?» «Da Milano»: «Ma Milano Milano, o...». Molti dicono infatti «Milano» intendendo un punto che può essere anche molto lontano dalla Madonnina, dalla Cerchia dei Navigli e persino dalla tangenziale. Con «Milano Milano» si intende smascherare chi usurpa l’Origine Meneghina Controllata. In dialetto, chi lo faceva veniva chiamato «milanés ariòs», milanese arioso (= con un po’ di aria in mezzo).