Le Nozze Verdi della Basilicata

Andrea SempliciAndrea SempliciAndrea SempliciAndrea SempliciAndrea SempliciAndrea Semplici

Siamo a Castelmezzano e a Pietrapertosa, in provincia di Potenza. Qui il cerro si sposa con l’agrifoglio, il faggio con l’abete... Con il “matrimonio” tra gli alberi tagliati nel bosco e trainati fino in piazza, nei paesi si celebra il Maggio, l’antico e popolare rito pagano della fertilità. Tra musica, balli e grandi mangiate. Una festa imperdibile e indimenticabile

Lo scatto dei buoi è improvviso. Qualcuno deve aver pur dato un comando. Fatto un gesto. I miei orecchi di straniero in questo bosco delle Dolomiti di Lucania non sono riusciti a comprenderlo. Ho solo visto muoversi, come una danza rap, un magnifico corteo nuziale. Gli ualani, i mandriani, azzardano una corsa, afferrano la corda legata al giogo degli animali, tirano a strappi, lanciano grida, alzano i bastoni. I buoi, nove coppie, nove paricch’, scartano in avanti, sorprendono con la loro agilità, tendono muscoli potenti, puntano a terra gli zoccoli. Stanno trainando, con fatica e forza, lo sposo, un grande cerro alto trenta metri, un albero bellissimo, il più dritto, scelto con cura dalla gente dei boschi per la festa di S. Antonio. Questo è l’inizio dell’estate di Pietrapertosa (Pz), celebrazione di uno dei grandi Maggi della Lucania, rito arboreo di fertilità, che dall’antichità più lontana è arrivato fino a noi.
Fra i giorni della Pasqua e il mese di settembre che annuncia i venti dell’autunno, nella Lucania più profonda e solitaria, si celebrano, in euforia e faticosa eccitazione, piccole-grandi feste degli alberi. Fra le guglie di arenaria delle Dolomiti di questa regione (ad Accettura, a Pietrapertosa, a Castelmezzano, a Oliveto Lucano) avvengono autentici matrimoni degli alberi, sposalizi fra il Maggio, u’ masc, un cerro, albero maschio, e la Cima, un agrifoglio, pianta femmina. Nel massiccio del Pollino (primavera di Rotonda, Castelsaraceno, Terranova, e fine estate di Viggianello) sono invece un faggio, a’ Pitu, e un abete, la Rocca, a unirsi in un rituale che celebra il passaggio delle stagioni, il mutamento e la trasformazione della natura. In nove paesi, otto in Lucania e uno in Calabria (Alessandria del Carretto), gli alberi e gli uomini sono protagonisti di giorni grandiosi. Colmi di ebbrezza, fatica, lavoro durissimo, adrenalina, cibo e vino. È festa che vale l’intera annata. Per cinque mesi ho atteso e inseguito questi giorni nei boschi della Lucania. È stato un tempo elettrizzante e antico. 

 Il ricordo di quelle settimane accende fotogrammi di gioia nel mio cuore.
Pietrapertosa e Castelmezzano (Pz), splendidi paesi delle Dolomiti lucane, hanno curiosi primati. Le loro case sono aggrappate alle rocce della montagna. Anzi, le case stesse sono diventate roccia, hanno fatto un patto con la verticalità delle guglie, i vicoli sono diventati cenge lungo le quali arrampicarsi. Secondo Coelestis, forum di astronomia italiano, a Pietrapertosa, poco più di mille abitanti, le stelle sono ben più visibili che in qualsiasi altro luogo d’Italia. Terra per visionari e poeti, dunque. Sei anni fa, invece, la rivista Budget Travel ha inserito Castelmezzano, ottocento abitanti, fra le località più belle tra quelle «di cui non si sente mai parlare». Singolare e stravagante riconoscimento. Da qualche anno, i due paesi sono allacciati dai cavi d’acciaio del Volo dell’Angelo, strepitoso viaggio aereo fra le creste delle Dolomiti lucane.
Il taglio del Maggio di Pietrapertosa è a giugno, nel giorno di S. Antonio, il 13 del mese. Il cerro si ricava nella superba foresta di Montepiano. A Castelmezzano, invece, si aspetta la domenica prima del 13 di settembre per salire nel bosco della Paolona alla ricerca dell’albero più adatto da tagliare. E, poi, che i giorni della festa comincino.

Veglia notturna nei boschi. La gente di Pietrapertosa non abbandona lo sposo alla vigilia delle nozze. Passa la notte a fianco dell’albero abbattuto. È un addio al celibato. Si accendono fuochi, si grigliano carni, si beve vino ruvido e forte. A Castelmezzano sono i ragazzi ad attendere l’alba per andare poi in cerca della sposa, dell’agrifoglio.
Al mattino delle nozze, i massari di Pietrapertosa aggiogano i buoi al grande cerro. Dovranno esboscarlo, trainarlo fino alla mulattiera che conduce al paese. È questo il momento della fatica. Il vino aiuta. Passano salami e formaggi. Il cibo è un abbraccio di paese. La musica incoraggia e dà il ritmo. Appaiono fisarmoniche e tamburelli. Grida di uomini. Incitamento ai buoi e agli ualani. Il corteo nuziale (buoi, alberi, trattori, ragazzi, mandriani vestiti da cowboy) scorre sul crinale della montagna, fa soste di cibo alle Acque della Regina, insegue l’odore della pastorale, la carne di pecora che sta sobbollendo dall’alba.

A Castelmezzano sono i trattori che trainano l’albero-sposo fino al paese. Strada bellissima. Paesaggi di grandi campi, vallata di poderi e campagne. I ragazzi prendono la testa del corteo. Ballano tarantelle e le loro dita fremono sulla pelle dei tamburelli.
Il momento della gloria di ogni Maggio è l’ingresso in paese. È la fine della fatica. I mandriani si godono gli applausi della gente, gli abbracci delle mogli, le benedizioni del parroco. Sacro e profano si mischiano. I vicoli dei due paesi sono percorsi da processioni di santi protettori. La devozione religiosa si innesta con il rito pagano. Gli ualani di Pietrapertosa lasciano l’ultimo lavoro agli stangaioli. L’albero deve essere sollevato per risalire la breve scarpata di lato al convento di S. Francesco. Deve trovare una sorta di rampa di appoggio per essere, poi, innalzato. A Castelmezzano, invece, i ragazzi corrono per le strade del paese portando sulle spalle le fronde dell’agrifoglio.

Rito dell’innalzamento. A Castelmezzano è lavoro di una gru. È il mondo meccanico che irrompe nell’universo di un rito antico. Non è operazione facile. Sant’Antonio deve concedere il proprio consenso. Cerro e agrifoglio sono uniti uno nell’altro. L’albero diventa, per una notte, paesaggio del paese. Si illuminano le finestre delle case, il Maggio si staglia contro il profilo delle montagne.
A Pietrapertosa l’alzata dei due alberi saldati assieme è una meraviglia. Tutto avviene con la forza delle braccia. Boscaioli-equilibristi si sporgono dai cornicioni del campanile del convento. Sono sospesi nel vuoto. L’albero è imbracato, legato, allacciato a grandi funi marinare. Gli uomini sul campanile tirano tendendo i muscoli. Sforzo da titani. È una scena da Bibbia rurale. Il Maggio ondeggia, sembra scivolare, viene riafferrato, si obliqua nell’aria, si incastra in una fossa. Le corde gemono, il legno stride. Vi è un momento di silenzio. Poi, ancora, le grida dei comandi, degli incitamenti. Alla fine, con un ultimo strappo, l’albero è in piedi. Sfrontato, orgoglioso. Più alto del campanile. Rocco si getta dalla bifora del torrione, si aggrappa all’unica fune tesa fra campanile e albero, ne raggiunge la cima, scala l’agrifoglio, stacca le corde, libera il Maggio.
Il Maggio, a notte, rimane solo. Altissimo, superbo. La festa diventa passeggio per il paese, bancarelle, vino e birra, musica e danze in piazza. La mia mano si avvicina al Maggio, sfiora il tronco dell’albero. Non sono così certo che tutto questo non sia stato un sogno. 

Fotografie di: Andrea Semplici