San Pietroburgo, notti bianche

Sisse Brimberg e Cotton CoulsonSisse Brimberg e Cotton CoulsonSisse Brimberg e Cotton CoulsonSisse Brimberg e Cotton CoulsonSisse Brimberg e Cotton CoulsonSisse Brimberg e Cotton Coulson

Anche sotto la neve la metropoli rivale di Mosca nel ruolo di capitale delle Russie (e tutelata dall'Unesco come sito Patrimonio dell'umanità) mostra tutto il suo fascino imperiale e si riaffaccia con grande vitalità sulla scena mondiale, tra qualche ombra e molte luci

«Dai, balla con noi!» mi urla un giovane al di sopra del pulsare della musica. Tirandomi per il gomito mi conduce in mezzo a un gruppo di persone che si agitano: siamo al Purga 1, night club di San Pietroburgo ricavato in una cantina lungo la Fontanka, a poca distanza dalla prospettiva Nevskij. Imbarazzato, in jeans e scarponcini, finisco sulla pista tra coppie con cappelli da Babbo Natale e orecchie da coniglio in un mulinare di luci e con lampadine rosse e verdi che lampeggiano su abeti di plastica.

Ma non è Natale. Siamo all’inizio dell’estate, la stagione delle notti bianche quando il sole quasi non tramonta. È il momento in cui gli abitanti di San Pietroburgo si scrollano di dosso l’infinito crepuscolo invernale e fanno festa. E in questo locale si (ri)festeggia il capodanno ogni sera. «Desjat, devjat, vosem, sem...» urla la compagnia. So quel tanto che basta di russo per unirmi al conto alla rovescia. «Dieci, nove, otto, sette...»: quando l’orologio batte mezzanotte, nuvole di coriandoli piovono dal soffitto e saltano i tappi di champagne. «Ai nuovi amici!» urla con entusiasmo il mio ospite, Sergeij Kudrjasov, 25 anni e webdesigner mentre brinda facendo tintinnare i bicchieri con Irina Nabok, una brunetta che studia drammaturgia, con le orecchie da coniglio che le ricadono sugli occhi.

Mi hanno invitato al tavolo per condividere la loro passione per San Pietroburgo. «Un luogo mistico», attacca Sergeij. «Una città magica, come nessun’altra in Russia», aggiunge Irina con lo sguardo incantato. Lancia un sorriso a Sergeij e aggiunge: «Specialmente ora, con le notti bianche. Diventa la città dell’amore». Nadja, una cameriera poco più che ventenne, prende in nostri ordini e commenta, in buon inglese, superando il frastuono della musica: «San Pietroburgo è la città più europea di tutta la Russia». È una conversazione quasi urlata al di sopra di una lambada brasiliana, ma mi distraggo quando un volto vagamente famigliare campeggia improvvisamente sullo schermo alle spalle di Nadja. È un’immagine in bianco e nero di Leonid Breznev, leader dell’Unione Sovietica fra il 1964 e il 1982, mentre parla a una nazione che non esiste più. «È un vecchio discorso di capodanno al popolo», dice Nadja, ridendo. «Fa parte delle nostre celebrazioni notturne».

 

I giorni cupi dei soviet sono stati scacciati, oggetto di allegra presa in giro sullo schermo al plasma di un nightclub. Siamo lontani anni luce dall’ultima volta che sono stato qui. Allora, era la metà degli anni Novanta, San Pietroburgo aveva appena cominciato a scrollarsi di dosso i sette decenni della sovietica Leningrado. Ogni cosa sembrava avvolta di grigio, come se la città intera fosse stata immersa nella naftalina. Il malaffare banchettava sulla carcassa della defunta Urss; la paura aveva imposto di notte, sulla città, un coprifuoco di fatto.

Quella lontana visita mi aveva spinto a chiedermi se la Russia sarebbe mai riuscita a rimettersi in piedi oppure sarebbe rimasta, come sosteneva un filosofo russo mio amico, «Uno specchio oscuro per l’Occidente». Una dozzina d’anni di prosperità crescente hanno portato nuovo vigore a quella San Pietroburgo che fu fondata il 27 maggio 1703 per divenire la nuova capitale della Russia zarista. I restauri iniziati in vista del trecentesimo anniversario continuano tuttora, con importanti progetti in piena realizzazione. Le catene alberghiere occidentali fanno la fila per realizzare nuovi avamposti dell’opulenza a un tiro di schioppo dall’Er­mitage e le navi da crociera in arrivo da Helsinki e Stoccolma riversano turisti sui moli e in tutta la città.

Dopo un secolo tumultuoso di rivoluzione e guerra fredda, San Pietroburgo è tornata sulla scena mondiale? La città, una volta famosa in tutta Europa per i suoi palazzi e le opere d’arte, è pronta di nuovo per le luci della ribalta? Se il senso di sicurezza è un buon indicatore, i segnali sono positivi: sono già passate le tre del mattino quando esco, e le strade sono ancora animatissime. Le parole di Nadja mi tornano alla mente la mattina successiva, mentre attraverso la Neva sul ponte della Trinità e ammiro lo scenario: palazzi barocchi e rococò, in azzurro e verde pastello, orlano la sponda all’infinito, con la cupola d’oro della cattedrale di S. Isacco che s’innalza alle loro spalle in tutta la sua splendente magnificenza.

Tagliata dalla Neva e intersecata da dozzine di piccoli fiumi e canali in cui si specchiano lunghe sequenze di gemme architettoniche, San Pietroburgo ha davvero l’aspetto e l’atmosfera di una città incantata. Sono stati il suo accesso al mar Baltico e, alcuni dicono, la quasi soprannaturale qualità delle sue notti bianche che avrebbero spinto lo zar Pietro il Grande a scegliere questo luogo in mezzo alle paludi.

Nel corso dei due secoli che sono seguiti la sede del potere si è spostata da San Pietroburgo a Mosca, e di nuovo a San Pietroburgo, con il passaggio della monarchia da una generazione alla successiva. E nel frattempo una lunga serie di architetti e maestri artigiani, per lo più in arrivo dall’Italia e dalla Francia, trasformava questo posto sperduto in un mix unico di Russia ed Europa occidentale, una metropoli imperiale fatta di palazzi, viali, piazze e canali di una tale grandeur che anche oggi chi vi abita sostiene abbia una vita e un’anima tutta particolare.

Una convinzione che è il punto di partenza del movimento «La città che vive». Si tratta di intellettuali e semplici residenti, messi in allarme per le conseguenze degli ingenti investimenti immobiliari, soprattutto in nuovi alberghi e centri commerciali, nel cuore di una città come San Pietroburgo, inserita dall’Unesco nell’elenco dei siti Patrimonio dell’umanità. Pëtr Zabirokhin, tra i coordinatori di «La città che vive» mi dice «Demolizioni e costruzioni sono la doppia minaccia che ci troviamo a fronteggiare. Quello che distingue San Pietroburgo è la sua unitarietà. Se un nuovo edificio non vi si adegua, ne danneggia l’anima». Vuole mostrarmi un’area che il suo gruppo sta lottando per salvare dalla demolizione.

 

 

Attraversiamo la Fontanka, con i battelli turistici che sfrecciano come siluri sotto il ponte. Zabirokhin si ferma davanti a un modesto edificio di mattoni incuneato in un blocco di palazzi affacciati sull’acqua. Ben poco adatto a scatenare passioni. «È un esempio fondamentale dell’avanguardia costruttivista degli anni Venti», sottolinea, consapevole del mio scetticismo. Una targa ricorda come abbia ospitato la centrale elettrica che ha mosso i tram cittadini durante l’assedio nazista «dei 900 giorni» nella seconda guerra mondiale. Ora gli speculatori vogliono raderlo al suolo per costruirci un albergo.

«Oggi il pericolo per San Pietroburgo», lamenta Zabirokhin, «può essere paragonato proprio a quello corso tra l’8 settembre 1941 e il 27 gennaio 1944. Negli ultimi otto anni, lungo la prospettiva Nevskij sono stati demoliti più edifici di quanti ne avessero distrutti le truppe di Hitler». Oggi dovunque, nell’aria, sembra di sentire il profumo della freschezza. Anche quando meno te l’aspetti, come nei giardini perfettamente curati del palazzo di Caterina, nel sobborgo di San Pietroburgo noto come Karskoe Selo. Ci sono venuto attirato dalla prospettiva di una sfilata di moda dei principali stilisti locali. «Sono la vivacità e l’atmosfera imperiale a ispirarmi», mi dice uno di loro, il trentottenne Stas Lopatkin durante un intervallo. «È la trasparenza dell’aria e dell’acqua che», mi dice, mentre fa una pausa per cercare le parole. «I colori, la luce...»

Nella mia ultima notte in città due amici mi invitano a unirmi a loro per una crociera sulla Neva. Il sole si è appena tuffato dietro all’orizzonte, spandendo un raggio di luce rossa. Il nostro battello risale la corrente, oltre l’Ermitage. Da qualche parte, lontano, una fisarmonica intona una ballata russa. I camerieri passano con vassoi colmi di secchielli di ghiaccio e bottiglie di vodka. Altri battelli ci sfiorano nella semioscurità, mentre nel vento si levano il suono di un sassofono e un tintinnare di bicchieri. Poi, mentre ci avviciniamo al ponte del Palazzo, le due braccia illuminate del ponte levatoio si alzano lentamente, come per invitarci a varcare i cancelli di un regno di fiaba. Ma io so, da tempo, che ci sono già. (traduzione di Elena Del Savio)

 

Fotografie di: Sisse Brimberg e Cotton Coulson