Shanghai, intorno al futuro

Marco Gazza e Monica VinellaMarco Gazza e Monica VinellaMarco Gazza e Monica VinellaMarco Gazza e Monica VinellaMarco Gazza e Monica VinellaMarco Gazza e Monica VinellaMarco Gazza e Monica VinellaMarco Gazza e Monica VinellaMarco Gazza e Monica VinellaMarco Gazza e Monica VinellaMarco Gazza e Monica VinellaMarco Gazza e Monica VinellaMarco Gazza e Monica Vinella

Sulla riva destra del fiume l’avveniristico quartiere di Pudong, simbolo di un’economia al galoppo. Sulla sinistra, la città storica, con i palazzi e i locali art déco che incantarono Chaplin e la Dietrich. Nella gigantesca capitale finanziaria della Cina (ha il doppio di abitanti della Lombardia) scopriamo le novità da fantascienza e gli angoli segreti che conservano le tracce di un affascinante passato.

In piedi sul bancone del bar, la ragazza dagli occhi a mandorla rotea la testa a ritmo di musica, ancheggiando attorno al palo. I suoi lunghi capelli neri svolazzano nel cielo come la bandiera rossa della Repubblica Popolare, che dalla terrazza del Bar Rouge domina le mille luci di Shanghai, lo skyline da fumetto di Pudong e l’euforica frenesia delle notti nella Parigi d’Oriente. Attorno una folla di occidentali – per lo più uomini d’affari, ben vestiti e sorridenti – che ogni sera nei locali alla moda come questo si godono la Dolce Vita sul Bund, il lungofiume cuore di una città che oggi più di ogni altra incarna il sogno cinese. Basti pensare che Shanghai – con il maggior numero di telefoni cellulari e di chilometri di autostrada del Paese – negli ultimi 15 anni ha raddoppiato la popolazione, superando i 23 milioni di abitanti (il doppio dell’intera Lombardia). La capitale finanziaria di un’economia al galoppo che, secondo le previsioni, sorpassati gli Usa entro il 2030, è destinata a diventare la prima del mondo.

Uno sfolgorante presente che stordisce a prima vista i turisti appena sbarcati dal treno a levitazione magnetica: 30 km in appena 8 minuti (e 6 euro) che ti catapultano dal più grande aeroporto della Cina al panorama spaziale del distretto finanziario a statuto speciale di Pudong. Ci si aspetta solo di veder apparire Godzilla, il lucertolone gigante dei film di fantascienza, tra le maxisfere rotanti e i variopinti giochi di luce dell’Oriental Pearl Tower. Accanto ci sono gli 88 piani e i 421 metri del Jin Mao e i 101 piani per 492 metri dello Shanghai World Financial Center. La quarta costruzione più alta della Terra, che sembra un enorme apribottiglie, sarà presto scalzata dai 632 metri per 128 piani della Shanghai Tower, attualmente in costruzione.

 

Paragonata alla New York degli anni ottanta, Shanghai sicuramente è in vantaggio per numero e altezza di grattacieli, illuminati in stile disneyano ma soltanto fino alle 23 per risparmiare energia. E questo non è l’unico provvedimento per arginare l’inquinamento, in una metropoli con sempre più auto e sempre meno biciclette, dove il riscaldamento a carbone è vietato anche nei rigidi mesi invernali e dove sono state chiuse centinaia di aziende considerate antiecologiche.
Per tornare con i piedi per terra e rifugiarci nel suo affascinante passato, dobbiamo passare sulla riva sinistra, costeggiare gli splendidi edifici art déco lungo il Bund, percorrere Nanjing Road, l’arteria commerciale più antica della Cina, fiancheggiare la sede del Museo di Shanghai (la più grande collezione d’arte antica dell’Impero del Dragone in patria) e attraversare i giardini di piazza del Popolo. Nonostante il traffico caotico Shanghai è una città dove è bello passeggiare, e con numerose aree pedonali. Raggiunte finalmente le stradine, fiancheggiate da platani ed edifici di mattoni rossi, dell’ex Concessione francese, ci si ritrova improvvisamente immersi nella romantica atmosfera di inizio Novecento, quando Charlie Chaplin e Marlene Dietrich qui erano di casa. Alloggiavano al Peace Hotel, uno degli alberghi più sontuosi dei tempi, sorseggiando un cocktail – probabilmente un Singapore Sling – e ascoltando musica jazz fino alle prime luci dell’alba. Era l’epoca d’oro di Shanghai, quella dei gangster, delle fumerie d’oppio e delle fortune milionarie, costruite rapidamente e dilapidate in una notte. I fasti che le valsero gli epiteti più disparati – da «perla d’Oriente» a «prostituta d’Asia» – sono cominciati, però, due secoli or sono, quando fu scelta come base dalla Compagnia delle Indie, trasformandosi velocemente da borgo di pescatori a snodo commerciale chiave.
Dopo il 1842, quando con la vittoria della Guerra dell’oppio la Gran Bretagna ottenne un avamposto nel territorio fuori dalla giurisdizione cinese, l’ammiraglio Balfour stabilì il primo disegno della città coloniale. E fra la Concessione britannica e la Shanghai cinese si insediarono la Concessione francese e quella Internazionale. Francesi, americani, inglesi, olandesi, italiani e russi convivevano, si autogovernavano attraverso un sistema di polizia e un ordinamento giuridico autonomi. Ma soprattutto facevano ottimi affari.

La storia si ripete ai giorni nostri, sotto l’occhio sempre vigile di Pechino, con un po’ meno libertà e con Twitter e Facebook oscurati. In quello che è diventato il secondo porto del mondo, oggi i negozi super lusso e le eleganti gallerie d’arte hanno preso il posto delle fumerie d’oppio e le filiali delle più importanti aziende internazionali hanno sostituito la Compagnia delle Indie. Sono tanti gli occidentali, e fra loro gli italiani, che lavorano o viaggiano per affari a Shanghai. E tutti sembrano passarsela alla grande.
Per una boccata d’ottimismo (e consumismo), una pausa d’ispirazione dalla deprimente atmosfera di recessione del Vecchio Continente, si può fare un giro da queste parti. Si scopre così che molto lusso made in Italy ha creato succursali anche qui. Come la storica pasticceria milanese Cova, che da via Montenapoleone l’anno scorso è sbarcata a Shanghai, aprendo contemporaneamente fra i grattacieli di Pudong e nella piacevole zona pedonale di Xintiandi. E se il cavallino rampante della Ferrari ha appena inaugurato la prima esposizione permanente lontano da Maranello, al primo piano dello Shanghai Italian Center (l’ex padiglione italiano dell’Expo 2010), non è raro veder sfrecciare uno dei venti esemplari prodotti esclusivamente per il mercato cinese di Ferrari 458, in un brillante color rosa confetto. C’è un pezzetto d’Italia anche sul fronte dell’ospitalità a cinque stelle, con il quarto Hotel Bulgari – dopo le aperture di Milano, Bali e Londra – che vedrà la luce nel 2015 lungo il fiume nella zona di Suhe Creek, nota come Gold Strand per la ricchezza della sua scena artistica.
 

Per ricordare che siamo ancora nell’impero del dragone ci mischiamo alla massa di cinesi che nei finesettimana passeggiano nel Fuxing Park con la gabbia dell’uccellino sottobraccio o gironzolano con la famiglia nelle strade attorno al City God Temple, all’estremità nordorientale della città vecchia. Un po’ caricaturali, ma divertenti, sono l’ideale per un pomeriggio da trascorrere fra pagode, shopping kitsch, teatrini di strada, insoliti massaggi energetici a bastonate, cerimonie del tè e stuzzicante cucina locale.
La specialità di Shanghai sono gli xiaolongbao (Xlbs in slang locale), ravioli al vapore ripieni di carne di maiale e brodo (ma ci sono versioni al foie gras e al granchio). In un cestino di bambù ci sono otto ravioli e per gustarli bisogna saper aspettare per non rischiare l’ustione. Un buchino nella pasta sottile per far fuoriuscire il vapore bollente, prima di immergerli con le bacchette nella salsa di aceto e zenzero. Si mangiano con il cucchiaio, per non sprecare nemmeno una goccia del delizioso brodo del ripieno. Fra i ristoranti più rinomati dove gustarli c’è lo storico, ma un po’ turistico, Nanxiang Bun Restaurant (85 Yuyuan Lu) vicino ai giardini Yuyuan, dove merita una sosta anche la magnifica casa del tè – la Mid Lake Pavilion Teahouse – in mezzo al laghetto e raggiungibile mediante ponti a zig zag, per disorientare gli spiriti maligni. A Xintiandi (123 Xing Ye Road) da provare anche Din Tai Fung, la catena internazionale originaria di Taiwan. Per un’esperienza più autentica, altrimenti, basta avventurarsi nei vicoli laterali di Jing’an e provare a ordinare a gesti in uno dei tanti chioschi improvvisati nel retro delle case. Cominciate con un «ni hao» («ciao») e un sorriso. Funziona quasi sempre, anche qui nel futuro.

Fotografie di: Marco Gazza e Monica Vinella