In Nepal, verso l'Everest

Filippo MutaniFilippo MutaniFilippo MutaniFilippo MutaniFilippo MutaniFilippo MutaniFilippo MutaniFilippo MutaniFilippo MutaniFilippo MutaniFilippo MutaniFilippo MutaniFilippo MutaniFilippo MutaniFilippo MutaniFilippo MutaniFilippo MutaniFilippo MutaniFilippo MutaniFilippo Mutani

Giorni di cammino per raggiungere le vette più elevate del pianeta. Siamo saliti fino ai piedi dell’Everest per raccontarvi come sta cambiando l’Himalaya e i rischi che corre la cultura sherpa a contatto con il turismo di massa. Ma anche i progetti virtuosi in atto per salvarla

C’è una sola cosa che unisce uomini e animali intorno a noi, ed è il fatto che tutti stiamo camminando. Un passo dopo d’altro, andiamo. Saliamo insieme verso l’alto. Per giorni, continuiamo a salire. Tutto il resto ci separa. Il motivo per cui camminiamo, prima di tutto. Piacere, Necessità, Avventura, Passione, Lavoro. Poi, quello che abbiamo sulle spalle: uno zaino, le travi per la nuova casa, una cassa di birre o i cuscini per un divano del lodge. Ancora, gli occhi con cui ci guardiamo attorno: puoi leggerci la sfida, la fatica, la routine, la paura di non farcela dei più anziani, l’allegria spregiudicata della gioventù. Siamo italiani, nepalesi, americani, tedeschi, australiani, coreani. E saliamo.

D’altronde, nella valle del Khumbu non esiste altro modo per raggiungere villaggi, vette, laghi, monasteri. Le strade non sono certo carrozzabili, l’aereo – per chi se lo può permettere – arriva fino a Lukla, una manciata di case e una pista aggrappata alla montagna dove l’atterraggio è quasi da barzelletta. Poi si cammina. Per giorni, settimane anche. Sempre più in alto. Perché, in un modo o nell’altro, tutti siamo qui per lui o grazie a lui, lui che è la star, l’argomento di ogni conversazione, l’obiettivo, il solo motivo di vita, il sogno, il mito. Chomolungma per gli sherpa tibetani, Sagarmatha per i nepalesi, Everest per tutti gli altri. Semplicemente, la Terra nella sua massima espressione, alla sua massima potenza. Il punto sopra cui c’è solo cielo. E quando, a un certo punto del sentiero, quasi per ripagare della fatica e del fiato da alta quota, si fa vedere per la prima volta, è come un’epifania. Oltre alle cortine di pini, i crinali delle valli, la cresta del Nuptse che lo guarda dal basso dei suoi settemilaottocento metri, il Lhotse fedele scudiero a fianco, eccolo, là in fondo, la sua piramide nera, quell’8848 che tutti i bambini del mondo sanno a memoria. I ragazzi canadesi con le bandiere che spuntano dallo zaino fanno la foto da postare su Facebook, le file di coreani si tolgono per la prima volta il berretto da neve (noi grondiamo di sudore), la signora settantenne che abbiamo appena superato dà l’impressione di aver coronato il sogno di tutta una vita. Gli yak e i muli, loro, continuano imperterriti. I ragazzini sherpa non si tolgono neppure l’iPod dalle orecchie, sarà la millesima volta che lo vedono. Eppure, a noi viene da inchinarci. L’Himalaya, l’Everest sono là davanti!

 

 

 

 

 

Sono trentamila le persone entrate nel parco nazionale sagarmatha nel 2011. Diecimila solo in ottobre, il periodo più adatto per il trekking. Un anno dopo, la situazione non è certo diversa, almeno a giudicare dalla folla con cui condividiamo il sentiero. Namche Bazar, la tappa del secondo giorno di marcia, è una Cortina o una Cervinia dove si vendono giacche a vento, saponi, campane tibetane, ginocchiere, l’onnipresente Aria sottile di Krakauer, pile in microfibra, calendari che propongono ogni mese una vetta diversa. I turisti si disperdono tra wi-fi, happy hour e maxischermi che mostrano a getto continuo le mille storie del tetto del mondo. Tutto a due giorni di marcia da Lukla ­– due giorni, continuiamo a ripetercelo, tutto arriva qui in due giorni. E soltanto sulle spalle. Eccola, l’altra faccia del mito, il contrappasso, il contraltare. L’eterno dilemma del turismo buono e del turismo cattivo. Se l’Everest fosse alto trecento metri in meno, qui non ci sarebbero centinaia di casette pietra grigia e persiane colorate, giardini con il prato rasato e dalie che strabordano dai vasi. Lodge chiamati Paradise, Yeti o Nirvana che paiono essere copiati da una cartolina svizzera ­– anche se poi il lavandino è una canna nel cortile. 

Ang Tsheri ci viene incontro con una giacca north face e dei pantaloni Salewa, ed è la sintesi perfetta di quanto tutto può rapidamente cambiare, nel bene e nel male, in una sperduta valle nepalese. Perché nella bella casa di legno di questo signore sherpa troneggia un poster di San Vigilio di Marebbe accanto alle pentole di rame degli avi, e tutto appare quanto meno surreale (il poster gliel’hanno portato degli amici, dice). E perché ci spiega come il programma di microfinanziamenti dell’Unione europea nelle zone interne e adiacenti al parco nazionale abbia permesso a Mushy, il suo villaggio, di far realizzare due ponti in metallo. Sissignore: metallo. Basta con quel legno che veniva spazzato via dalle piene. Finalmente abbiamo due ponti per far passare bestie e persone anche durante le piogge estive. Il concetto è fin troppo banale: se non ci fossero stati i turisti, non ci sarebbero stati neppure gli aiuti. E senza aiuti, niente ponti. 

 

Non si contano, le ong di tutto il mondo che operano da queste parti. A volte sembrano fin troppe. Ovunque ci sono cartelli che sponsorizzano progetti: non si può certo dire che gli sherpa della valle del Khumbu siano abbandonati a se stessi. Ang Tsheri ha partecipato a un progetto del Cesvi, ong di Bergamo con una lunga esperienza di cooperazione mondiale. L’idea è semplice: il Cesvi ha chiesto alle comunità locali che cosa avessero bisogno, poi l’Unione europea ha finanziato le idee migliori. A Mushy hanno proposto ponti, a Ghat un sistema di pompe antincendio. Poi c’è il problema della deforestazione: i turisti vogliono stare al caldo, quindi negli anni gli alberi sono finiti tutti nelle stufe. A Ghat, Dawa T Sherpa, coordinatore della comunità, ci dice che vogliono mettere fine alla tradizione del taglio di un pino per festeggiare l’anno nuovo comprando dei tronchi artificiali, altrimenti nella foresta non rimarrà più nulla. A Namche Bazar, andiamo a vedere una nursery di abeti. E sopra la cittadina, Paudel Balaram ci fa da cicerone in un’area dismessa che la gente ha deciso di far rivivere, grazie ai fondi Ue. Donne e giovani hanno proposto di recuperare la cava dipingendo le pietre con i mantra buddhisti e ripiantando gli alberi là dove erano stati tagliati. Anche a 3400 metri di quota, c’è bisogno di recupero ambientale. Sono tenere, queste piantine che fanno capolino tra la sabbia, mentre le nuvole avvolgono le vette e i dirupi e i lodge di Namche scompaiono nella nebbia. Danno speranza.

 

 

 

L’impressione è proprio quella che ci sia speranza, per le valli attorno all’Everest. Certo, i soggetti coinvolti sono tanti, le comunità litigano con il parco nazionale, le pressioni non mancano e non è sempre possibile conciliare aspirazioni di benessere a conservazione dell’ambiente. Però i segnali positivi ci sono, vuoi per la presa di coscienza delle comunità locali, vuoi per l’impegno extranepalese. Tutto passerà dall’educazione, come sempre. A Namche incontriamo Nyima Tsering Sherpa, che è nato qui, ha studiato nella capitale e poi è ritornato con un grappolo di nuove idee. Una cooperativa, per abbassare i prezzi; stufe a cherosene anche per i più poveri, in modo tale da non utilizzare legna; progetti per impiantare una fabbrica di patatine e una di formaggi, in modo da vendere ai turisti qualcosa di locale, come in Italia (parole sue). Non abbiamo bisogno di meno turisti, ci dice, altrimenti moriamo. La stagione è troppo corta. Ma non vogliamo scappare. 

Vorremmo andare avanti, verso il campo base, i laghi di gokyo, tutti quei luoghi che vediamo nelle cartoline e che invece dobbiamo immaginare soltanto. È contagiosa, l’atmosfera, anche se non hai mai mosso le gambe in vita tua adesso non vedresti l’ora di salire. Ma non c’è tempo, bisogna ripartire. Scendiamo. Con la nostra guida sherpa, parliamo di burro di yak, di gente scomparsa sotto le valanghe, di yeti veri e presunti, di sanguisughe d’estate e di geloni d’inverno, di aerei che si schiantano, di leopardi delle nevi, di gerle sulle spalle, di orti e giardini, di bambini che ti aspettano sul sentiero per darti il cinque, di alpinisti arroganti, di portatori che hanno fatto fortuna. Il mito dell’Everest continua. Parliamo e camminiamo, un piede dietro l’altro.
Fotografie di: Filippo Mutani