Dolce vita in Costa Azzurra

Emanuele CremaschiEmanuele CremaschiEmanuele CremaschiEmanuele CremaschiEmanuele CremaschiEmanuele CremaschiEmanuele CremaschiEmanuele CremaschiEmanuele CremaschiEmanuele CremaschiEmanuele CremaschiEmanuele CremaschiEmanuele CremaschiEmanuele CremaschiEmanuele CremaschiEmanuele CremaschiEmanuele CremaschiEmanuele Cremaschi

Un itinerario nel Sud della Francia sulle orme di Jean Cocteau, l'istrionico intellettuale che dalla seconda metà degli anni Venti agli anni Sessanta ha animato la vita culturale e mondana della Costa Azzurra in compagnia di Picasso e Chagall, Coco Chanel e Modigliani.

Alle volte bisogna abbandonare i luoghi comuni. Prendiamo la Costa Azzurra: per tutti è la patria ricercata del jet set internazionale, casa ospitale dei super ricchi in cerca di lussuosa discrezione, oltre che un’ottima meta per le più agguerrite amanti dello shopping. Eppure la Costa Azzurra è anche un buon rifugio per intellettuali, o almeno lo è stata per un lungo, denso periodo che va dalla seconda metà degli anni Venti fino ai primi anni Sessanta. Per scoprire la faccia colta della parte più mondana del Mediterraneo si possono seguire le tracce di Jean Cocteau, il principe frivolo, vero animatore della vita artistica e intellettuale della Costa Azzurra. Autore, alla fine degli anni Venti, di un romanzo di successo, I ragazzi terribili, ma anche poeta e drammaturgo, disegnatore e regista, sia per il cinema sia per il teatro. Durante la sua esistenza irregolare Cocteau si è legato profondamente a questa parte della Francia, lasciando ovunque tracce del suo passaggio. Segnali che aiutano a ricostruire non solo la sua vita, ma la storia di un intero ambiente culturale che qui trovò ispirazione e ristoro, divertimento e rifugio. Nato nel 1889 a Maisons-Laffitte, vicino a Parigi, Cocteau ben presto elegge la Costa Azzurra come seconda casa. Oppiomane inveterato, bohémien convinto, artista poliforme e sregolato, vedeva nell’arte un universo regolato, l’unico in cui trovare riposo e soddisfazione. Ed evidentemente queste terre riuscivano a metterlo nello stato d’animo giusto per scrivere o dipingere. Cercare le sue tracce tra Cap Ferrat, Mentone e Villefranche significa vedere la Costa Azzurra con occhi diversi. Strada facendo s’incontrano anche Erik Satie e Roland Garros, Apollinaire e Picasso, Modigliani e Coco Chanel. Un folto gruppo d’intellettuali, artisti, personaggi della moda e dello spettacolo che passavano le loro giornate dipingendo e girando film, dibattendo e sviluppando nuove idee. Senza dimenticare, mai, di godersi la vita

Le prime e più importanti tracce del passaggio di Jean Cocteau in questa parte della Francia le troviamo a Villefranche-sur-Mer. L’artista cominciò a frequentare questo villaggio di pescatori nel 1926, tre anni dopo la morte, per tifo, del ventenne Raymond Radiguet, scrittore e poeta, suo amico e compagno. Fu allora che Cocteau si fermò per la prima volta all’hotel Welcome. Era il 31 dicembre e vi restò per un anno intero. D’allora vi tornò spesso, cercando rifugio e ispirazione. Ancora oggi l’hotel Welcome è un piccolo e curato albergo affacciato sul porto. Gérard Galbois, la cui famiglia ne è proprietaria dal 1943, racconta di Cocteau come se ancora fosse lì. «Ricordo mio padre che parlava con lui, ne era affascinato. Si esprimeva in un francese perfetto. Ha anche lasciato qui dei disegni», dice indicando le pareti di un salottino all’ingresso su cui sono incorniciati. _«Li diede a papà dicendo: “questi disegni sono per l’hotel dove ho passato i momenti migliori della mia vita”. Negli anni Venti infatti aveva due camere a suo nome, qui al Welcome: una ufficiale, dove riceveva gli ospiti, e l’altra personale, in cui assumeva l’oppio». Se Cocteau si trovava a Villefranche, allora era facile incontrare anche Picasso e Chagall, Matisse e tutti gli altri personaggi del bel mondo. «Quando era qui, intorno a lui si raccoglieva un grande giro di intellettuali. Ma non mancavano i curiosi, visto che era già conosciuto» continua Gérard.
Girando a sinistra subito fuori dal Welcome, camminando lungo il porto ecco La Mère Germaine, il ristorante in cui si sfamavano artisti e intellettuali dell’epoca. «La Mère Germaine era mia nonna» racconta Thierry Blouin, che ora gestisce il ristorante, «aveva aperto negli anni ’40 perché qui c’erano molti americani. E lei, che veniva dalla Normandia, dopo lo sbarco si era innamorata di uno di loro e l’aveva sposato, seguendolo fin qui» spiega. Ora La Mère Germaine è un ristorante molto famigliare ma rinomato, frequentato dalla gente comune, che di quegli artisti cerca di respirare l’aria.

Ed è anche grazie al tocco di Cocteau, che oggi questi luoghi hanno un ulteriore, particolare, fascino. Basta andare sulla destra dell’hotel Welcome e carcare la chapelle St.-Pierre, che si affaccia direttamente sul porto. Nel 1956 Cocteau decise di decorarla completamente, esterni e interni. «E quando lui e i suoi collaboratori finivano di lavorare, La Mère offriva il pasto a tutti» racconta Thierry. Così, anche grazie all’aiuto della locandiera Germaine, il risultato è un piccolo capolavoro. Il segno stilizzato e colorato di Cocteau si vede fin dalla facciata: rossa, gialla e bianca, con forme geometriche che armoniosamente includono onde, punte e spigoli. All’interno i muri sono ricoperti di graffiti. Per decorarla Cocteau investì un intero anno. La volontà di restaurarla non fu solo sua: tutto il villaggio collaborò e lui negli affreschi inserì i volti degli abitanti. Cocteau amava Villefranche e, nonostante alcuni lo ritenessero un personaggio troppo strano per la vita di un piccolo borgo, era ricambiato. Al punto che alla sua morte il paese gli dedicò il busto che ancora oggi lo ritrae davanti all’hotel Welcome, vicino alla cappella sul porto. «A Cocteau piacerebbe molto Villefranche com’è ora: non è affatto cambiata dai suoi tempi» dice Sandra, guida turistica. «Certo, oggi è molto più conosciuta e vengono tanti turisti, eppure ci sono ancora famiglie di pescatori e si può respirare quel clima di pace che affascinava gli artisti» racconta. Mentre Cocteau dipingeva la chapelle non dormiva al vicino hotel Welcome, ma nella poco più distante Villa Santo Sospir, a Saint-Jean-Cap-Ferrat. La villa appartiene ancora alla famiglia Weisweiller ed è visitabile su appuntamento. Cocteau vi soggiornò, a fasi alterne, per 11 anni a partire dal 1950. Merito dell’amicizia che aveva stretto con Francine Weisweiller. Per ringraziare la famiglia dell’ospitalità, nel tempo decorò numerose parti della villa: affreschi realizzati di getto, senza un disegno preparatorio. Nel salotto, sulle scale e nelle camere, Cocteau ha lasciato uno spettacolo che vale la sosta.

Per capire fino a che punto Cocteau e la Costa Azzurra fossero intimamente legati basta fare un giro al Musée Jean Cocteau, inaugurato nel novembre 2011 davanti al mercato di Mentone. Il Museo racchiude tutta la collezione di Séverin Wunderman, il mecenate belga che ha donato a Mentone oltre 1.800 opere tra cui 990 creazioni di Cocteau. La sua strana forma architettonica riprende i capelli di un volto ritratto nell’Orphée, un quadro presente anche nel museo. Nonostante la bizzarria estetica, è un museo ben organizzato, con un percorso cronologico che segue tutta la vita creativa di Cocteau, accompagnandolo con lavori di artisti a lui contemporanei o di altri che per lui hanno avuto significato e rilevanza. Si procede dall’infanzia dell’artista, quando andava a teatro con i genitori, fino al ritratto che gli fece Amedeo Modigliani; ci sono copie del giornale Le Mot, su cui Cocteau disegnava, durante la guerra, e salette per vedere i suoi film. A pochi metri dal nuovo Musée Cocteau rimane ancora aperto il Museo Cocteau Bastion. Aperto nel 1957 ospita parte delle sue opere, quelle non ancora trasferite nella nuova struttura. C’è un ultimo luogo, a Mentone, dove trovare l’anima di Cocteau: è la Sala dei matrimoni, nel Municipio. Ci vollero due anni per decorare tutte le pareti e per disegnare l’arredamento interno. Negli affreschi si trova riassunta tutta la sua poetica: l’amore per il bello. L’amore per la Costa Azzurra.

Fotografie di: Emanuele Cremaschi