Lapponia, inverno da fiaba

Francesco TomasinelliFrancesco TomasinelliFrancesco TomasinelliFrancesco TomasinelliFrancesco TomasinelliFrancesco TomasinelliFrancesco TomasinelliFrancesco TomasinelliFrancesco Tomasinelli

Laghi ghiacciati, foreste innevate, notti stellate e aurore boreali: la Lapponia svedese si presenta al suo meglio, nella stagione fredda. Un territorio ancora selvaggio, dove vivere avventure sportive insieme a personaggi che sembrano usciti da un libro di favole

A pensarci bene, sembra quasi che siano usciti da un libro di fiabe. Sarà anche perché il nostro immaginario associa ai popoli del Nord renne e tormente di neve, babbi natale e aurore boreali, ma uomini e donne di Lapponia potrebbero essere i protagonisti di quelle fantastiche storie che si leggono in una notte d’inverno, attorno al fuoco. Storie magari riadattate in chiave moderna: elfi e incantesimi sono sostituiti da motoslitte e tute termiche, ma la magia rimane la stessa.

Prendete Thorbjörn Holmlund. Un’infanzia tormentata, gli studi mai finiti, un periodo dietro le sbarre per aver bruciato la scuola. Le fughe solitarie nei boschi dietro casa, una moglie che lo salva dal disastro, un’impresa edile buttata al vento per il sogno di vivere nella foresta e con la foresta. Elementi che già potrebbero creare una favola, ma non basta: perché questo signore di mezza età con la camicia a quadri, che ci sta cucinando carne di alce sulla brace, è uno di quei personaggi che le fiabe le crea (e le racconta) ogni giorno. Vicino alla natia Svansele, qualche casa persa tra alberi e laghi, ha costruito il suo sogno: un museo che raccoglie tutti gli animali della foresta, una manciata di capanni isolati che accolgono i turisti desiderosi di fare un’immersione totale nella wilderness nordica, una serie di piste per motoslitte che portano a cercare lui, il signore dei boschi lapponi, l’alce. L’animale totem, per Thorbjörn, che dell’älg (il suo nome in svedese) conosce vita, morte e miracoli, potrebbe parlartene per ore, tira fuori decine di aneddoti, ti racconta di quella volta che ha visto una femmina con le corna, una bizzarria zoologica, e di quella in cui il maschio continuava a vivere anche se era stato colpito al cuore – ed è strano, sei qui per l’alce, l’hai cercato per ore, finalmente l’hai avvistato, mentre correva regale nella neve e faceva capolino tra le betulle, e ora lo stai mangiando e sei seduto sulla sua pelle. A un certo punto, gli occhi di Thörbjorn diventano fiammelle, la voce più lieve. E inizia a raccontare, con l’emozione propria dei geni o forse dei folli, il suo grande progetto: la costruzione di un enorme alce, in cima a una collina vicina. Sarà di legno, nei progetti di Thorbjörn. Alto 47 metri. Con vari piani all’interno, ristoranti, musei, centri congressi. Lo sponsorizzeranno le tre grandi industrie dell’area, l’idroelettrica, la mineraria, quella del legname. Tutti lo verranno a vedere, diventerà famoso ovunque. Sarà la più grande attrazione della Lapponia svedese, anzi, di tutta la Scandinavia. Consacrerà la bellezza dell’alce, sarà l’apoteosi dell’animale più bello del mondo. Fuori dal capanno le fiaccole rischiarano la neve, le stelle illuminano le cime dei pini silvestri, iniziamo la notte con un bagno in una vasca d’acqua bollente, sotto lampi d’aurora boreale – a favola si aggiunge favola.

L’Arjeplog Times racconta altre storie. Storie più moderne ma non meno surreali, tanto che alcune potrebbero benissimo diventare fiabe. Storie di un paesino perso tra un rosario di laghi che è diventato la mecca per i car tester di mezzo mondo, ovvero per coloro che devono provare le macchine su ghiaccio e a molti gradi sotto zero, valutando la resistenza di freni, gomme, motori e quant’altro. Da quando la Bosch, trent’anni fa, venne qui per sviluppare il sistema Abs, tra le case di Arjeplog ogni inverno appaiono facce tedesche, coreane, italiane, americane: tanto c’è un lago ghiacciato per tutti. E per tutti c’è anche l’esperienza del personale svedese, che garantisce qualità come da nessun’altra parte al mondo. Così, sull’Arjeplog Times – giornaletto fatto in casa da una coppia di locali – si leggono incredibili storie di paparazzi che si aggirano tra i boschi cercando di carpire i segreti dei nuovi modelli; discussioni sui metodi migliori per creare il giusto spessore di ghiaccio nei laghi (che ingenuità, pensare fosse tutto naturale...); interviste a tecnici coreani che spiegano come accogliere i loro compatrioti “impauriti” dallo shock culturale. Ci sono pure foto di camuffatissime auto parcheggiate in doppia fila che bloccano le vie del paese e racconti di alci (ancora loro) che caricano l’ultimo modello di Lamborghini. Andiamo in visita al lussuosissimo chalet della Amg, stile lodge africano in salsa nordica, che domina laghi e colline dall’alto, sensazione di spazio infinito. All’interno, simulatori di guida pronti all’uso e, appesi alle pareti, programmi di gare per i best buyers in viaggio premio. Inutile dire che a gennaio e a febbraio i nove alberghi sono tutti pieni, la gente affitta le case e si trasferisce dai parenti. E pensare che siamo in Lapponia, densità di due abitanti per chilometro quadrato.

Anche le renne fanno tanto fiaba, colpa di Santa Claus naturalmente. Però qui non siamo a Rovaniemi, qui le renne sono quelle dei sami, il popolo autoctono lappone che di renne ha sempre vissuto e vive tuttora. Ad Arjeplog l’eccellente Silver Museum parla anche della loro storia e dei loro costumi, ma è l’incontro con Lotta Svensson che ci apre gli occhi. Oggi che i sami vivono in case come tutte le altre, Lotta e la sua famiglia hanno ricostruito un villaggio di un tempo, non lontano da Arjeplog, basandosi sui racconti dei loro padri e nonni. E in una tipica tenda fatta come un tepee, il foro per l’uscita del fumo in alto, attorno al fuoco raccontano ai turisti chi sono, cosa fanno, come vivono. Il che si traduce nel parlare per ore di renne e di renne, e poi ancora di renne: della loro vita allo stato brado, nelle foreste; dei momenti in cui i sami le radunano, riconoscendole grazie ai diversi tagli che ogni famiglia fa sulle orecchie; degli spostamenti in camion verso la costa, prima dell’inverno; delle stragi che fa il ghiottone, animale sanguinario che uccide per il gusto di uccidere, attacca gli animali alla gola, uno dietro l’altro, scene da film splatter. Poi andiamo fuori. Lotta fischia, trottando sulla neve arriva come in una favola un branco di renne, bellissime, anche se sono parzialmente addomesticate non si lasciano certo toccare, come dire: abbiamo una certa dignità, noi. Diamo loro da mangiare i licheni del bosco. Attorno, il cielo che scolora, il silenzio del Nord. «Non abbiamo certo paura di essere soli» sussurra Lotta guardandoci negli occhi.

Insieme ad alci, renne e laghi ghiacciati, solitudine, spazio e silenzio sono le parole chiave di quest’angolo di Lapponia svedese, e di tante altre storie e favole che si potrebbero raccontare. Come quella di Suzanne Lindberg, occhi azzurri come il ghiaccio, che ha iniziato ad allevare qualche cane da slitta e adesso se ne trova dietro casa una ventina, splendidi animali pure loro con il ghiaccio al posto degli occhi; e dovreste vedere come saltano e ululano, quando capiscono che Suzanne sta per sceglierne qualcuno per fargli trainare la slitta. A tutti i cani ha dato i nomi del ghiaccio e della neve, perché al Nord la neve e il ghiaccio si chiamano in tanti modi diversi a seconda della consistenza, dello spessore, del modo in cui si sono formate le lastre o cadono i fiocchi – ci dice che la neve cade come guanti, per esempio. Se non è una favola questa. E poi c’è la storia del rompighiaccio che vicino a Piteå porta la gente a vedere com’è il Baltico ghiacciato d’inverno, una lastra bianca che crepita al passaggio della nave, e nelle crepe si sono pure inventati di fare il bagno, vestiti come alieni di gomma arancione; non ci crede nessuno, quando torni a casa, che hai fatto il bagno nel Baltico a marzo, a tutti pare una favola. E poi ancora le storie della caccia, che è argomento di tutti i giorni, da queste parti, se ne parla con Thorbjörn, con Lotta e anche con chi meno te lo aspetti, come Suzanne, che dice di voler prendere la licenza «per cacciare i galli forcelli e le pernici, sono così buoni! e magari anche anche l’alce, ma è talmente bello...». Perché la caccia qui ha ancora un rapporto intimo con la natura, anche per via delle bassissime densità abitative e delle quantità di animali: e poi si caccia per mangiare, mica per divertimento. E per finire, c’è la storia di Conny Lundström, che vicino a Skellefteå, il centro principale della regione, ha costruito un capanno per fotografare le aquile reali: per non farsi vedere, entra prima dell’alba ed esce dopo il tramonto, portando con lui chi vuole, basta stare in silenzio. Aquile, volpi, picchi, caprioli, cince, pure orsi: gli animali della foresta appaiono all’improvviso, spuntando dal bosco. Come in una favola.  

Fotografie di: Francesco Tomasinelli