La ville première

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Parigi è la città della luce. Per questo da un secolo, dai Lumière a Woody Allen, il cinema l’ha scelta come set per avventure di ogni tipo. E qui anche una passeggiata fa sentire protagonisti.

La sigaretta che penzola dalla bocca, la faccia da schiaffi, il sorriso sornione. Lo spirito di Michel Poiccard, truffatore e ladro fino all’ultimo respiro, passeggia per le strade di Parigi sempre a caccia di belle ragazze e nuove avventure da raccontare. Uno spirito del luogo che aiuta a vedere la città attraverso le lenti di una macchina da presa, tra colpi di scena e inquadrature originali, che anima storie sempre diverse nelle quali il lieto fine non è scontato. È anche grazie a lui se Parigi è sempre Parigi. Perché è con lui che vorresti passare qualche giorno nella Ville lumière, per scoprirne davvero tutti gli aspetti, sia quelli da cartolina sia quelli più ruvidi che hanno veramente fatto sì che la capitale francese diventasse la location perfetta per migliaia di film.
Tutta colpa di Michel Poiccard, personaggio double face. Tutta colpa di Jean-Paul Belmondo che gli ha dato la faccia da schiaffi più da schiaffi che si potesse mai immaginare. Tutta colpa di Jean-Luc Godard che gli ha scritto la sceneggiatura e scelto le inquadrature migliori perché si notasse, se possibile, ancora di più.
Correva l’anno 1960 quando uscì nelle sale quello che, a posteriori, fu definito il manifesto della Nouvelle Vague, il movimento cinematografico per eccellenza. À bout de souffle (Fino all’ultimo respiro, nella versione italiana) è e rimane il punto di riferimento per un nuovo modo di fare cinema in cui le scene diventano memorabili anche per i luoghi nelle quali sono girate. Luoghi veri, con suoni veri e luci vere. Lo spettatore è seduto con i protagonisti ai tavolini di un bistrot ed è costretto a rinunciare all’idea di partecipare alla conversazione, ridotto com’è all’unica condizione di voyeur passivo. Assiste con malcelata mestizia alle vicende di Pierre e Renée, amanti squattrinati ospiti dell’Hôtel du Nord di Marcel Carné, ammirando con sconsolatezza le acque placide del Canal Saint-Martin su cui si affacciano le stanze; forse sogghigna malinconico mentre assiste alle innocenti scorribande nelle vie di Pigalle di Antoine Doinel, alter ego infantile di François Truffaut che ne racconta le vicende ne I quattrocento colpi. Di sicuro è stato tentato di provare il brivido della corsa all’interno del Louvre come i tre amici di Bande à part (di nuovo Godard), per sfidare se stesso e i guardiani del museo.
 

È grazie a questi personaggi che Parigi si reinventa ogni volta sul grande schermo. A volte è bellissima e romantica come in Midnight in Paris, dichiarazione d’amore di Woody Allen per la città, altre comica e quasi buffa, come in Zazie nel Metro di Louis Malle. Altre ancora dura, ostile, periferica secondo la visione di Mathieu Kassovitz ne L’odio, oppure profondamente sotterranea, quasi vivesse solo sotto, come in Subway di Luc Besson, altre ancora torbida e sensuale secondo la visione di Bertolucci in Ultimo tango a Parigi. Ogni volta sono letture diverse di una metropoli che ha tante vite quante un eroe del grande schermo. Si presta a sperimentazioni inaspettate, come quando, nel 1976, Claude Lelouch salì su un’auto, piazzò sul cruscotto una telecamera e fece una corsa folle per le strade di Parigi all’alba per raggiungere la sua bella sulla scalinata del Sacre-Coeur proprio al sorgere del sole. C’etait un rendez-vous disse, ma fu comunque arrestato e il cortometraggio è tuttora difficile da reperire (ma non impossibile grazie a internet).
Una cosa è certa, da oltre un secolo i registi di tutto il mondo fanno fatica a resistere al richiamo della città e, prima o poi, si ritrovano a girare qui film d’azione e spionaggio, romantiche storie d’amore o crude cronache della realtà quotidiana. Nel 2006 il film collettivo Paris, je t’aime ha riunito Gus Van Sant e i fratelli Coen, Isabel Coixet e Alfonso Cuarón, Wes Craven, Tom Tykwer e molti altri in un progetto a episodi in cui ciascun regista raccontava un arrondissement secondo la sua personalissima visione. Un esperimento a volte riuscitissimo altre meno, ma che senz’altro ha il pregio di dichiarare finalmente ad alta voce quello che già si sapeva: Parigi è decisamente fotogenica, da qualsiasi inquadratura la si riprenda. Verrebbe quasi voglia di prendere il posto di Amélie Poulain sul motorino del suo amato per fare un giro un po’ a occhi aperti un po’ chiusi, per immaginare dove si svolgerà la prossima scena. Perché una cosa è certa: durante la lettura di queste pagine un’altra scena memorabile è stata già girata a Parigi. La première dame non smette mai di recitare.

Fotografie di: LMK/Photomasi,Guia Besana