Rieti, baricentro d'Italia

Giuseppe CarotenutoGiuseppe CarotenutoGiuseppe CarotenutoGiuseppe CarotenutoGiuseppe CarotenutoGiuseppe Carotenuto

Si parte con buoni propositi: percorrere a piedi i sentieri di San Francesco nelle campagne di Greccio. Poi si finisce a tavola ad assaggiare gli spaghetti doc di Amatrice. In mezzo, la scoperta di un Lazio  misterioso e segreto (ma anche imperiale). Tra valli e fiumi, boschi, acque termali e paesaggi autentici

Sono sei i posti letto ricavati da una vecchia stalla affacciata sulla Conca Reatina a Greccio (Ri). Sono tra i più contesi al mondo. I pellegrini prenotano anche un anno prima per pernottare a pochi metri dalla grotta dove San Francesco dormiva con una roccia per guanciale. E svegliarsi all’alba mentre il Santuario francescano del presepio si colora di rosa è roba da ricchi. Ricchi dentro. 

Il bed senza breakfast è a offerta libera: padre Luciano, da quattro anni nume tutelare di questo baricentro spirituale d’Italia, dice che crede alla Provvidenza. Prima o poi il santuario, tappa chiave del Cammino francescano (tra le altre: la Foresta, Poggio Bustone, Greccio, Fonte Colombo, Rivodutri con il Faggio, il Terminillo con la reliquia del corpo, il convento di Posta), offrirà una migliore ospitalità a chi dei 600mila visitatori annuali vorrà sostarvi una notte. 
In realtà da anni si parla di costruire un villaggio ecosostenibile e, nell’attesa, si continua a sperare con quel «pace e bene» che a volte dà carica, a volte innervosisce. Intanto, a 300 metri di distanza, una casa di spiritualità mette a disposizione 95 posti letto ma, dicono gli operatori «sono per gruppi che rimangono a lungo, i pellegrini di solito pernottano un giorno solo». 
Vista dal santuario, Greccio è a un battito d’ali, un’apparizione che vive di presepio. Il paese stesso sembra una rappresentazione sacra da quell’anno, 1223, quando Francesco vi rievocò la Natività trasformandolo per sempre in una Betlemme italiana. 
Fra alture, boschi, fiumiciattoli e passaggi a livello abbandonati, ecco un altro assaggio di santità: il convento di Fonte Colombo. All’entrata c’è una saletta con santini, rosari, libretti, candele, crocifissi e una scritta «servitevi da soli» che parla chiaro. Anche qui un frate si augura tempi migliori. È padre Marino: prega per un ostello che possa accogliere i fedeli «Perché i soldi del Giubileo sono finiti da tempo e il Cammino francescano è stato dimenticato». Nel chiostro, ammantato di luce, la statua del fraticello che benedice; più avanti, scendendo in un dirupo, si incontrano la cappella della Maddalena e poi il Sacro Speco dove San Francesco si ritirava a meditare. Da qui Rieti è a meno di sei chilometri. 

Uno scarto a ovest sulla Salaria, lungo la valle del Velino, ed ecco al chilometro 102 Cotilia Terme, frazione di Castel Sant’Angelo. San Francesco si allontana, ma il silenzio delle montagne continua a evocarlo. Una manciata di costruzioni, un bar, un albergo ristorante, una rivendita di prodotti tipici, nascondono il regno dell’acqua benefica e c’è pure la sorgente del Peschiera, fiume che sgorga dalla montagna tre chilometri più a monte prima di finire nel Velino: con i suoi 18mila litri al secondo, è una delle più grandi d’Europa e abbevera la capitale. 

L’acqua minerale sulfurea, toccasana per gastriti e coliti, sgorga da due fontanili a bordo strada ed è gratuita perché di proprietà comunale. All’interno si ergono i padiglioni delle Terme di Cotilia, realizzati ormai quarant’anni fa, dove invece acqua e cure si pagano; sono sorti sui resti di una villa rustica romana con terme, in origine appartenuta alla famiglia dei Flavi, dinastia che annoverò grandi imperatori come Vespasiano, Tito e Domiziano. 
Il tutto avrebbe però bisogno di una rimessa in forma. «Non si può realizzare altro», spiega Marcello Fantacci, direttore del complesso, «perché il territorio è sottoposto a vincolo idrogeologico (gli scenari naturali sono stati scelti negli anni Ottanta da Andrej Tarkovskij per alcune sequenze di Nostalghia), assicuro però che qui, a prezzi concorrenziali, si passano veramente le acque». Il pensiero corre a Muammar Gheddafi, che si innamorò di un altro paese termale a un tiro di schioppo da qui e decise di comprare tutto. Il borgo in questione è Antrodoco. Ma il colonnello libico è scomparso e il paese continua a dormire con le sue terme abbandonate.

Il paesaggio sembra ora incupirsi mentre la Salaria corre verso il confine: quattro regioni (Lazio, Abruzzo, Umbria e Marche) si aprono e si chiudono in un gioco di scatole cinesi. Appare Amatrice, alle falde dei monti della Laga, e tutto riprende colore. È la patria degli spaghetti all’amatriciana, ricetta storica che contribuisce alla gloria della cucina italiana. Non a caso è qui nato il Polo agroalimentare del Parco del Gran Sasso e Monti della Laga, che tutela e valorizza i prodotti di qualità del territorio e recupera le antiche coltivazioni. Insieme alla scuola alberghiera, che finora ha sfornato 1.500 professionisti, costituisce un’eccellenza economica e culturale a mille metri di altitudine. 

Amatrice è amata dai suoi abitanti: chi è andato via per lavoro cerca di tornarci il più possibile, dagli effettivi duemila residenti si arriva in estate a 30mila. 
C’è da fare, preparare, inventare, così la crisi resta a distanza. Il 2013 parte con il Carnevale, il 9 febbraio; ci sono poi, il 10 marzo, il Palio dei somari (chiamati con il nome dei sindaci dei Comuni partecipanti), la Primaverissima del 28 aprile, con la sagra degli gnocchi ricci preparati a mano dalle donne; seguono la festa della Madonna di Filetta il 12 maggio e, la più attesa, la Sagra degli spaghetti all’amatriciana nel finesettimana tra il 31 agosto e il 1° settembre. Un appuntamento che attira oltre 10mila visitatori con 20mila piatti replicabili a casa propria grazie ad Amatrice in tavola, il kit gastronomico con guanciale, pomodori pelati, spaghetti, ricetta autentica e pecorino. «Tutti ingredienti rigorosamente di produzione locale», specifica Silvestro Scialanga, di professione pastore. D’estate le sue mille pecore pascolano a Cardito, nei pressi di Amatrice, d’inverno a Marina di Ardea, in provincia di Roma. I suoi formaggi sono il vessillo di questa terra. «È dura», dice Silvestro; «ma per ora non mollo». 
A quattro chilometri da Amatrice, il santuario dell’Icona Passatora risale alla fine del Quattrocento ed è istoriato di affreschi votivi. In un angolo dell’unica parete restaurata, piccoli angeli splendono di luce e i loro occhi hanno l’espressione di Silvestro, Marino e Luciano: un esercito della salvezza che tiene vive le tradizioni di questo straordinario territorio.                                        
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Fotografie di: Giuseppe Carotenuto