Puglia, il tempo degli ulivi

Luciano TramontanoLuciano TramontanoLuciano TramontanoLuciano TramontanoLuciano TramontanoLuciano Tramontano

Sono gli esemplari più antichi al mondo. Megasculture con l’aspetto di creature, serpenti e volti mostruosi. Tra Terra di Bari, Salento e le Murge è una foresta viva che “si muove” e racconta la storia della nostra civiltà

È un tempio arboreo unico al mondo, a ridosso delle mura di Egnazia, una città abbandonata da quindici secoli. Basta essere un po’ impressionabili, forse perché pugliesi (come me) o solo mediterranei, e non ci si meraviglierebbe di udire il dio del luogo ricordarti cosa gli devi: «Io sono Elaion, spirito vegetale, testimone di millenni, padre di molti popoli, perché reco doni a chi mi onora». Eh..., come suona? Un po’ devi esagerare, alzare i toni, arrotondare le parole, sennò come fai capire che la giusta postura sarebbe in ginocchio, dinanzi a questi monumenti di 2.000-2.500 anni, piegati verso terra dal maestrale, quelli prossimi alla costa, e dalla salsedine che brucia i rami più esposti, contorti dalla siccità e scolpiti dai fulmini, i tronchi divisi dal tempo che consuma il legno.

Questo è il solo uliveto di cui si sia stimata l’età, con criteri scientifici: sono migliaia di piante; quante, non si può dire. Sono circa tremila, solo in questa tenuta di 110 ettari, Pettolecchia, a sud di Monopoli e Savelletri, sotto Fasano, sul confine fra le province di Brindisi e Bari e ieri fra i territori dei Peuceti e dei Messapi. Qui sorgeva, a cerniera fra due popoli e porta sull’Oriente, Egnazia (Gnathia dei Greci), che si estinse con la fine dell’impero romano: ne restano imponenti rovine sulla costa, e l’acropoli, a dividere i due bracci dell’antico porto, che sprofondò in mare.
 
Perché sono così importanti gli alberi di Pettolecchia ed Egnazia? Mi fa da guida uno dei maggiori esperti di ulivi e di Puglia, Gianni Pofi, agronomo, ex dirigente della Forestale, gran camminatore (imperdibili i suoi libri di trekking lungo i sentieri dal Gargano al Salento), innamorato di questi giganti vegetali, che ha censito e fotografato a uno a uno. Avevo letto che esistono una quarantina di specie di ulivo, al mondo, sino all’Africa tropicale e l’Australia, ma solo quella mediterranea fu coltivata dall’uomo. 
«Il nome latino dell’ulivo è olea (da cui anche olio), che a sua volta deriva dalla voce del greco antico, forse cretese, elaion», dice Pofi. «Invece gli arabi indicavano l’olio con la parola araba zaitun, da cui deriva il termine spagnolo aceite, che significa olio. Ma gli ulivi pugliesi sono autoctoni, lo ha dimostrato l’analisi del loro dna. Nel Nordest del Tarantino, invece, resistono gli olivastri, o uliveti selvatici, mai domesticati».

L’ulivo non è una pianta, è una civiltà: la nostra (“dove all’ulivo si abbraccia la vite”: De Andrè, Il sogno di Maria). Di nuovo, perché, allora, questa piantagione, a Pettolecchia, è così importante?

«Vede come son disposti gli alberi?», chiede Pofi. Ci faccio caso, perché me lo chiede: più o meno, come capita? «Appunto. Vuol dire che non sono stati piantati, ma innestati; che qui c’era una foresta originaria. Dal bosco originario furono eliminati tutti gli alberi, meno gli olivastri selvatici, che vennero innestati. La disposizione delle piante è ancora quella che decise la natura. E ora, andiamo a Egnazia». Sono pochi minuti in auto, lungo la costiera. «Vede le antiche carraie?», indica Pofi: solchi paralleli, sugli scogli che scendono in mare. Solchi profondi. «Scavati, nel tempo, dalle ruote dei carri. Quando divenivano così infossati da urtare i mozzi, si tracciava la nuova carrareccia accanto. E si ricominciava». 
 
«E ora guardi questi ulivi», esorta Pofi. Sculture giganti, figure che suggeriscono dinosauri, antiche armature, serpenti, volti mostruosi, grandi occhi inquietanti... Non uno uguale all’altro, tutti opere uniche dell’artista tempo. «No, dico: guardi l’allineamento», corregge la nostra guida. Se ti metti dinanzi al primo della fila, vedi solo quello. «Sessanta piedi romani», informa lui, «sono tutti a 18 metri uno dall’altro, distanza ottimale per coltivare l’ulivo, secondo il primo trattato completo di agronomia mai scritto, il Res Rustica, di Lucio Giunio Moderato Columella, autore romano (nato a Cadice, in Spagna). Columella fu contemporaneo di Gesù. Quando Roma estese il dominio all’intero Salento, Egnazia divenne città federata e poi municipio, nel III secolo a.C. E ora l’ultima tappa». 

Si torna in auto, ma ci si limita a girare attorno alla città. «Qui», avverte Pofi, «ecco le mura di Egnazia. Vede quell’ulivo? È cresciuto sui macigni squadrati e ne ha addirittura avvolti alcuni con il tronco, tanto che ora si trovano “nella pancia” dell’albero. Non si faccia ingannare dalle dimensioni della pianta: è più giovane di quelle viste sinora, di almeno cinque secoli: Egnazia fu abbandonata poco dopo la caduta dell’impero, perché divenuta insicura, per il venir meno del governo centrale e per lo sprofondamento del porto. E questo accadde nel VI secolo d.C. Solo dopo questa data un ulivo poteva attecchire sulle mura di una città ormai vuota e sconnetterne i massi. Quindi, questo non ha più di 1.500 anni». L’incrocio fra dati storici, archeologici, dimensioni e sviluppo degli ulivi consente così di sostenere, con ragionevole fondatezza, che quelli non piantati, ma ricavati dai selvatici a Pettolecchia, abbiano almeno 2.500 anni; quelli oltre le mura di Egnazia verso la Murgia, almeno 2mila, o più. 

Pofi indica cocci di terracotta, fra le radici degli alberi: «Frammenti di vasi a pittura rossa, tarda età repubblicana, ultimo secolo prima di Cristo... Pittura nera, più antichi, quarto-terzo secolo: questo tipo di terracotta prende nome proprio da Egnazia». Pofi scalza cocci, a ogni passo. Ma quanti ce ne sono? «È pieno».

I tronchi di queste piante sono imponenti, svergognati, a volte, da radi e stenti rami fruttiferi, un pennacchietto verde su una montagna di legno. Altri, per quanto enormi, paiono reggere a fatica una incontenibile massa di rami. Questo uliveto non sembra molto curato. «No...», conferma Pofi. Avverto dell’imbarazzo. Mi informo: la tenuta è molto antica. La masseria, bellissima, fortificata, è del Cinquecento, protetta da un alto muro; somiglia più a un maniero, senza finestre verso l’esterno, e sino a cinquant’anni fa era circondata da un fossato, accessibile tramite ponte levatoio. Serviva a difendersi da incursioni saracene e non solo (i veneziani passavano al tempo della provvista dell’olio, ma capitava che dimenticassero i soldi a casa...). Nelle fondamenta c’è una caverna che era prigione per i pirati; poi è stata un trappeto, un frantoio sotterraneo, sino a pochi anni fa. 

Pettolecchia fu feudo dei Palmieri di Monopoli, donata nel 1962 ai gesuiti, che vendettero nel 1988 all’impresa Cecinati. Il progetto di ricavarne un villaggio turistico si arenò contro una legge della Puglia, gestione Nichi Vendola. Il Comitato per la tutela degli ulivi monumentali (responsabile un naturalista appassionato, Gianni Picella), segnalò gli alberi salvati, poi censiti dalla Forestale, ora provvisti di targhette numerate. Pettolecchia è in vendita. Tanti milioni di euro, ma ad averceli, la comprerei; e non per i 2mila quintali di olive che produce, ma per essere coinquilino dei soli padri del Mediterraneo la cui età è certificata. La storia del mondo passa di qui, non esagero: da quella più antica alla rivoluzione industriale, perché furono gli ulivi di Puglia a fornire l’olio che lubrificò le prime macchine a vapore, sino a quando non si scoprì l’olio minerale. 

E fu da queste parti, che il provenzale Pierre Ravanas aprì il suo primo frantoio moderno, con uso di pressa idraulica e raccolta delle olive sulla pianta e non per caduta, per ottenere olio alimentare e non più grezzo per saponi e lubrificazione.

Ok, ho fatto finta di non cogliere la domanda sospesa sinora: perché tutti questi studi incrociati? Non si può stimare l’età dell’ulivo dal tronco con il decadimento della radioattività del carbonio 14, come si fa per altri reperti? O con la crescita del tronco, come si fa con altri alberi?
 
Ma l’ulivo non è un albero, è un arbusto; se lo lasci fare, diviene un cespuglio. Grande, ma cespuglio. Rappresenta il Sud, perché la sua età millenaria è la somma di molti alberi che paiono uno, così come tanti popoli sembrano uno. Mi spiego: piantate un ulivo e quello cresce; sino a che il tronco non ce la fa più ad aumentare il diametro restando pieno e, a mano a mano che si allarga, si svuota al centro, per il marciume del legno più vecchio. «Più il clima è umido, meno dura il legno», spiega Pofi, «in Africa si va oltre i 500 anni, in Puglia 350-400, in Umbria non si superano i 200». Dopo una lunga fase in cui il legno dell’ulivo cresce all’esterno e si svuota all’interno, la pianta produce meno legno nuovo di quanto se ne distrugga; in capo a 1.000, forse 1.200 anni, non di più, il tronco originario collassa. Ma una delle nervature della pianta, contorte e avvolgenti come liane, o un pollone emesso dalle stesse radici, può ricominciare il ciclo. «La pianta può essere molto più antica del suo legno; ecco perché se va a datarne il legno con il carbonio 14, non ricava la vera età». L’ulivo che ha 2.500 anni è un parente di quello che sorse due-tre tronchi fa, tutti estinti. Ma le radici? «Durano ancora meno: l’umidità nella terra è maggiore che nell’aria; radici più vecchie di 30 anni non ne trova, si rinnovano di continuo».
 
Riassumo: una quercia millenaria, è una pianta di mille anni fa che è diventata quella che vedi; un ulivo bimillenario è una pianta che ha cambiato almeno cinquanta volte le sue radici e due-tre volte il suo tronco. Eppure è sempre la stessa! «Può sembrare strano», conferma Pofi, «ma è così». 
 
 

Elaion-Zaitun, per essere eterno, ha stretto un patto con l’uomo: gli dà ricchezza e futuro (ci vuol fede per piantare ulivi, si dice al Sud, perché rendono a generazioni che verranno; il contadino lo faceva alla nascita di una figlia: sarebbero stati pronti, la dote, quando lei fosse andata sposa); in cambio, l’uomo si prende cura dell’albero: lo libera, con la potatura, dei rami infruttiferi che sarebbero solo peso, fatica, linfa sprecata; slupa (rimuove) il legno morto, dalla parte centrale dei tronchi ultrasecolari, in modo che la pianta cresca, sana e senza fatica, dalla parte da cui prende il sole; zappetta la base dell’albero, per dare aria alle radici (che sono superficiali, si dice debbano “sentire le campane”); e dà acqua, se la siccità dura troppo.

«Curata così, la pianta originaria può durare pure 1.000-1.200 anni», dice Pofi. «Poi, quel tronco si estingue, ma il ciclo riprende. Vede quell’alberello che sembra appena messo a dimora? È il pollone da cui risorge uno che ha più di 2mila anni». 
 
Durando tanto, l’ulivo si moltiplica e “cammina”: quando cresce troppo, il tronco può spaccarsi, verticalmente, lungo vecchie ferite, assottigliamenti, e dividersi in due, tre, anche cinque piante derivate che, cercando spazio e crescendo verso il sole, si allontanano dal centro; e le radici si separano: ogni ceppo (parte di quello unico originario) se ne porta via un po’. Sembrano uno strano uliveto di piante messe irragionevolmente troppo vicine; sono individui con sviluppo autonomo, radici proprie, in viaggio in direzioni diverse, eppure, ancora lo stesso individuo, perché hanno lo stesso patrimonio genetico. In 2mila anni, gli ulivi camminano tanto che le loro piante derivate possono allontanarsi di molti metri.
 
È tutto il giorno che corriamo dietro a questi monumenti vegetali, incuriositi e stupiti da forme, dimensioni. Siamo esausti, lordi di sudore e terra rossa di Murgia (per via del ferro, del manganese di cui è ricca). 
Finalmente a tavola, ristorante a mare, a Torre Canne. Pregusto (da vegetariano) scorpacciata di ortaggi pugliesi, il cui sapore e aroma sono unici. 
Ufficialmente la Puglia è la regione con meno foreste d’Europa: 2 per cento del territorio, anche se possiede la foresta Umbra, sul Gargano. Poi ci sono gli ulivi. Quanti sono i millenari? «Non so», dice Pofi. «Decine di migliaia. Per molti chilometri, a partire da qui, li vede a 30 piedi romani uno dall’altro, verso la Murgia, Ostuni, Fasano e giù per il Salento, e verso Nord, Polignano... Nelle mappe d’epoca e ancora oggi è chiamata “La Piantata di Egnazia”». 
L’Italia ha 180 milioni di ulivi; di questi circa 60 milioni sono in Puglia: è certamente la più grande foresta mai piantata da mani dell’uomo in una sola regione. 

 

Fotografie di: Luciano Tramontano