Il viaggiatore. La Versailles belga

Visitiamo il parco del castello di Beloeil, una reggia dove è passata molta storia (e altrettante belle donne) 

Un imponente castello inscritto in due cerchi, quello minore del fossato e quello maggiore del vasto parco. È Beloeil, la Versailles del Belgio o meglio dei principi de Ligne, sede di un’importante stagione musicale. L’iniziazione amorosa di Charles-Joseph de Ligne (1735-1814), il «principe azzurro d’Europa» era avvenuta molti anni prima, proprio nel giardino di Beloeil, quando il principino aveva partecipato, per la prima volta, a un fantasmagorico ballo in maschera, dove due galanti damine si erano impadronite di lui e stavano per rivelargli alcune dolcissime verità, quando il precettore l’aveva strappato al «più delizioso dei precipizi».

Da allora era stato tutto un turbinio di donne delle più diverse condizioni sociali. Eppure in quel vortice di mondanità, i giardini e gli appartamenti di quella sorta di reggia in cui era cresciuto restavano al centro della sua attenzione, come prova un libro, I giardini di Beloeil, edito da Sellerio. 

Il principe non amava quei parchi che, secondo la moda lanciata da Rousseau, imitavano la natura. Per lui dovevano essere «arredati e adornati come un salotto». Quelli di Beloeil – venticinque ettari oggi visitabili, come le stanze, squisitamente arredate, del castello – erano uno scrigno di rarità e la prova di un gusto raffinato. Nei giardini filosofici, statue e edifici ripercorrevano la storia dell’umanità. E i giardini rustici erano un compendio vegetale della natura terrestre. Ligne desiderava che quelle distese odorose fossero un godimento per tutti, che davanti a quel raffinato gioco tra cultura e natura, «ci si diverta, ci si istruisca, si ammiri, ci si interessi, si pensi o si resti estasiati».

Non a caso Goethe scrisse per lui il Requiem per l’uomo più felice del secolo. Ma il principe de Ligne, imparentato con l’aristocrazia e le case regnanti di tutta Europa, era anche uno dei più saggi.
 
Uomo d’innumerevoli fortune amorose, aveva evitato d’innamorarsi di Maria Antonietta – o se qualcosa era successo si era ben guardato dal divulgarlo ­–. Coraggioso sotto le armi, abile nelle trattative, squisito nella conversazione, capace di fare attendere più di un’ora l’imperatrice d’Austria per non staccarsi dalle braccia dell’amata, de Ligne divenne in breve celebre.
I contemporanei si riconoscevano in quell’aristocratico colto e frivolo, che sapeva discorrere con Voltaire come con Napoleone. In lui sembrava attuarsi magnificamente quell’arduo ideale di felicità inseguito da tutto il XVIII secolo. Senza rinunciare alle passioni, il cuore del principe sapeva padroneggiarle senza soggiacervi. La vivacità che costellava i suoi discorsi era il riflesso di una completa aderenza al presente, in cui, confessa nelle squisite, ironiche e sincere memorie, viveva completamente immerso.

Scusandosi con il re di polonia per un ritardo, disse: «Sire, la colpa è di una delle vostre più belle suddite. Il suo segreto verrà mantenuto, perché non riesco a ricordarmene il nome che è di cinque o sei sillabe diaboliche da pronunciare». 

De Ligne amava sinceramente i regnanti, come avrebbe amato, sia pure con qualche riserva, anche Napoleone. Apparteneva a un mondo in declino, in cui i potenti potevano ancora essere apprezzati senza vergogna o remore morali. In un quaderno delle sue memorie, ogni frammento inizia con le nostalgiche, orgogliose parole: «Ho visto». Davanti a lui scorrevano, maestosi e frivoli, i fasti della memoria, la magnificenza di Luigi XV e quella di Francesco I, le delizie del Trianon e le opulente feste di Chantilly. Per poi proseguire, più rassegnato: «Ho visto scomparire.»
 
Nonostante il passare degli anni, i successi del principe persistevano. Un’indelebile serenità teneva lontana da lui la malinconia e i rimpianti dell’età. «Dipende solo da me essere vecchio. Ne ho ben di che. Ma ho detto: non lo sono e mi è riuscito. Mi dico anche: non voglio morire. Non so se mi riuscirà». Certo, aveva perso il favore dell'imperatore e non aveva più il denaro sperperato in tante feste sfarzose a Beloeil, ma gli alti dignitari europei e la gioventù elegante continuavano a sedere sulle vecchie sedie di paglia del suo povero salone. Aveva chiesto, ricevuto e dato al suo tempo tutto quello che poteva dargli: una felicità vivida e leggera, come una fiamma bassa ma sempre viva, uguale e diversa. 
E il monumento di pietra e di erba che aveva lasciato dietro di sé doveva dimostrarlo. «Voglio che Beloeil rammenti ai posteri la felicità e la dolcezza di cui godo».