Amburgo: il fronte del porto

Clara VannucciClara VannucciClara VannucciClara VannucciClara VannucciClara VannucciClara VannucciClara Vannucci

Che cosa attrae sempre più visitatori verso questa storica città anseatica, tanto che se ne parli come di una "nuova Berlino"? La vivacità culturale e artistica, il rispetto per l'ambiente e il tono da dama un po' snob. Perché Amburgo è da lungo tempo che si sente metropoli. E vive di conseguenza.

La “Grande Libertà” di Altona
Prendi una cantonata proprio quando ti sforzi di non farlo, impegnato ad accumulare nozioni, filtrare stimoli e seguire spunti per conoscere un luogo. Ad Amburgo ti può capitare più di una volta ché la seconda metropoli tedesca impone una lettura non mediata ma non per questo immediata, confonde senza ingannare. Un esempio? “Große Freiheit” si traduce con “grande libertà” ed al viaggiatore che percorra l’omonima via parrà una scelta toponomastica sfacciata, troppo esplicita. Discoteche e bar si alternano infatti a locali per adulti in una miscela di decibel, ormoni e alcool che si amalgama densa, guarnita dai neon.

Non è però la libertà di peccare che dà il nome alla strada ma quella di pregare. Al civico 43 si trova il portone della St. Joseph-Kirche, la più antica chiesa cittadina, nel cuore di Altona – avamposto danese per due secoli esatti (dal 1664 al 1864), oasi fedele al Papa in terra luterana, poi enclave prussiana fino al 1937 e oggi un quartiere di Amburgo.

Siamo nel Kiez, il nucleo di una matrioska urbanistica formata dai quartieri di St Pauli e Ottensen e bordata dalla Reeperbahn. È lunga un chilometro e deve il nome al desueto termine nautico reep (fune). Ospitava laboratori cui gli armatori ricorrevano per la manutenzione dei vascelli, vi si recavano anche gli altri, dai mozzi agli ammiragli, in un’oleografia di braccia tatuate, pinte, carte da gioco e luci rosse. Il parterre libertino è esplicito in Herbertstraße – una traversa della Reeperbahn cui accedono, varcati i pesanti cancelli, solo gli uomini – viene stemperato con l’ironia del burlesque e declinato nel merchandising dei sex toys. Su tutto vigila Davidwache, il più famoso commissariato tedesco di polizia.

Second Best
I numeri parlano chiaro, ti fanno dire “non l’avrei immaginato” – sorseggiando un’Astra o una Fritz (la birra e la cola locali, rispettivamente) – e sospiri “è ovvio”. Scorrendo la lista delle rappresentanze diplomatiche nella libera città anseatica lo sguardo spazia tra le date – ha iniziato la Francia nel 1570, l’ultima è la Bielorussa – e si posa sui vessilli inattesi di St Kitts & Nevis e Tuvalu – per trovare quello del Belpaese (invano, è stato soppresso un anno fa). Il conto dei consolati sale a novantotto: un primato per una non capitale, solo a New York ce ne sono di più.
 

Altro capitolo, nuovi record. Amburgo è stata “Capitale verde d’Europa 2011”. La rete delle piste cicliabili non pare però capillare, eppure è la più estesa della Paese e conta sulle 1.500 dueruote dello StadtRad (il servizio di bikesharing comunale). Il viavai di pendolari e uomini d’affari alimenta un tetris incessante che si direbbe mosso da mezzi privati eppure il 97% dei residenti vive a meno di trecento metri da una fermata della rete di trasporto pubblico. E lo usa.

Landungsbrücken condensa tutto ciò e consente di sfogliarne la storia recente. Dal più centrale tratto del lungo Elba ci si imbarca per Speicherstadt, reticolo di canali dominato dai mattoni rossi degli ex magazzini doganali, solcato da ponti in ferro e pervaso da una calma irreale. E da lì vicino si entra – a piedi o in macchina (senza nemmeno uscire dall’abitacolo) – negli ascensori dell’Alter Elbetunnel per scendere ad una ventina di metri sotto il livello del mare in un’ambientazione alla Jules Verne, vecchia di un secolo e tuttavia avveniristica. Asfalto sotto ai piedi, maioliche tutt’intorno.

Dall’altra parte c’è l’isola di Wilhelmsburg, una delle due aree di Amburgo in ipertrasformazione. L’International Building Exhibition ha individuato trentacinque chilometri quadrati di suolo e ideato sessanta progetti di riqualificazione: le soft house con vista sul parco delle canoe, il Biq (edificio con le pareti ricoperte di alghe per creare energia), le case di moduli prefabbricati ed il bunker della seconda guerra mondiale da riconvertire in generatore.

Il verde ad Amburgo è dunque una inattesa tonalità del grigio, quello “classico” – tutto prati, tigli e scoiattoli – si gode in una passeggiata lungo i sentieri tra la stazione di Altona e Königstraße. Percorsi tra alberi e giardini si fanno vicoli nei cortili, s’arrotolano su rampe, lambiscono ville e si aprono in belvedere. Uno su tutti, l’Altonaer Balkon con la sghemba sagoma del Dockland in basso. Si scende poi fino al Fischmarkt. L’edificio del mercato del pesce è lì da tre secoli, aringhe & co non mancano, nulla è però come ci si aspetta.

L’ Altonaer Fischmarkt apre nel cuore della notte del sabato e la domenica alle dieci è ora di smontare. Poche le vecchine in paziente ricerca di affari, più numerosi i nottambuli che vi chiudono i bagordi – con sottofondo di folkrock teutonico – per l’ultimo drink della notte e il primo caffè del giorno. Di fronte si stagliano i sette piani dello Stilwerk, il quartier generale del design di Amburgo.

Succede anche il contrario, ti aspetti un’oleografia consolidata e non la trovi. Cerchi una chinatown amburghese (metà del traffico merci è con l’ex Celeste Impero) ma è più facile imbattersi nella vivace comunità portoghese. Cimeli e segni beatlesiani ad ogni angolo? Pochi. Eppure i Fab Four sarebbero rimasti un quartetto sconosciuto se non avessero suonato qui quasi ogni sera nel 1961-62. Parola di John Lennon: “a Liverpool sono nato ma ad Amburgo sono maturato”.

La Hafen City è l’altro faraonico progetto: undici miliardi di euro di investimenti, ottantaquattro progetti (cinquanta già realizzati). I lavori sono iniziati dieci anni fa e quando sarà terminata, nel 2025, avrà aumentato la superficie di Amburgo del 40 per cento. L’acqua viene deviata, arginata e ricoperta, creando sponde sempre diverse in città e spazi nuovi per il porto. Le 11.000 navi cargo che ogni anno attraccano ad Amburgo ne fanno il secondo scalo marittimo mercantile d’Europa (dopo Rotterdam). Le vie che separano il mare dalla città – l’ingresso è a Cuxhaven, distante 110 chilometri – non sono di acque tutte uguali ché il Kiel Kanal miscela quelle salate del Baltico e del Mare del Nord prima di rimescolarle con quelle dolci dell’Elba.

Amburgo fa da capoluogo a se stessa, città-stato il cui doppio status di Land e di Stadt condensa una regione in una metropoli. Ricchissima. Avrebbe potuto seguire le orme di Lione, sublimando la ricchezza del commercio fluviale – coi container al posto dei tessuti d‘Oltralpe – in una grandeur über alles. O fare come Basilea che traduce i fantastilioni delle case farmaceutiche in arte e architettura ad ogni angolo. Non ne ha però l’aura chic-blasè.

Per lo stilista Karl Lagerfeld, che ad Amburgo è nato, “qui non si parla di soldi. Mai” e secondo Heine “gli amburghesi hanno il portafogli dove gli altri hanno un cuore”. Ma si sa come sono i poeti del primo Ottocento. L’arte si produce a Berlino ma si vene ad Amburgo. Ennesimo cliché? Per la gallerista Karin Günther “Qui contano i valori tradizionali e per tradizione l’arte viene finanziata dai circoli di amici facoltosi e dalle fondazioni. I primi si stanno aprendo agli artisti fuori dal giro, le seconde sono attive da sempre”. La Kunstverein di Amburgo è del resto la più antica della Germania. Carmen Butta – giornalista e regista milanese, da tempo radicata nella metropoli anseatica – nota che “è una borghesia fondata sul commercio, l’apertura è una necessità, una forma di democrazia pragmatica”.

Cos’altro vedere? Il poker finale è composto dalla coppia dei laghi formati dal fiume Alster – il Binnenalster (interno, che affaccia sulla Jungfernstieg, la via Montenapoleone di Amburgo) e l’Außenalster (esterno) – e due rioni.

Il primo è Schanzen, un quartiere vivace, multietnico e informale. Ricorda Berlino (c’è anche la torre radio-tv sullo sfondo, come ad Alexander Platz), la sua identità è mutata dal malfamato al trendy in pochi anni, “colonizzata” da designer, chef e shopping vintage. É il più recente esempio di riconversione ma non l’unico. Gli anni ’70 sono stati segnati dalla contrapposizione tra gli exis – esistenzialisti, amanti del jazz e della cultura francese – e i rockers – musica elettrica e cultura a stelle e strisce, ridefinendo di continuo l’anima di St. Pauli.

È stata poi la volta degli squatters, fino alla caduta del Muro con le loro occupazioni di aree dismesse. Molto è stato ripristinato, qualcosa ancora resta ad Altona e dintorni. Tre anni fa è toccato infine al Gängeviertel, una manciata di vie a due passi dalla stazione centrale. Nell’agosto del 2009 duecento intellettuali e artisti hanno “occupato” il quartiere – le virgolette sono d’obbligo – e impresso un impulso inedito alla zona che oggi si presenta più sobria di Schanzen ma altrettanto vitale.

Dulcis – anzi, salato – in fundo: la cucina amburghese è senza fronzoli. Per Tim Mälzer, chef e star tv “Mangiamo come ci vestiamo, con sobrietà apparente. Pochi ingredienti ma tanta sostanza, sul conto in banca come a tavola”.

Fotografie di: Clara Vannucci