Pavia, 30 e lode

Dave YoderDave YoderDave YoderDave YoderDave YoderDave YoderDave YoderDave Yoder

Per Gianni Brera era quasi il centro del mondo, per Indro Montanelli un posto dove guastarsi l’umore. Per migliaia di studenti universitari è il posto migliore dove imparare a diventare adulti. A soli quaranta chilometri da Milano un’oasi dove coltivare tranquillità e sapere

 

Secondo Gianni Brera Milano è la periferia industriale di Pavia. La battuta del celebre giornalista nato a San Zenone al Po (Pv) aveva qualche fondamento conoscendo la storia: Pavia fu capitale per quasi due secoli del Regno longobardo e ospita l’università più antica della Lombardia, una delle più antiche d’Europa. Mentre a Milano l’università l’hanno aperta solo a metà Ottocento (così chi voleva studiare andava in riva al Ticino) e tutt’al più è stata capitale di un ducato. Ma se altre città come Sesto San Giovanni e Monza sono diventate hinterland, Pavia è ancor oggi separata da Milano da una quarantina di chilometri di campagna.
Una campagna ora percorribile in bicicletta, grazie alla nuova pista ciclabile, facendo tappa al monastero della Certosa, in stile tardo-gotico e rinascimentale, dove si trova la tomba di Gian Galeazzo Visconti che lo fece costruire nel XIV secolo. La bici è anche il mezzo migliore per visitare Pavia, una città di mattoni rossi dai ritmi di vita molto tranquilli, più simile alle altre perle della Bassa, Cremona e Mantova, che al resto della regione. Per altri aspetti sarebbe meglio arrivare a Pavia da Sud, passando Po e Ticino e tenendo sullo sfondo, quasi fosse un miraggio, la cupola del Duomo, la seconda più imponente d’Italia. Duomo che ha appena riaperto dopo il crollo della torre nel 1989. L’ingresso laterale ora è caratterizzato da una porta di vetro: all’interno la gente cammina con un’aria quasi stupita, quasi che dopo la lunghissima chiusura fosse strano tornare a sostare nella chiesa della propria città.
In mezzo si trova lo sfarzoso sarcofago di San Siro, primo vescovo della città. Ma le reliquie più famose di Pavia sono quelle di Sant’Agostino, di Severino Boezio e del re Liutprando in S. Pietro in Ciel d’oro, preziosa chiesa medievale ricordata da Dante nel canto X del Paradiso. La suggestione dei sepolcri torna tra i cortili universitari: in quello delle Magnolie c’è uno dei sepolcri che partecipò al concorso per la tomba del Foscolo in S. Croce a Firenze. Il poeta tenne qui la famosa prolusione al corso di eloquenza. Passeggiando per il centro storico è naturale finire nei cortili universitari: l’architettura aperta e allo stesso tempo appartata crea un «altrove» quasi magico e non separato dalla città.
 

Per l'ateneo pavese sono passati i migliori ingegni d'Europa. Paolo Mazzarello, docente di storia della medicina, nel libro Il professore e la cantante racconta l’amore tra Alessandro Volta e un’artista che si esibì al teatro Fraschini. Nel momento di romanticismo positivista in cui nei salotti pavesi si sperimentavano i «baci elettrici» il fisico si trovò contro una società avversa alla relazione con una cantante allora considerata poco più di una donna perduta. Dovette lasciarla e si buttò negli esperimenti che lo porteranno a inventare la pila. Il gabinetto di Volta è stato ricostruito ed è visitabile nel museo dell’università. In un altro libro, Il Nobel dimenticato, dedicato a Camillo Golgi, Mazzarello ricostruisce l'episodio del duello tra studenti per la fascinosa rivoluzionaria russa Anna Kuliscioff. Uno dei padrini era quel Filippo Turati che diventerà suo compagno e con lei fonderà il partito socialista.
Pavia aveva una tradizione operaia ma il lavoro si è spostato a Milano. Le fabbriche hanno chiuso. Una su tutte, la Necchi che faceva qui le macchine da cucire, è oggi del gruppo Toyota e ha spostato le sue produzione altrove.
I pendolari pavesi oggi raggiungono Milano con treni regionali e con il passante; un tempo invece utilizzavano treni a vapore, che in Lombardia erano chiamati gamba de legn. Mi raccontano, in un negozio di foto d’epoca in corso Garibaldi (Trentani), che il treno a volte restava senza combustibile e allora la gente scendeva, raccattava tutto quello che poteva in campagna e lo buttava in caldaia, risalendo poi sul treno.
I pavesi però non amano lavorare a Milano e sognano un posto di lavoro nella loro città. Ci sono riusciti i proprietari dell’Osteria delle carceri, un ristorantino molto curato che fa cucina pavese e lombarda reinventata. Lo stesso percorso lo ha compiuto Manlio Manganaro che ha appena aperto l’enoteca Infernot e cerca di promuovere anche i prodotti dell’Oltrepò, quelli raccontati da Brera e Veronelli: i vini (Bonarda, Barbera, spumante) e i salumi, in particolare il salame di Varzi.

Nelle foto d'epoca non mancano le lavandaie alle quali è dedicata una statua a Borgo Ticino, l’Oltrarno pavese. Era un quartiere popolare, ci abitavano barcaroli, pescatori, cavatori di ghiaia, fatto di vecchie casette e minacciato dall'acqua perché si trova tra il Ticino e il Po. In una di queste casette sul muro c’è la “linguacciona”, la maschera di una donna che mostra la lingua, monumento contro la maldicenza dei vicini. Al Borgo si arriva dopo la classica passeggiata per la Strada Nuova attraversando il ponte coperto costruito dopo l’ultima guerra. L’antico ponte romano era stato bombardato e i pavesi decisero di farne un altro più largo per le auto. Attraversando Borgo Ticino si possono vedere alcune tubazioni a vista del metanodotto voluto da Enrico Mattei, il fondatore dell’Eni, già capo partigiano in Oltrepò, ricordato con un piccolo monumento.
 

Tornando in centro, dopo l’università, in fondo alla Strada Nuova si trova il castello visconteo che ospita una collezione di arte longobarda e la pinacoteca Malaspina che conserva opere che vanno dalla pala di Vincenzo Foppa ai ritratti di Hayez. Nella torre della biblioteca, alla sistemazione dei manoscritti, lavorò Petrarca.
Fino al 16 dicembre, nelle scuderie del castello, è aperta una mostra su Renoir che non ha convinto tutti: «Sarebbe meglio investire su progetti originali, valorizzare il patrimonio locale» dice Mauro Di Vito, docente di storia dell’arte che ha studiato a Pavia. «Per esempio fare una mostra sui gioielli longobardi. Poi si dovrebbe rendere più accessibile e visitabile il castello. E infine integrare nella promozione culturale della città anche la vicina Certosa che resta sempre come una cosa a sé. La recente riapertura del palazzo del Broletto come spazio per l’arte contemporanea è per esempio un buon inizio». Quasi in risposta a Brera, Montanelli diceva che se uno a Milano vuole guastarsi l’umore basta che prenda il treno per Pavia e dica buongiorno alla prima ragazza che incontra sul corso. La poetessa lodigiana Ada Negri scrisse versi sulle meraviglie dei cortili pavesi nascosti, corrispettivo architettonico della riservatezza.
Un’atmosfera un po’ addormentata, trasognata, segna questa città medievale, dove la nebbia talvolta invade il centro e dove lo scrittore Mino Milani ha ambientato Fantasma d’amore, un giallo che sembra ispirarsi alle Notte bianche di Dostoevskij. Il clima pavese è tipicamente umido e per scaldarsi, magari dopo un concerto in S. Pietro in Ciel d’Oro – qui si tengono spesso concerti nelle chiese – si va nella latteria da Cesare, storico locale anni Cinquanta che fa d’inverno un’ottima cioccolata e d’estate gelati artigianali davvero di qualità. 

Fotografie di: Dave Yoder