Scozia, isole fuori dal mondo

JIm Richardson /National Geopraphic TravelerJIm Richardson /National Geopraphic TravelerJIm Richardson /National Geopraphic TravelerJIm Richardson /National Geopraphic TravelerJIm Richardson /National Geopraphic TravelerJIm Richardson /National Geopraphic TravelerJIm Richardson /National Geopraphic TravelerJIm Richardson /National Geopraphic Traveler

Paesaggi ruvidi e forti, spazzati dal vento dell’Atlantico. Per secoli attrazione fatale per avventurieri, romantici, sognatori e... appassionati di whisky. Che qui sembra trasudare dalla brughiera.

L'inviato del National Geographic Traveler si avventura sulle più piccole tra le isole Ebridi interne, a poche miglia dalla costa ma a migliaia di chilometri dal mondo occidentale. Dove ognuno è padrone del suo tempo, e qualcuno anche della sua isola. 

Signore di Muck, il biondo e barbuto Lawrence MacEwan, si accuccia sulle ginocchia, nel punto più elevato della sua isola scozzese. Faccio come lui. Un forte vento minaccia di sollevarci e spazzarci via entrambi come foglie d’autunno. Ulula rabbioso, qui, nelle Ebridi Interne, isole rocciose ancorate al largo della costa nordoccidentale della Scozia. Eppure non riesce a metterlo a disagio: qui lui sembra, ed è, perfettamente di casa. Appartati, sferzati dall’Atlantico settentrionale, questi coraggiosi avamposti hanno alimentato un senso di individualità e indipendenza che per secoli ha attratto avventurieri e romantici. Vi è passata anche la regina Vittoria, conquistata da questo paesaggio ruvido e forte, sublime e desolato. Non stupisce che un abitante delle pianure del Kansas come me trovi affascinanti questi scenari. Facendo scorrere il suo sguardo d’aquila sull’arcipelago noto come Small Isles, MacEwan mi guida in un giro virtuale dei dintorni. Indicando verso nord, urla: «Quella è Eigg. Quella a ovest è Rum. Lì piove il doppio che da noi. Oltre Rum si trova l’isola di Skye». Sotto l’ululato del vento il mio viaggio prende forma. E mi sento come se avessi chiuso una guida turistica per aprire un romanzo, ambientato in questi luoghi minuscoli e poco visitati, abitati solo da sognatori e da stoici. Rifugi dal mondo. Tele bianche su cui fissare pellegrinaggi immaginari. 

Il giorno dopo m’imbarco per Eigg. Mentre il traghetto si avvicina a quest’isola di 31 chilometri quadrati, il suo punto di riferimento, una nera cresta di ossidiana chiamata An Sgurr, sembra quasi cavare la pioggia da un nero ammasso di nuvole. Dopo essere passata per le mani di una successione di proprietari che abitavano fuori dai suoi confini, Eigg è balzata agli onori della cronaca negli anni Novanta, quando i suoi abitanti, stanchi di avere padroni assenti, hanno comprato la loro isola, ponendo fine a secoli di «colonialismo ricreativo», come l’ha definito uno di loro.

Rum, a sette miglia verso nordovest in linea d’aria, è un’altra storia. Su questa isola poco più grande delle altre si viene per due ragioni: per il verde paesaggio collinare e per ammirare una splendida bizzarria, Kinloch Castle. La struttura, per quanto un po’ trascurata – fu concepita con tanta passione nel 1897 dal baronetto inglese George Bullough, che aveva ereditato l’isola –, incanta con la sua smania edoardiana per gli eccessi architettonici. Erede di una favolosa fortuna, Bullough ne sperperò buona parte intrattenendo il bel mondo londinese a Kinloch. Ma quando iniziò la prima guerra mondiale il lusso divenne sconveniente e Bullough passò sempre meno tempo quassù. Oggi Kinloch è una specie di capsula del tempo, gestita dallo Scottish National Heritage.  

George Bullough non è stato il solo a cadere sotto l’incanto di queste isole. Sto per arrivare a Islay, la più meridionale delle Ebridi Interne, dove un altro personaggio ha cercato rifugio per reinventarsi una vita. Mark Reynier veniva dalla terraferma e aveva la passione per il whisky. Così ha comprato una distilleria sull’isola. Mentre visitiamo l’impianto mi racconta il suo sogno di riportare in auge i vecchi metodi di distillazione scozzese. La sua fabbrica è un meraviglioso insieme di antichi macchinari e di energia pura. Il vapore fuoriesce dai grandi alambicchi e dai barili nel magazzino emana il forte, pungente effluvio del whisky.

Quella sera stessa prendo il traghetto che in cinque minuti mi porta a Jura, per incontrare altre persone che, in queste isole, hanno realizzato lo loro aspirazioni. Come Andy McCallum e sua moglie: sono capitati qui e hanno aperto un albergo a Craighouse, che raggiungo dopo aver percorso in auto l’unica strada dell’isola, attraverso la brughiera dove vivono gli oltre seimila cervi (a fronte di duecento abitanti). I visitatori vengono a Jura per due ragioni: cacciare o riposare. «La vita qui scorre più lentamente», sostiene McCallum, «e in modo naturale, come il mare o il vento». Dall’altra parte della strada, il direttore della distilleria Jura esprime lo stesso concetto. Vive qui da decenni, ha accettato il lento scorrere della vita sull’isola, così come il fatto che il whisky ha bisogno di tempo. E di acqua, che a Jura è del tutto particolare: le colline ne sono impregnate, come scopro quando le percorro insieme a Gordon Muir, capocaccia della vicina riserva di Tarbert.  

Verso nord si apre una stretta insenatura marina chiamata Loch Tarbert, che spacca Jura quasi in due. La passo il giorno successivo, per raggiungere la parte più elevata dell’isola. Dopo cinque miglia arrivo alla fine della strada, ad Ardlussa, una proprietà di oltre settemila ettari, con una foresteria dove incontro un giovane e socievole signore, Andy Fletcher. La sua famiglia possiede Ardlussa dal 1926.

C’è tanto tempo, qui, per vagare, esplorare, scoprire. È così che, su un ciglio erboso a 17 miglia dal villaggio, noto una scritta accanto a un tavolino pieghevole: «Tè sulla spiaggia». Sul tavolino ci sono un menu e una radio ricetrasmittente. Chiamo e una voce femminile risponde: «Vuole una tazza di tè e qualche dolce?». Beh, sì, mi piacerebbe. Così Georgina Kitching scende dal suo cottage con un vassoio in mano. Solo per me. Ma come le è venuta in mente un’attività del genere? «Mio marito mi disse che c’era una casa in vendita a Inverlussa. Io risposi che avremmo fatto bene a comprarla. E mi è venuta questa idea».

Da un punto di vista cosiddetto civilizzato, le persone che ho avuto il piacere di incontrare nel mio viaggio alle Ebridi potevano sembrare folli, a pensare di lasciarsi il mondo moderno alle spalle per costruirsi un’alternativa di vita in questo microuniverso. Pure l’hanno fatto, divenendo parte di queste isole di roccia e vento.

E, accidenti, sono riuscito a farlo anch’io.  

(traduzione di Elena Del Savio)

Fotografie di: JIm Richardson /National Geopraphic Traveler